lunedì 29 febbraio 2016

Fecondazione con ovociti scongelati, il primato italiano

        I dati sono stati presentati oggi, durante il 27esimo meeting annuale dell’Eshre, in corso a Stoccolma, e mostrano un enorme divario tra la nostra esperienza e quella degli altri paesi.Dopo l’Italia, infatti, seguono la Finlandia con appena 325 cicli, la Russia con 220 e la Spagna con 199 (dati sempre riferiti al 2008). 
         Fino a oggi il recupero di ovociti congelati non era stato monitorato a livello europeo perché, come dimostrano chiaramente i numeri, si tratta di una tecnica poco diffusa a livello globale. Da qualche tempo a questa parte, però, se ne parla sempre più: il congelamento degli ovociti, infatti, rappresenta oggi una chance di conservare la fertilità per le donne che devono sottoporsi a terapie (come quelle oncologiche) e per quelle che - per scelta personale o motivi socio-economici - decidono di ritardare il momento in cui avere un bambino. 

         “In Italia siamo ben consapevoli di questo primato e di questi numeri, visti gli obblighi della legge 40, che dal 2004 ha vietato la crioconservazione degli embrioni”, ha commentato Andrea Borini, direttore scientifico di Tecnobios Procreazione. “In cinque anni – ha continuato Borini – il congelamento e il recupero degli ovociti crioconservati sono diventate tecniche di routine, tanto che i bambini nati in Italia da ovociti congelati dal 2005 al 2009 sono circa 1.170. Va però sottolineato che le cose stanno già cambiando. Dalla sentenza della Corte Costituzionale 151 del 2009, infatti, il numero di ovociti congelati si è ridotto a favore della crioconservazione degli embrioni, come ha rilevato anche il Registro Nazionale Pma .

         Al convegno dell’Eshre sono stati anche presentati gli ultimi dati raccolti a livello mondiale (questa volta per il 2007) dall’International Committee for Monitoring Assisted Reproductive Technologies (Icmart). Ed emergono altri due primati: quello della Spagna per la sua quota del 30% delle ovodonazioni europee, e quello dellaSvezia per la più bassa frequenza di parti multipli (non solo in Europa, ma nel mondo, con il 7% di parti gemellari e lo 0,1% di trigemini). 

         “Anche per quanto riguarda le gravidanze e i parti multipli abbiamo risentito molto della legge 40”, commenta ancora Borini: “L’obbligo a impiantare contemporaneamente nell’utero tutti gli embrioni formatisi, per un numero massimo di tre, non poteva certo portare a una diminuzione delle gravidanze trigemine. La sentenza della Consulta ha però eliminato anche questo vincolo e, come conseguenza, la nostra media di parti trigemini si sta avvicinando a quella europea”. 

         Alla Svezia tengono testa anche la Finlandia e l’Austrialia. Nel 2007, in Spagna, l’incidenza di parti gemellari toccava il 23,8% e in Italia il 21,1%. La media europea per i parti gemellari risulta del 20,6% e per i trigemini dell’1,1%. 

         Ultimo sguardo all’accesso alla Pma nei vari paesi. Secondo il rapporto, i cicli che si eseguono in Francia (5.464), Italia (4.015), Spagna (3.845), Paesi Bassi (6.382), Germania (4.810) e Gran Bretagna (4.066) sono ancora bassi rispetto a quelli delle nazioni del Nord Europa, come la Svezia (9.228), la Norvegia (9.287), la Danimarca (12.712) e la Finlandia (9.291).
Fonte:"For the first time, the European IVF Monitoring Group reports on cycles using frozen eggs"

L'infertilità si batte sul tempo

        “Se cominci a provarci presto, aumenti le tue possibilità di diventare genitore”. Sembra uno slogan e, in un certo senso, lo è. A lanciarlo è Aleksander Giwcerman, professore diandrologia presso il Fertility Centre dello Skåne University Hospital, uno degli istituti svedesi che in questi giorni sta promuovendo una vera e propria campagna di comunicazione sanitaria contro l’infertilità, diretta a tutti i giovani del paese scandinavo. 
        L’iniziativa è delle autorità sanitarie della Svezia del Sud. Oltre al dipartimento diandrologia e il centro della fertilità dello Skåne University Hospital, vi partecipano la Lund University e il Copenhagen University Hospital. L’idea è proprio quella di incoraggiare le coppie a concepire presto e contrastare il trend che vede l’età del primo parto sempre più spostata in avanti.  
        Secondo dati statistici, in Occidente, il 15 per cento delle coppie ha problemi diinfertilità e l’età della donna gioca un ruolo di primo piano. Anche in Svezia, l’età media delle donne che si trovano ad affrontare una prima gravidanza si è alzata di circa due anni nell’ultimo decennio, e ora si aggira intorno ai 30. Si tratta di un limite oltre il quale la fertilità comincia a diminuire, per poi declinare rapidamente oltre i 35. 

        L’intento della campagna è di informare i giovani sugli stili di vita che favoriscono la fertilità: “E’ necessario sapere che non vi è la certezza di riuscire a concepire nel momento esatto in cui lo si decide. Ci sono molte scelte negli stili di vita che possono fare la differenza”, ha detto Giwcerman. Il messaggio è rivolto anche alla classe politica, che deve rendere la scelta di avere presto dei bambini più attraente per i giovani svedesi. 


