domenica 30 settembre 2018

In Italia 13.582 i nati dalla fecondazione assistita

        La fecondazione assistita è sempre più diffusa in Italia: aumentano i nati vivi e cresce il numero delle coppie che vi ricorrono. Resta però piuttosto basso il rapporto tra cicli iniziati ed esito positivo. I dati, aggiornati al 2016, sono contenuti in una relazione a firma del ministro della Salute, Giulia Grillo.

Картинки по запросу In Italia 13.582 i nati dalla fecondazione assistita        Il grafico in apertura mostra il numero dei cicli iniziati ogni anno (colonna rossa) e il numero dei bambini nati vivi nello stesso periodo (colonna azzurra) grazie alla fecondazione assistita. La linea viola, invece, indica la percentuale dei nati vivi sul totale dei cicli iniziati: il tasso di buona riuscita va dal 12 al 13%.

IN ITALIA 97.656 TENTATIVI
        La buona notizia è che nel 2016 è stato registrato un triplo piccolo record: il primo è che sono stati 13.582 i neonati nati vivi dopo una gestazione medicalmente assistita, a seguito di, secondo record, 97.656 cicli iniziati. Fatti i conti, il tasso di riuscita è del 13,91%, terzo record.

        I dati, spiega il ministero, considerano tutte le tecniche, omologa ed eterologa, sia di I livello (inseminazione), che di II e III livello (fecondazione in vitro). La crescita, viene sottolineato, è fondamentalmente correlata alla fecondazione eterologa e alle tecniche omologhe con crioconservazione dei gameti. Diminuiscono invece le coppie, i cicli iniziati e i nati da tecniche che prevedono la fecondazione in vitro.

L’ETÀ DELLE DONNE
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        Resta costante l’età media delle donne che si sottopongono a tecniche omologhe a fresco: 36,8 anni; (i dati più recenti pubblicati dal registro europeo danno per il 2013 un’età media di 34,8 anni). Si conferma l’aumento progressivo delle donne con più di 40 anni che accedono a queste tecniche: sono il 35,2% nel 2016, erano 20,7% del 2005. Nella fecondazione eterologa l’età della donna è maggiore se la donazione è di ovociti (41,4 anni) e minore se la donazione è di seme (35,2). La maggiore età di chi accede alla “eterologa femminile” (rispetto all’omologa) sembra indicare che questa tecnica sia scelta soprattutto per infertilità fisiologica, dovuta appunto all’età della donna, e non per patologie specifiche.

QUANTI NATI DALLA FECONDAZIONE ASSISTITA
        Ma qual è l’apporto alla natalità della fecondazione assistita? Come Truenumbers ha spiegato in questo post, in Italia, da alcuni anni, il numero dei bambini nati vivi è sempre in calo. Nel 2016, anno di riferimento dello studio del ministero della Salute, i nati erano stati 473mila.Vuol dire che la fecondazione assistita contribuisce al totale delle nascite in Italia per circa il 2,8% del totale.


Fonte: Ministero della Salute

Vulvovaginite e vaginosi: cosa sono?

Problemi intimi
        La vagina rappresenta insieme alla vulva (complesso dei genitali esterni) l'ultimo tratto dell'apparato genitale femminile, una sorta di cavità virtuale che mette in comunicazione l'interno con l'ambiente esterno. Oltre alla sua funzione di accoglienza dell'organo maschile durante il rapporto sessuale e a quella di fuoriuscita del feto durante il parto, la vagina ha anche la funzione di proteggere la donna da "aggressioni" da parte di patogeni esterni che, senza questa naturale barriera protettiva, potrebbero penetrare all'interno dell'organismo, provocando conseguenze ben più gravi, a partire da situazioni di vulvovaginite e vaginosi.

        Nel corso degli anni di vita della donna, la vagina, sterile fino alla nascita, viene colonizzata da microorganismi che vanno a costituire la cosiddetta "microflora endogena", normalmente presente in un equilibrio dinamico, ovvero influenzabile da vari fattori interni ed esterni e quindi in continuo cambiamento.

        Se questo vero e proprio "ecosistema vaginale" venisse in qualche modo compromesso, si assisterebbe al passaggio dalla fisiologia alla patologia, come avviene appunto durante l'insorgenza delle vaginiti (che spesso diventano vulvovaginiti) e delle vaginosi.

        I Lattobacilli acidofili rappresentano circa il 95% di questa flora durante l’età fertile della donna e hanno la funzione di mantenere un ambiente vaginale acido, ostile alla colonizzazione di patogeni esterni e nello stesso tempo di limitare la crescita incontrollata di altri organismi presenti in vagina in minime quantità ma potenzialmente dannosi. Alcuni ceppi producono inoltre perossido di idrogeno, sostanza che risulta tossica per un gran numero di specie batteriche, e sono in grado di interferire con l'adesività dei patogeni alle pareti vaginali.

Vaginite o vulvovaginite

        Con il termine di vaginite ci si riferisce ad un  processo infiammatorio a carico della vagina, con frequente coinvolgimento anche della vulva, tanto è vero che in genere si preferisce parlare di vulvovaginite.

        Si riconosce facilmente in quanto sono sempre presenti sintomi irritativi come prurito, bruciore, calore, fastidio fino a talvolta anche dolore. A livello oggettivo locale è facile riscontrare gonfiore ed arrossamento locale e la comparsa di secrezioni vaginali anomale o maleodoranti.

        A volte si tratta di forme su base allergica o traumatica, oppure da esposizione ad agenti irritanti, oppure sono forme secondarie a malattie dermatologiche.

        La causa infettiva è però riscontrabile in almeno la metà delle donne che riportano questi sintomi e segni e nella quasi totalità delle donne che presentano questi disturbi in età fertile.

        Le vaginiti batteriche in particolare rappresentano la maggioranza ed il loro riscontro è in continuo aumento nella popolazione rappresentando, se non il primo, uno dei motivi per cui più frequentemente le donne si rivolgono al ginecologo.

        Se tempestivamente diagnosticate e curate, esse sono in genere risolvibili in tempi brevi e non lasciano particolari conseguenze.

Vaginosi

        Quando si parla di vaginosi invece ci si riferisce ad una condizione in cui spesso non sono presenti quei sintomi infiammatori menzionati prima, che invece caratterizzano le vulvovaginiti.

        Si tratta di un'affezione vaginale comune nelle donne in età fertile ed è provocata da un batterio di nome Gardnerella vaginalis. Quando l'infezione da Gardnerella si manifesta con sintomi infiammatori eclatanti, allora si può parlare di vaginite batterica anzichè vaginosi (che in genere come termine si ritrova nei referti dei pap test in molte donne asintomatiche).

        La vaginosi riflette senz'altro una radicale alterazione dell'ecosistema vaginale con un sovvertimento quantitativo delle specie microbiche presenti in vagina. I lattobacilli sono infatti notevolmente ridotti o assenti, mentre predominano a concentrazioni superiori al normale batteri come la Gardnerella e altri anaerobi obbligati (cioè batteri che vivono in assenza di ossigeno). Ne consegue un innalzamento del pH vaginale che favorisce ulteriormente la proliferazione di questi batteri.

        Non è ancora perfettamente chiaro il meccanismo per cui insorga una vaginosi; sicuramente lo stile di vita incide, a partire dal comportamento sessuale ed igienico e dallo stato immunitario della donna.

        La presenza di Gardnerella si associa spesso alla presenza di perdite maleodoranti in assenza di altri sintomi.

Come curare vaginite e vaginosi

        Mentre il riscontro di batteri generici o vaginosi al pap test può anche non essere trattato se la donna non ha sintomi, una vaginite dovrebbe sempre essere trattata con preparati locali o farmaci da assumere per via orale.

        Farmaci come il metronidazolo e la clindamicina sono attualmente i più utilizzati per debellare la Gardnerella e trattare le vulvovaginiti batteriche; bisogna ricordare alle donne di non bere alcolici durante l'assunzione di metronidazolo per bocca, per non incorrere nell'"effetto antabuse", ovvero un effetto collaterale che si manifesta con un’improvvisa vampa di calore e l’arrossamento del viso.

        Il partner dovrebbe essere trattato con la stessa terapia se anche lui fosse sintomatico, o nei casi di persistenza o ricorrenza della vaginite da parte della donna.

        Al di là della terapia da fare in fase acuta, molto importante è cercare di prevenire le recidive, mantenendo un corretto stile di vita e buone norme igieniche e tenendo “alte” le difese immunitarie.

        Ripristinare la giusta quantità di lattobacilli in vagina è senz'altro utile per ripristinare le difese locali ed il pH ottimale, come anche l'uso di perossido di idrogeno o preparati simili che rilasciano ossigeno in vagina creando condizioni sfavorevoli alla replicazione dei batteri anaerobi.