Fonte http://www.news_pma/657/l-infertilita-si-batte-sul-tempo

Anche in Danimarca ci si sta muovendo. L’idea è di aprire un centro in cui le coppie possono fare test e analisi per conoscere la loro probabilità di procreare. “Se trovi che a 25 anni non hai una grande riserva ovarica, sai che non puoi aspettare a lungo”, esemplifica Giwcerman. 

Una nuova mutazione per l'infertilità

          Il gene in questione è SCARB1. Una sua variazione è già nota per essere alla base di una errata regolazione dei livelli del grasso nel sangue, ma la stessa anomalia potrebbe contribuire anche alla sterilità femminile, con una incidenza che va dall'8 al 13 per cento delle donne, e si ripercuote sul successo dei trattamenti difecondazione in vitro.
          SCARB1 è legato alla produzione di recettori delle lipoproteine ad alta densità (HDL), cioè del cosiddetto colesterolo buono. Ma Annabelle Rodriguez, specialista in endocrinologia della Scuola di Medicina e direttrice del centro di diabetologia dell'ateneo statunitense, ha rilevato che l'alterazione di questo gene ha effetti negativi anche sulla produzione di progesterone nelle donne – l'ormone che permette lo stabilirsi delle condizioni adatte alla fecondazione della cellula uovo e al suo impianto all’interno dell’utero – rendendo difficile la gravidanza.
          Lo studio è stato svolto tra novembre 2007 e marzo 2010. In questo periodo, Rodriguez e i suoi colleghi hanno analizzato le cellule e i fluidi follicolari prelevati dalle ovaie di 207 donne che, dopo essersi sottoposte a trattamenti ormonali per la procreazione medicalmente assistita, avevano ottenuto embrioni impiantabili. Tra queste, 9 erano portatrici dell'alterazione genetica. Durante i controlli successivi all'impianto (effettuati 42 giorni dopo il trasferimento degli embrioni per verificare se fossero presenti la sacca gestazionale e il battito fetale), i ricercatori hanno osservato che nessuna delle 9 donne con la mutazione era rimasta incinta. Dalle loro analisi, inoltre, si riscontravano bassi livelli di progesterone nonostante le cure ormonali, che prevedono la somministrazione dello steroide.
          Rodriguez è convinta che alla base di questo squilibrio ormonale ci sia proprio il gene SCARB1: per questo il team ha sviluppato un test, che si fa tramite l'analisi del sangue, con il quale è possibile rilevare l'anomalia.
          Gli autori dello studio precisano, però, che non esiste ancora una terapia approvata per le donne sterili con questa variante. Per ora, i ricercatori del Mit hanno ottenuto buoni risultati sui topi portatori della mutazione usando un farmaco anti-colesterolo che qualche anno fa è stato ritirato dal mercato statunitense perché abbassa pericolosamente i livelli di HDL nel sangue. I topi hanno recuperato la loro fertilità: un dato da cui si può partire per pensare a un farmaco analogo e specifico. 

Fonte: “Clinical impact of scavenger receptor class B type I gene polymorphisms on human female fertility”, Human Reproduction;

domenica 28 febbraio 2016

Con 15 ovuli, più probabilità di avere un figlio

          Secondo Arry Coomarasamy, coordinatore della ricerca, ci sarebbe infatti una stretta correlazione tra il numero di ovuli ottenuti con la stimolazione ovarica, durante un ciclo di fertilizzazione in vitro (IVF), e la probabilità di avere un bambino. Gli studiosi hanno ottenuto questo risultato elaborando i dati provenienti dalla Human Fertilisation and Embryology Authority (HFEA) su oltre 400 mila cicli di IVF, condotti tra il 1991 e il 2008 nel Regno Unito, mettendo in relazione il numero digameti prelevati in ogni ciclo con i relativi tassi di nascita. Come era logico attendersi, la probabilità di avere un figlio cresce all’aumentare degli ovuli ottenuti dalla stimolazione. Fino, però, a un numero di 15. Tra i 15 e i 20 ovuli prelevati, infatti, il tasso di nascita si mantiene stabile, mentre diminuisce fortemente superato i 20. “I nostri dati indicano che 15 è il numero di ovuli per cui si ha la più alta probabilità di concepire e portare a termine la gravidanza, riducendo, al contempo, il rischio di una sindrome da iperstimolazione ovarica”, ha infatti riportato Coomarasamy.

          Utilizzando i dati tra il 2006 e il 2007, poi, i ricercatori hanno creato un modello predittivo ed elaborato un grafico (nomogramma) che mette in relazione il numero di ovuli e i tassi di nascita previsti con l’età della donna. Questo grafico – sostengono i ricercatori - può essere utilizzato dai medici come punto di partenza per stimare il numero di ovuli da ottenere durante un trattamento di fecondazione assistita.

Fonte: “Association between the number of eggs and live birth in IVF treatment: an analysis of 400 135 treatment cycles”, by Sesh Kamal Sunkara, Vivian Rittenberg, Nick Raine-Fenning, Siladitya Bhattacharya, Javier Zamora, Arri Coomarasamy.

L’infertilità maschile si nasconde nelle ossa

         Negli ultimi dieci anni, lo scheletro è stato riscoperto dal punto di vista fisiologico: da insieme inerte di tubuli di calcio, le ossa hanno visto riconosciuto il loro ruolo “dinamico” in numerosi processi, come quelli coinvolti nel metabolismo del glucosio.
         In realtà, all’inizio le osservazioni hanno riguardato il modo in cui il sistema riproduttivo influenza il rimodellamento delle ossa (si noti a tal proposito l’effetto dellamenopausa sulla densità ossea e la condizione di osteoporosi). Partendo da qui, Karsenty si è chiesto se l’influenza non fosse reciproca. Il suo team ha così cominciato a indagare un ipotetico link nelle donne. Le prime indagini, però, non hanno portato a nulla, e il gruppo ha cominciato a interessarsi agli uomini. “Sorprendentemente, abbiamo trovato che le ossa influenzano il sistema riproduttivo, ma solo nei maschi”, ha detto Karsenty. 

         L’osteocalcina prodotta dalle cellule che costruiscono le ossa (osteoblasti) induce l’aumento di testosterone da parte dei testicoli, mentre non influenza la produzione di estrogeni da parte delle ovaie

         In effetti, nei topi, una femmina sana e un maschio con deficit di osteocalcina si riproducono meno frequentemente delle coppie sane; anche i cuccioli risultano più piccoli della norma. Al contrario, i maschi che mancano del gene che inibisce la produzione dell’ormone hanno un comportamento riproduttivo nella norma.  

         Come lavora questo ormone? I ricercatori hanno risposto anche a questa domanda: attraverso un recettore sulle cellule di Leydig (che secernono testosterone nei testicoli). Questi recettori si trovano anche nell’uomo, ma non nelle ovaie della donna.

         La scoperta potrebbe fornire una spiegazione per una parte della popolazione maschile che soffre di infertilità inspiegata. Secondo Karsenty sarebbe infatti possible mettere a punto degli screening genetici per controllare eventuali mutazioni del gene dell’osteocalcina o verificare il funzionamento dei recettori.
Fonte: "Endocrine Regulation of Male Fertility by the Skeleton"10.1016/j.cell.2011.02.004

Dieta, gli aminoacidi fanno bene alla fertilità

          Nel fegato è infatti presente un recettore per gli estrogeni, una molecola, cioè, che si lega agli ormoni femminili. Il fegato non è l’unico organo in cui il recettore è espresso. Come dimostrano i risultati del nuovo studio pubblicati su Cell, però, qui la molecola è più attiva che in qualsiasi altra parte del corpo, comprese quelle direttamente coinvolte nella riproduzione.  

          Per dimostrarlo Maggi ha lavorato su un modello animale (topi) in cui l’attività fisiologica di questo recettore poteva essere studiata con metodi non invasivi. La ricercatrice ha anche condotto una serie di test, analizzando la quantità di recettore espresso nel fegato al variare della dieta. In un primo esperimento, Maggi ha messo a dieta stretta alcuni animali, rilevando un calo sia dell’attività del recettore sia della produzione dell’ormone epatico Igf-1 (somatotropina); in questo caso, i livelli sono scesi a valori ritenuti inadeguati per la normale progressione del ciclo mestruale e per la preparazione della parete uterina all’impianto dell’ovulo fecondato
          In una seconda fase dell’esperimento, ai topi a regime ipocalorico è stata fornita una maggiore quantità di proteine (mentre le quantità di carboidrati e grassi sono rimaste invariate). Risultato: la produzione di Igf-1 è salita ai valori standard e i topi hanno ricominciato ad avere un ciclo fertile

          Cosa indicano questi risultati? Secondo gli autori dello studio, c’è una forte possibilità che il recettore degli estrogeni nel fegato sia un sensore del “metabolismo energetico”, la cui funzione sarebbe quella di assicurare che lagravidanza si instauri solo in chi ha una nutrizione adeguata.
           Se la correlazione tra infertilità e anoressia è ben nota da tempo, altre forme di infertilità potrebbero essere collegate a diete troppo ricche di carboidrati e grassi
“Questo studio ha implicazioni importanti per la spiegazione di alcune forme diinfertilità dovute a diete povere di proteine e apre nuove prospettive per la comprensione delle alterazioni metaboliche che avvengono con la menopausa o in seguito a gravidanza, come il diabete post parto” ha commentato Maggi; secondo la ricercatrice inoltre, la conferma dell’importante ruolo del recettore degli estrogeni nel fegato potrebbe aiutare la ricerca di nuovi farmaci in grado di modulare l’attività di tale molecola.

Fonte: Amino Acid-Dependent Activation of Liver Estrogen Receptor Alpha Integrates Metabolic and Reproductive Functions via IGF-1

Il bisfenolo A mette a rischio la fertilità


         Il BPA è la sostanza che rende dura la plastica e si trova, per esempio, nelle bottiglie e neibiberon, o nelle resine epoxi che rivestono i barattoli per il cibo e le bevande. È al centro di polemiche perché sembra agire come un "distruttore endocrino": una volta assorbito dall’organismo, è infatti in grado di mimare gli ormoni o di bloccarli, alterando così le normali funzioni del sistema endocrino stesso. Studi preliminari avevano già indicato un possibile effetto negativo sulla salute riproduttiva; in particolare, uno studio sui topi aveva suggerito che alti livelli di BPA possano modificare il Dna degli ovociti.