Fonte https://lines.it/ginecologia/candida-e-problemi-intimi/vulvovaginite-e-vaginosi-cosa-sono

FERTILITÀ: COME DIFENDERSI DAI “KILLER INVISIBILI”

        La prevenzione dell’infertilità – secondo il Piano Nazionale del Ministero della Salute – passa attraverso l’identificazione precoce e la cura di patologie quali ad esempio per la donna l’endometriosi, la sindrome dell’ ovaio policistico e per il maschio tutte quelle problematiche che influiscono sulla produzione di sperma, nonché per entrambi, la protezione da malattie a trasmissione sessuale.

Картинки по запросу FERTILITÀ
        Una parte importante di prevenzione si gioca sui fattori che ogni individuo può modificare: uno stile di vita sano e un’alimentazione corretta.

         Evitare fumo ed alcol, fare attività fisica, nutrirsi in modo appropriato e bilanciato rispetto ai propri fabbisogni, sono comportamenti virtuosi e protettivi non solo per una coppia che decide di avere dei figli ma anche da attuare e trasmettere ai bambini per ridurre il rischio di infertilità nella loro vita adulta.

        L’alimentazione equilibrata che sta ottenendo il maggior numero di consensi è quella mediterranea, declinata in diversi modi ma che in comune ha la presenza basilare di frutta e verdura, legumi e cereali integrali, semi e frutti oleaginosi e una presenza calibrata di proteine animali la cui fonte prevalente dovrebbe derivare dal pesce e prodotti ittici. Una dieta di questo tipo risulta essere naturalmente ricca in antiossidanti e in vitamina D, le cui carenze si associano in particolare a difficoltà riproduttive.

FATTORI CHE INFLUENZANO LA FERTILITÀ – INFERTILITÀ

Tabella fertilità

        I consigli alimentari presenti nell’articolo non sono da intendersi sostitutivi di un piano alimentare personalizzato e sono da adattare ai casi specifici.

Bibliografia

(1) Ministero della Salute. Piano Nazionale per la Fertilità. “Difendi la tua fertilità, prepara una culla nel tuo futuro”. Maggio 2015.

(2) Sharpe R.M., Franks S. Environment, lifestyle and infertility – an inter-generational issue. Nature Cell Biology & Nature Medicine.

IPEREMESI GRAVIDICA, QUANDO LA NAUSEA È UN INCUBO: IL RACCONTO DI 5 MAMME

Картинки по запросу NAUSEA IN GRAVIDANZA: QUANDO ARRIVA E COME COMBATTERLA
           Dicono: poi passa. Ma non è sempre così. E per alcune donne in gravidanza la sensazione di nausea è una costante sgradita, invadente e debilitante al punto da pregiudicare la vita quotidiana e diventare una vera e propria patologia, chiamata iperemesi gravidica. La sperimenta circa 1 donna su 100 e no, non è un disturbo da sottovalutare.

          L’iperemesi gravidica si manifesta con nausea particolarmente forte e si accompagna a episodi di vomito frequente, stanchezza e perdita di peso. Non è scatenata da odori o sapori particolari e può essere forte al punto da limitare l’autonomia della futura mamma, che può essere costretta a rinunciare alle normali attività: ne soffre anche Kate Middleton, e Kensington Palace aveva annunciato il ritiro della Duchessa di Cambridge dagli impegni istituzionali per buona parte della sua terza gravidanza, in modo da consentirle l’assoluto riposo di cui aveva bisogno.

          Compare in genere intorno al secondo mese di gravidanza per scomparire verso il quarto mese, ma alcune donne la sperimentano per un periodo di tempo più lungo. Le cause dell’iperemesi gravidica sono ancora poco chiare: in gran parte sembrano legate alla produzione dell’ormone Beta hCG e all’influenza di fattori psicologici, ancora non del tutto individuati. Si tratta di una patologia potenzialmente pericolosa, dal momento che la perdita di peso e la carenza di sostanze nutritive dovute al vomito unite alla difficoltà di alimentarsi in modo sufficiente possono essere dannose per la salute della mamma e per lo sviluppo del bambino. Per questo è importante rivolgersi al medico, che in alcuni casi può prescrivere il ricovero in ospedale per reintegrare l’assunzione di sostanze nutritive e monitorare la gravidanza.