         L’indagine di Fujimoto, per ora, è stata condotta solo su un numero piccolo di pazienti (26 donne che tra il 2006 e il 2008 si sono sottoposte ai trattamenti per la riproduzione assistita presso lo UCSF Center for Reproductive Health). Le volontarie erano un sottogruppo di un più ampio studio che analizzava l’effetto dell’esposizione a metalli tossici, come mercurio, cadmio e piombo, sulla fertilità. 

         “Purtroppo non esiste un test che le donne possano usare per determinare il loro livello di BPA nel sangue”, ha detto Fujimoto, “ma nonostante le prove limitate, è consigliabile, per chi desidera sottoporsi a un trattamento IVF, limitare il più possibile l’esposizione, modificando lo stile di vita e la dieta”.  A tal proposito, l’Università della California di San Francisco ha lanciato un programma, "Toxic Matters" mettendo in Rete un sito-vademecum per aiutare le consumatrici a comprendere quali sostanze possono nuocere alla salute in generale e a quella riproduttiva.
Fonte: "Serum unconjugated bisphenol A concentrations in women may adversely influence oocyte quality during in vitro fertilization"

Gli antiossidanti aiutano il concepimento

          Le partner degli uomini che assumono antiossidanti sembrano avere, in effetti, una più alta probabilità di rimanere incinte

          La condizione di subfertilità interessa un uomo ogni 20. Tra le possibili cause ci sarebbero anche i radicali liberi che danneggiano gli spermatozoi, riducendone il numero e interferendo con la loro capacità di fertilizzare gli ovociti

          Se il problema sta nei composti che ossidano le cellule, la soluzione potrebbe allora trovarsi negli antiossidanti, come alcune vitamine e alcuni minerali. Queste sostanze aiutano infatti le cellule a ridurre i danni causati dai radicali liberi. 

          Le 2.876 coppie dei 34 studi analizzati si erano sottoposte a trattamenti di riproduzione assistita. Per la maggior parte, gli uomini erano risultati ipospermici, o con una ridotta motilità degli spermatozoi, e metà di questi hanno ricevuto antiossidanti orali. Alcuni studi hanno anche testato l’effetto degli antiossidanti direttamente sulla motilità e sulla concentrazione degli spermatozoi.

          “Le conclusioni sono incoraggianti, ma ancora basate su prove limitate”, ha commentato Marian Showell, docente di Ostetricia e ginecologia all’Università di Auckland, in Nuova Zelanda. I risultati, infatti, sono stati positivi nella maggior parte dei casi, ma il campione è ancora troppo piccolo per poterlo dire con certezza, o per poter fare una distinzione tra i diversi tipi di antiossidanti (vitamina E, L-carnitina, zinco, magnesio e così via).

Fonte: Showell MG, Brown J, Yazdani A, Stankiewicz MT, Hart RJ. Antioxidants for male subfertility. Cochrane Database of Systematic Reviews 2011, Issue 1. Art.

sabato 27 febbraio 2016

I malati di cancro vogliono parlare di fertilità

         I ricercatori australiani hanno intervistato 25 persone, 19 donne e 6 uomini. Dalle risposte è emerso che tutti, indipendentemente dal fatto di avere già una famiglia e di volere o meno dei figli, percepiscono la fertilità come un fattore importante della propria vita, che spesso è trascurato dai medici. Secondo lo studio, perdere la capacità riproduttiva influenza l'immagine che si ha del proprio corpo, e persino l’identità sessuale. Inoltre, emerge il rischio che i problemi legati alla sfera riproduttiva minaccino i rapporti interpersonali, soprattutto quelli con il partner, o influenzino la nascita di nuove relazioni per i single. 
         “Milioni di persone nel mondo sopravvivono in seguito al cancro, e molte di queste sono ancora in età riproduttiva”, sottolinea Koczwara. A questo si aggiunge la tendenza a rimandare sempre di più il momento in cui si decide di avere un figlio. Tutti fattori che nel complesso, spiega la ricercatrice, contribuiscono a fare del mantenimento della fertilità dopo il cancro una problematica in continua crescita. 
         “Dallo studio emerge il bisogno di una maggiore consapevolezza tra gli oncologi dei problemi legati alla sessualità e alla fertilità, che dovrebbe tradursi in una maggiore possibilità per i pazienti di discutere queste problematiche e di ricevere supporto”, ha aggiunto Ian Olver del Cancer Council Australia”. 

Fonte: Esmo 

Maschi, evitate la posizione da laptop

         I ricercatori hanno annotato la temperatura della zona dei testicoli (sia destro sia sinistro) di 29 giovani che lavoravano con il portatile sulle gambe. I valori sono stati registrati durante tre sessioni separate, di 60 minuti l’una: nella prima i volontari erano seduti con le gambe strette; nella seconda hanno mantenuto la stessa posizione, ma il Pc non era a contatto diretto con le gambe; nella terza le gambe erano aperte (con un angolo di circa 70 gradi) con il computer ancora poggiato, ma non a contatto diretto. 