          Sul nostro forum alcune donne che hanno sofferto di iperemesi gravidica hanno raccontato la propria esperienza confrontandosi sui sintomi, sulle cure prescritte e sui rimedi utili per combatterla. Racconta Mariangela:

Ricoverata per un mese per iperemesi gravidica mi alimentavo con il sondino e la sacca in vena, non bevevo nemmeno più. Mi fu prescritto il Plasil non so quante volte al giorno. Riuscii ad uscire dall’ospedale, ma non a stare meglio. Il trucco in realtà sta nel cercare di non vomitare, più vomiti e più hai la nausea, oltre a creare lesioni all’esofago, (vomitavo sangue oramai), se cerchi di ributtare giù ciò che risale (lo so, è disgustoso) riesci un po’ ad uscire dal tunnel.

Anche per Annalisa la gravidanza è stata tutt’altro che una passeggiata:

Mia sorella gemella è all’ottava settimana di gravidanza e sta passando lo stesso incubo che ho passato io: grave iperemesi gravidica. Sto rivivendo l’incubo con lei. Ricordo ancora i giorni passati a letto in preda ai conati di vomito, nemmeno riuscivo ad alzarmi dal letto.

Come lei anche altre donne soffrono del disturbo, che pregiudica la loro vita quotidiana e può provocare malessere psichico, in aggiunta a quello fisico:

Purtroppo son stata parecchio male per iperemesi gravidica, sono stata anche ricoverata per disidratazione, non riuscivo né a mangiare né a bere. Ora sono sotto farmaci, parecchio pesanti, mi fanno dormire parecchio e dovrebbero non farmi vomitare, dico dovrebbero perché comunque non è che stia così bene, ho la nausea tutto il giorno e basta poco per correre in bagno. Questa gravidanza, almeno per ora, non me la sto godendo per niente, sono parecchio giù di morale anche perché in questo stato non riesco a seguire la mia bambina più grande, per fortuna mio marito e i nonni mi danno una mano, altrimenti non so come farei, sono fissa a letto.

Un’altra donna scrive:

Per la mia ultima gravidanza ho fatto due ricoveri per iperemesi gravidica. Non riuscivo a bere e mangiare nulla e vomitavo di continuo, non avevo nulla in corpo. Mi alimentavano e idratavano con le flebo.

Alla sua testimonianza si aggiunge quella di un’altra mamma che ha sperimentato il disturbo:

Ho sofferto di iperemesi nella prima gravidanza e ho iniziato a stare meglio dal sesto mese, purtroppo sono stata ricoverata per reidratarmi e la mia vita finché le nausee non hanno accennato a diminuire è stata molto difficile. Sono sicura che solo chi prova a stare male come noi possa capire. Io riuscivo a sopravvivere per un certo periodo di tempo solo dopo essere stata qualche giorno sotto flebo. Ho quasi la certezza che senza un aiuto non se ne possa uscire da sole.

Fonte http://www.gravidanzaonline.it/malattie/iperemesi-gravidica-quando-la-nausea-mattutina-e-un-incubo.htm

Pesticidi e fertilità femminile: ci sono legami molto forti

        Dei ricercatori di Harvard hanno pubblicato sulla rivista JAMA Internal Medicine i risultati di una loro indagine che mette in relazione infertilità femminile e pesticidi.

        L’indagine è stata effettuata su un campione di 325 donne dai 18 ai 45 anni, che si erano rivolte al Massachusetts General Hospital per ricevere dei trattamenti contro la sterilità con tecnologia riproduttiva assistita. Secondo i risultati della ricerca, le donne che mangiano ogni giorno 2 o più porzioni di frutta e verdura con alti livelli di pesticidi hanno il 18% in meno di probabilità di iniziare una gravidanza e una probabilità maggiore del 26% di avere un aborto spontaneo.

Картинки по запросу Pesticidi e fertilità femminile        Gli studiosi si sono rifatti al report dell’US Department of Agriculture’s Pesticide Data Program che misura la presenza di sostanze tossiche negli alimenti in commercio negli Stati Uniti e che ha identificato fra i prodotti ortofrutticoli con una percentuale maggiore di pesticidi fragole, pesche, spinaci e peperoni mentre fra quelli dove il livello di pesticidi è basso si trovano avocado, cipolle, prugne secche, mais e succo d’arancia.