         Risultato: la temperatura è aumentata in tutti e tre i casi in maniera significativa, ma molto meno nel terzo caso (di 1-2 gradi circa). Nelle altre due sessioni, invece, l’aumento è stato di ben oltre 2 gradi. Indicativa anche la tempistica: l’incremento di 1 grado è stato raggiunto dopo appena 11 minuti di lavoro nella prima sessione, dopo 14 minuti nella seconda e dopo 28 nella terza. 

         “Nessuno studio ha ancora dimostrato un impatto negativo dei computer portatili sulla fertilità maschile, ma recentemente è stato evidenziato che l’aumento anche di un grado può causare danni allo sperma”, ha commentato Yefim Sheynkin, autore principale dello studio.

         Meglio tenere le gambe divaricate, quindi, e il Pc su un tavolo o un piano di appoggio (a niente valgono cuscini e simili): “Non diciamo che si rischia di diventare infertili, ma il calore potrebbe danneggiare i gameti per un certo periodo”.  

Fonte: “Protection from scrotal hyperthermia in laptop computer users”, Fertility and Sterility. 

Un gene tra le cause dell’infertilità maschile inspiegata

             I ricercatori francesi hanno sequenziato il gene in 315 uomini sani ma che, senza apparente motivo, non producono spermatozoi. In questo modo è stato possibile identificarne sette in cui NR5A1 risulta mutato. 

           Una mutazione del gene NR5A1 potrebbe rendere conto della sterilità maschile inspiegata, che attualmente interessa il 4 per cento degli uomini infertili. Lo suggerisce uno studio svolto dai ricercatori dell’Institut Pasteur di Parigi, apparso recentemente su American Journal of Human Genetics. 

           Secondo i ricercatori, la mutazione rende la proteina prodotta da questo gene – chiamata fattore steroidogenico 1 – incapace di regolare l’espressione di altri geni fondamentali per la produzione degli ormoni che regolano lo sviluppo sessuale dal feto all’adulto. 
           Il gene NR5A1 è già noto per essere correlato all’insufficienza ovarica nelle donne e altre mutazioni sono state associate a gravi difetti dei testicoli. In uno dei casi osservati in questo recente studio, la mutazione sembra provocare anche delle anormalità nella struttura cellulare dei testicoli.

Fonte: Human Male Infertility Associated with Mutations in NR5A1 Encoding Steroidogenic Factor 1.” American Journal of Human Genetics, October 8, 2010. 

Lo stress ritarda la gravidanza

           A volte è realmente il solo stress ad abbassare le chance di una donna di rimanere incinta. Uno studio condotto dai National Institutes of Health di Bethesda(Usa) ha infatti trovato che elevati livelli di un biomarker dello stress contenuto nella saliva  - l’alfa-amilasi – è correlato a una diminuzione della fertilità. La ricerca, condotta su 274 donne tra i 18 e i 40 anni che stavano tentando di avere un bambino, è stata pubblicata su Fertility and Sterility. 

           Alle donne coinvolte nello studio hanno è stato chiesto di raccogliere campioni di saliva durante il sesto giorno di ciclo (per almeno sei cicli, o fino a quando non sono rimaste incinte). Dalle analisi è risultato che le donne con i più alti valori di alfa-amilasi avevano una probabilità di rimanere incinte più bassa del 12 per cento rispetto alle donne con i valori più bassi. Invece, i livelli di cortisolo, un ormone associato a condizioni di stress, non sembrano correlati alla diminuzione osservata. 
Fonte: “Stress reduces conception probabilities across the fertile window: evidence in support of relaxation” 

Coesine, le proteine chiave dell’invecchiamento riproduttivo

          In uno studio  pubblicato su Current Biology, Mary Herbert dell’Institute of Ageing and Health (presso la Newcastle University, Gb) fa luce su uno dei meccanismi per cui le donne non più giovanissime (dai 35 anni in su, in media) sono più soggette ad aborti spontanei e hanno un rischio più alto di concepire bambini con difetti genetici come la sindrome di Down. 
 
          Prima che cominci il processo di formazione della cellula uovo (ovogenesi), il Dna viene impacchettato in cromosomi, le strutture a bastoncino a forma di X. Ciascuna coppia di cromosomi fratelli (ognuno di noi ha il corredo cromosomico in doppia copia, metà proveniente dalla madre e metà dal padre) si unisce e resta legata tramite il centro. A questo punto avviene uno scambio reciproco di pezzettini di Dna (chiasma); alla fine, ogni coppia di cromosomi fratelli si divide in parti uguali, dando luogo a quatto bastoncini che finiranno in altrettante cellule uovo. Indispensabili affinché i cromosomi fratelli restino attaccati nella prima fase dell’ovogenesi sono le coesine. I ricercatori hanno ora scoperto che, durante l’invecchiamento, i livelli di queste proteine decrescono rapidamente. Ciò sembra portare i cromosomi a dividersi in maniera diseguale e, di conseguenza, a gravi difetti genetici dell’embrione. 
 