        A questo punto gli scienziati,  attraverso dei questionari hanno rilevato le abitudini alimentari del campione di donne, oltre che altri dati come altezza, peso, salute, integratori assunti e altre informazioni pertinenti, hanno profilato le donne e ne hanno monitorato il consumo di vegetali più o meno contaminati da pesticidi.

        Il risultato è stato eclatante: le donne che mangiavano più di 2 porzioni di prodotti ortofrutticoli con maggiore presenza di pesticidi avevano il 26% di probabilità in più di non portare a termine la gravidanza rispetto a chi ne mangiava meno. I ricercatori hanno dunque concluso che esiste una relazione tra pesticidi, fertilità e aborto spontaneo. Un dato che deve far riflettere, anche alla luce del fatto che uno dei consigli che le donne incinta si sentono dare è quello di consumare più frutta e verdura. Il suggerimento resta valido, ma bisogna prestare attenzione a stare alla larga dai prodotti più contaminati.

Fonte https://dilei.it/salute/pesticidi-e-fertilita-femminile-ci-sono-legami-molto-forti/515258/

sabato 29 settembre 2018

Trattamenti estetici in gravidanza. Quali evitare e quali si possono fare?

Trattamenti estetici in gravidanza. Quali evitare e quali si possono fare?       In linea di massima, sono davvero tanti i trattamenti estetici che si possono fare anche durante la gestazione, senza alcun timore per la salute del piccolo, l’importante è mantenere sempre il buonsenso e il senso di responsabilità.

Vediamo quali sono i trattamenti sicuri nel corso della gravidanza.


  • Manicure e pedicure. possono essere tranquillamente eseguiti anche in gravidanza. L’importante è che gli strumenti con i quali vengono eseguiti siano sempre adeguatamente sterilizzati, il che significa che bisogna rivolgersi a centri specializzati e sicuri che garantiscano l’igiene. È possibile anche mettersi lo smalto o fare la ricostruzione con gel, purché si stia in una stanza aerata. Si raccomanda sempre di specificare a chi esegue il trattamento che si è in stato di gravidanza.
  • Idromassaggio. Si tratta di una pratica estremamente rilassante, che aiuta anche l’attivazione della circolazione sanguigna e del sistema linfatico. Bisogna semplicemente fare attenzione ad evitare i getti di acqua troppo forti, soprattutto verso il ventre, che dovrebbe restare protetto.
  • Sarebbe meglio evitare la sauna e tutti i trattamenti che alternano acqua calda e fredda bruscamente, perché possono essere traumatici per il bambino.
  • Massaggi. Il massaggio, se eseguito dai professionisti, è sempre sicuro ed anzi è un toccasana per le gambe provate dalla gravidanza. Nei primi tre mesi di gestazione sarebbe meglio evitare l’uso di oli essenziali durante i massaggi. In particolare banditi assolutamente per tutti e nove i mesi di gestazione sono gli oli a base di menta piperita, rosmarino, salvia e gelsomino che possono provocare contrazioni dell’utero.
  • Docce e lettini solari. L’esposizione al calore che si verifica durante questi trattamenti non è il massimo durante la gravidanza. Bisogna quindi evitare con cura i lettini solari e le docce solari.
  • Epilazione permanente e laser a luce pulsata. Nel corso della gravidanza sarebbe meglio non sottoporsi a sedute di questo tipo.
  • Trattamenti dei capelli. Le colorazioni utilizzano delle sostanze chimiche e potenzialmente tossiche per il feto. Attraverso il cuoio capelluto queste sostanze possono arrivare fino alla placenta: è meglio quindi evitare le tinture dei capelli, a meno che non siano del tutto a base naturale. Meglio comunque fare massima attenzione e premunirsi di avvertire chi esegue il trattamento che si è in stato di gravidanza.
  • Creme per il corpo. Cercate di evitare le creme per il corpo a base di caffeina e di alghe, mentre vanno bene quelle naturali come a base di mandorla. Usate solamente creme sicure e se avete dei dubbi, chiedete sempre al medico.

       In generale quindi il buonsenso e l’attenzione sono elementi di fondamentale importanza per mantenere la cura della bellezza del corpo anche durante la gestazione. Bisogna cercare di evitare trattamenti che potrebbero danneggiare il feto, e soprattutto attenzione alle creme, alle lozioni che utilizzate e ai trattamenti che chiedono l’uso di prodotti specifici: specificate sempre che siete in stato di gravidanza e controllate i prodotti usati. Ce ne sono di molto moderni creati appositamente per permettere alle donne in gravidanza di poter continuare a prendersi cura del loro corpo.