          Nello studio, Herbert ha comparato il processo di formazione degli ovociti di due gruppi di topi di 2 e 14 anni (corrispondente a un’età biologica umana di 40 anni). Le analisi mostrano che, nei secondi, un calo delle coesine è associato a problemi nello scambio dei pezzetti di Dna (destabilizzazione del chiasma); inoltre i cromosomi non risultano ben legati per il centro come dovrebbero, a causa anche di un abbassamento del livello di un’altra molecola, protettrice delle coesine stesse (Sgo2). In pratica, nei topi più vecchi, il Dna va incontro a divisioni disordinate e le cellule uovo finiscono per contenere il numero sbagliato di cromosomi. “Al momento stiamo comprendendo come agisce l’invecchiamento – ha commentato Herbert – e il prossimo passo sarà capire se e come possiamo intervenire per rallentarlo. Per esempio, se è possibile aggiungere coesine dall’esterno”. 
 
Fonte: Age-Related Meiotic Segregation Errors in Mammalian Oocytes Are Preceded by Depletion of Cohesin and Sgo2 

venerdì 26 febbraio 2016

Un modello matematico per la probabilità di successo

           Prevedere l’esito di un trattamento di Pma è praticamente impossibile. E, falliti i primi tentativi, è difficile per una coppia decidere se continuare o meno. C’è però chi, attraverso modelli matematici, sta cercando di mettere a punto uno strumento prognostico personalizzato per stabilire la probabilità di gravidanza in base ai dati raccolti prima e durante il primo ciclo, supportando medici e pazienti nel difficile percorso della procreazione assistita. Tra questi, i ricercatori della Stanford University (California), guidati da Prajna Banerjee e Mylene Yao, sono ora arrivati a un modello che sembra promettere un’accuratezza mille volte maggiore degli attuali sistemi, basati essenzialmente sull’età della donna. 

           Per lo studio, pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (PnaS), sono stati utilizzati i dati su oltre 1.600 primi cicli di fertilizzazione in vitro (IVF). Il modello predittivo (boosted tree analisys) sviluppato da Banerjee e colleghi tiene conto di 52 caratteristiche cliniche di ciascuna coppia, come i livelli ormonali, il numero di embrioni formatisi rispetto agli ovociti e agli spermatozoi, la velocità di sviluppo, oltre alla classica età della donna e al suo indice di massa corporea. Grazie al modello, in pratica, i ricercatori ottengono un profilo della coppia molto dettagliato (deep phenotyping).
           Il fattore più importante sembra essere la velocità di sviluppo dell’embrione. Statisticamente infatti, questa caratteristica appare influire quatto volte di più dell’età materna. “Sebbene l’età della donna sia indicativa della diminuzione della fertilità, la sua importanza relativa nello stabilire la probabilità di successo diminuisce di molto quando si hanno a disposizione i dati sugli embrioni”, ha commentato Yao. Per ora il modello è stato testato e validato con un secondo gruppo di dati riguardanti 600 cicli di IVF. 
Fonte: Deep phenotyping to predict live birth outcomes in in vitro fertilization, Proceedings of the National Academy of Sciences, doi: 10.1073/pnas.1002296107,

Un difetto immunologico tra le cause dell’aborto spontaneo

         Le cellule Natural Killer (NK), quelle che normalmente uccidono tumori e cellule infettate da virus e batteri, nella placenta cambiano completamente comportamento: producono sostanze che inducono la crescita dei tessuti e la formazione di nuovi vasi, indispensabili per nutrire il feto. Non solo: qui le NK “parlano” con altre cellule – un particolare tipo di macrofagi – affinché vengano prodotte le Treg (linfociti T con proprietà immuno-regolatorie). Sono queste che poi bloccano ogni tentativo del sistema immunitario della madre di eliminare il feto. È merito loro, in pratica, se il feto non viene riconosciuto come “estraneo” dal corpo come può avvenire nel caso di un trapianto. 
         La scoperta, pubblicata su Proceedings of the National Academy of Science (Pnas), è di un gruppo di ricercatori italiani dell’ospedale Gaslini, dell’Istituto Nazionale di ricerca sul cancro (IST, Genova) e dell’Università di Genova, guidati da Maria Cristina Mingari e Lorenzo Moretta. Le implicazioni dello studio possono essere fondamentali anche nella comprensione dei meccanismi che portano all’aborto spontaneo. “Un deficit di cellule NK o un inefficace scambio di informazioni tra NK e macrofagi, per esempio, può alterare il meccanismo”, ha spiegato Mingari: “Ecco che non vengono prodotte Treg e il feto viene aggredito dalle cellule killer e dagli anticorpi materni. Il risultato più frequente è, appunto, l’aborto”.
         Le cause di un’interruzione spontanea di gravidanza possono essere diverse. Uno dei fattori determinanti sembra essere l’età: “Dopo i 40 anni l’aborto spontaneo ha un’incidenza del 20 per cento mentre, intorno ai 30, i casi si riducono statisticamente a meno del 10 per cento” ha riportato Giorgio Bentivoglio, direttore Unità Operativa Ostetricia e Ginecologia del Gaslini. “Sicuramente – ha continuato Bentivoglio - una delle cause è un difetto dell’ovulo dovuto ad imperfezioni subentrate nella fase della meiosi e collegate all’età materna”. Possono poi esserci alterazioni anatomiche, ormonali e, come appena dimostrato nel nuovo studio, cause immunologiche. 
Fonte: Crosstalk between decidual NK and CD14+ myelomonocytic cells results in induction of Tregs and immunosuppression (PNAS 2010 107 (26) 11918-11923; doi:10.1073/pnas.1001749107) 

Un proteina difettosa causa la sub-fertilità

         

         Alcune donne, però, non rispondono come dovrebbero alla stimolazione, producendo molti meno ovociti rispetto a quelli attesi. “Quando abbiamo esaminato in laboratorio una parte delle cellule della granulosa di queste donne, abbiamo trovato non solo FSHR normali, ma anche alcuni FSHR anomali”, spiega Maria Lalioti, ricercatrice presso la Facoltà di Ostetricia, Ginecologia e Scienze della Riproduzione dell’ateneo statunitense, che ha coordinato la ricerca: "Per un 'errore' genetico, cioè, a queste proteine anomale manca una parte. E non solo non sono in grado di svolgere il loro compito, ma compromettono anche le funzioni degli altri recettori normali presenti". 

         Il FSHR anomalo esaminato non presentava la sequenza proteica denominata ‘esone 2’: proprio quella che lega l’ormone FSH. La mancanza (delezione, in gergo) dell'esone 2 è stata accertata solo nelle donne di età inferiore ai 35 anni che presentavano una scarsa risposta al FSH e che producevano meno di quattro ovociti durante un ciclo di stimolazione follicolare. “Abbiamo prodotto in laboratorio sia la proteina normale sia quella anomala; in questo modo modo abbiamo potuto accertare che, in presenza del recettore anomalo, quello normale non riesce a funzionare in modo ottimale”, ha spiegato ancora Lalioti.
Il recettore ormonale in questione è l’FSHR (recettore dell’ormone follicolostimolante, FSH) che si trova sulle cellule intorno agli ovociti, note come cellule della granulosa. Quando il recettore per l’FSH si lega al suo ormone, queste cellule producono altre proteine che hanno il compito di “alimentare” l’ovocita. L’ormone follicolostimolante (FSH) viene infatti somministrato alle donne durante un trattamento di fecondazione assistita, al fine di stimolare la produzione di più ovociti (invece che uno solo, come avviene a ogni ciclo mestruale).
         L’FSH che si lega al recettore ormonale, infatti, deve passare una serie di controlli che garantiscano la qualità della proteina che si presenta alla superficie. “Abbiamo scoperto - ha aggiunto la ricercatrice - che il recettore anomalo rimane più a lungo in uno di questi 'checkpoint': vuol dire che la cellula ha riscontrato un problema e sta cercando di correggerlo. Questo può spiegare la risposta insolitamente bassa alla stimolazione”. 

         La scoperta di questo meccanismo può avere importanti implicazioni per le future ricerche e i trattamenti. “I nostri risultati - ha raccontato infine Lalioti - fanno luce su un legame tra alterazione genetica e sub-fertilità. Le donne in questione hanno un ciclo mestruale normale e potrebbero presentarsi al centro di fertilità qualificandosi come pazienti affette da infertilità inspiegata prima di sottoporsi al primo ciclo di FIV, che poi rivelerebbe un difetto di stimolazione ovarica. Allo stato attuale non possiamo prevedere se le donne trarrebbero benefici con dosi più elevate di farmaci; anzi, alcuni dati preliminari forniti da altri gruppi di ricerca dimostrano proprio il contrario: ossia che può essere più vantaggioso diminuire l'FSH”.
         Attualmente, l'FSH è l’unico farmaco utilizzato per stimolare la risposta ovarica, ma in futuro potrebbero essere disponibili altri medicinali in grado di bypassare il recettore difettoso.
Fonte: Eshre

Acido ialuronico alla prova

         L’acido ialuronico è una sostanza (polisaccaride) che normalmente si trova nelle cellule intorno all’ovocita. Studi condotti negli ultimi anni hanno rivelato che gli spermatozoi sono in grado di legarsi alle molecole dell’acido quando sono “maturi” e formati in modo corretto. Queste ricerche suggeriscono, quindi, che un test basato sull’acido ialuronico potrebbe servire a selezionare gli spermatozoi migliori da utilizzare nei trattamenti di Ivf. Le attuali tecniche basate sul numero e sulla motilità degli spermatozoi, infatti, non forniscono informazioni sulle probabilità di attaccamento all’ovocita.

         Nella loro ricerca, Huszar e colleghi hanno voluto verificare se i legami con l’acido ialuronico rivelino realmente gli spermatozoi migliori. Per farlo, il liquido seminale di 50 uomini è stato esposto all’acido; successivamente, gli spermatozoi che formavano legami sono stati comparati con quelli che restavano isolati. Risultato: il Dna dei primi si è rivelato “migliore” di quello dei secondi, perché, da un punto di vista strutturale, la molecola mostra un livello di integrità maggiore. “Gli spermatozoi che non si legano all’acido ialuronico sono come Cd graffiati”, ha spiegato Huszar: “Sembrano integri, ma in realtà mancano di alcune informazioni”. 

         In una situazione ideale, riportano i ricercatori, l’ovocita sceglie naturalmente lo spermatozoo ottimale, permettendogli di entrare e bloccando gli altri. La fertilizzazione in vitro interferisce con questo processo. Utilizzando l’acido ialuronico come marker è come se a giudicare la qualità dello spermatozoo fosse di nuovo l’ovocita.

Fonte: “Spermatozoa bound to solid state hyaluronic acid show chromatin structure with high Dna chain integrity: an acridine orange fluorescence study

Italia: sempre più culle vuote. Le nascite diminuiscono

In Italia nascono sempre meno bimbi.
 E aumenta però il numero di decessi. 
E' allarme demografico nel nostro paese.




          Nel 2015, secondo i dati del Report Istat, la popolazione residente in Italia si riduce di 139 mila unità (-2,3 per mille). Al 1° gennaio 2016 la popolazione in Italia è di 60 milioni 656 mila residenti. Gli stranieri sono 5 milioni 54 mila e rappresentano l'8,3% della popolazione totale (sono aumentati di 39 mila unità).
 
Diminuiscono le nascite
 
          Per il quinto anno consecutivo si abbassa la fecondità femminile. Siamo giunti a 1,35 figli per donna. Nel 2015 le nascite sono diminuite di 15.000 unità. In totale sono state 488 mila. E' un nuovo minimo storico dall’Unità d'Italia.
 
          Sale anche l'età media delle madri al parto. Si attesta intorno ai 31,6 anni. 
           Nel 2015 sono aumentati i decessi, ecco perché
 
          I morti nel 2015 sono stati 653 mila nel 2015 (+54 mila). Un tasso di mortalità più alto tra quelli misurati dal secondo dopoguerra in poi.

 
          In particolare, l'aumento di mortalità risulta concentrato nelle classi di età molto anziane (75-95 anni). Ma come mai sono aumentati i decessi? Come spiegano sul sito Istat: "Il picco è in parte dovuto a effetti strutturali connessi all’invecchiamento e in parte al posticipo delle morti non avvenute nel biennio 2013-2014, più favorevole per la sopravvivenza."  
 
          Minore anche la speranza di vita alla nascita. Per gli uomini è 80,1 anni (da 80,3 del 2014), per le donne  84,7 anni (da 85).
 
          Aumenta l'età media della popolazione. E' 44,6 anni.
Fonte http://www.nostrofiglio.it/news/italia-sempre-piu-culle-vuole-le-nascite-diminuiscono

Lui ha 15 anni più di me. E siamo felici con la nostra bambina

          Quando avevo 15 anni, mi fidanzai con un ragazzo. Trascorremmo cinque anni e mezzo assieme. Di questi anni, oggi ricordo che stetti bene solo per qualche mese all'inizio della relazione. Io, da idiota e innamorata, come credevo di essere,  cercavo e mi sforzavo in tutti i modi di far andare bene la storia.
 
          Invece, lui mi trattava male, io soffrivo, lui alzava le mani e io lo perdonavo. Finché un giorno nel posto in cui lavoravo ci fu una "rivoluzione" con una squadra esterna di lavoro. Notai  presto che uno del gruppo mi faceva "il filo".

 
          In quel periodo avevo lasciato il mio ragazzo. Era già successo altre volte durante quell'anno. Quest'uomo appena conosciuto mi chiese di uscire. Aveva i capelli bianchi. "Chissà quanti anni avrà, io al 'vecchio' non voglio dare confidenza", pensavo.
 
          Scoprii che aveva 15 anni più di me. Iniziammo ad uscire e il rapporto tra noi due andava bene come se ci conoscessimo da una vita. iniziai a convincermi che lui fosse la persona giusta per me. Non esitai a chiudere la storia con il mio ex.
 
          Era il 2013. Avevo conosciuto lui a ottobre e il 16 novembre decidemmo di stare assieme ufficialmente. il 31 dicembre presi tutte le mie cose e mi trasferii da lui, cambiando provincia. Lui ha una bimba di cinque anni, alla quale mi affezionai subito, come se fosse mia figlia.
 
          Scoprii in seguito che i suoi "capelli bianchi" erano dovuti alla perdita prematura di sua madre e alla storia finita male con la sua ex moglie. il 1° giugno purtroppo morì anche suo padre, mio suocero. Fu un altro dispiacere, che fu alleviato, se posso dire così, dalla scoperta, due settimane dopo, della mia gravidanza.
 
          Aspettavo un bimbo ed ero di 10 settimane. Subito feci l'ecografia, c'era la camera gestazionale ma non si vedeva nessun cuore battere. Fu una delusione, ma sentivo che non poteva essere vero. Sentivo che c'era qualcosa in me che stava cambiando.
 
          Piano piano passarono i mesi e in realtà il cuoricino c'era e cresceva! Nel mese di settembre 2014 ebbi una minaccia di aborto. Al sesto mese ebbi un'altra minaccia di aborto e al settimo iniziarono le contrazioni. Un giorno andai a fare una passeggiata a circa 200 km da casa e le contrazioni iniziarono proprio in quel dì, alle 15 circa.
 
          Strinsi i denti e feci finta di niente. Lo dissi al mio compagno alle 18 mentre tornavamo a casa. Lui mi portò in ospedale, dove arrivammo tra una cosa e l'altra alle 23.
 
          Fui ricoverata in ospedale per un mese. Alla trentanovesima settimana più 2 giorni, dopo due ore di travaglio, nacque la mia piccola Emma. Proprio lo stesso giorno del compleanno di mia mamma. Non sempre la strada vecchia è meglio di quella nuova.

di mamma Jessica (storia arrivata alla pagina Facebook di Nostrofiglio.it)