Fonte http://mammaoggi.it/trattamenti-estetici-in-gravidanza-quali-evitare-e-quali-si-possono-fare/

Si possono avere rapporti con la candida?

rapporti con la candida         Candida e rapporti sessuali: quanti dubbi! Anche se stiamo parlando di una delle infezioni genitali femminili più comuni in assoluto, infatti, dobbiamo dire che spesso la cura non viene gestita al meglio – un po’ perché i suoi sintomi sono facili da riconoscere e questo induce all’autoprescrizione di medicinali, e un po’ perché spesso basta davvero poco per scatenare delle recidive che diventano difficili da combattere. In particolare, anche se non si tratta di una malattia sessualmente trasmissibile in senso stretto, avere rapporti sessuali non protetti mentre è in corso un’infezione da candida potrebbe scatenare un “effetto ping pong” tra i due partner (perché la candida può colpire anche l’uomo).

La candida si trasmette con i rapporti sessuali?

         La candidosi è un’infezione micotica provocata da un fungo saprofita normalmente presente nella flora microbica dell’organismo umano, nel tratto gastrointestinale e orale oltre che nella vagina. In condizioni particolari si verifica un’attivazione endogena dell’infezione, ovvero il fungo prolifera in maniera eccessiva, scatenando una serie di fastidiosi sintomi. Può succedere in tutte quelle situazioni in cui il sistema immunitario o la normale flora batterica sono alterati, ad esempio a causa di stress psico-fisico o in seguito all’uso di medicinali antibiotici, oppure in caso di malattie croniche come il diabete, che influisce sul metabolismo degli zuccheri - che sono il nutrimento prediletto di questi funghi. Anche l’elevata concentrazione di estrogeni è una condizione che può favorire la proliferazione della candida, motivo per cui questa infezione colpisce prevalentemente le donne in età fertile.

         Non significa però che gli uomini siano immuni all’infezione da candida: se la propria partner ha problemi di candida recidiva, infatti, è molto più probabile che anche i genitali maschili possano presentare una colonizzazione asintomatica da candida. Quando il fungo inizia a proliferare oltre la norma, si manifesta con prurito e piccoli puntini rossi sul pene. In questi casi, anche l’uomo deve essere sottoposto a cure mediche per evitare recidive e soprattutto evitare di ripassare l’infezione alla partner.

         La candida infatti si può trasmettere con l’uso condiviso di asciugamani o indumenti, ma anche attraverso i rapporti sessuali. Il contatto tra le mucose infette durante la penetrazione può essere veicolo di trasmissione, ma non solo: poiché i funghi si trovano anche nel cavo orale e nel tratto gastrointestinale, possono essere veicolo di trasmissione anche i rapporti orali e anali. C’è poi un altro aspetto a cui prestare attenzione: la candida si può contrarre anche per autoinfezione se la zona vulvare viene in contatto con la zona anale, cosa che può avvenire durante il contatto sessuale oltre che con l’igiene intima (se ci si pulisce con un gesto che va dall’ano verso la vagina).

Sintomi di candida e rapporti sessuali

Картинки по запросу candida         Non sempre il quadro è così specifico e accentuato (anche perché esistono diversi tipi di candida), ma tra i sintomi che si manifestano più spesso quando la candida colpisce la vagina ci sono le caratteristiche perdite vaginali bianche e corpose, inodori, simili alla ricotta, e sensazioni di fastidio che possono sfociare in prurito intimo, localizzato sia esternamente che internamente ai genitali, bruciore e dolore durante o dopo i rapporti sessuali. Sui genitali esterni, che appaiono più gonfi e arrossati, possono formarsi lesioni da grattamento. Ed ecco che ci stiamo avvicinando al nocciolo della questione “candida e rapporti sessuali”.

         Nel momento in cui si manifesta la fase acuta dell’infezione, è la sintomatologia stessa che può indurre all’astinenza: nella donna, causa dolore intimo all’inizio della penetrazione e dopo il rapporto, anche perché le microabrasioni della mucosa vaginale che possono essere causate dall’azione meccanica si infiammano particolarmente con la candida; per l’uomo, invece, la penetrazione può diventare fastidiosa a causa dell’irritazione del glande, che si manifesta con bruciore, prurito insistente e desquamazione.

Cura della candida e rapporti sessuali

         Nel momento in cui la diagnosi di candida è certa si inizia la terapia farmacologica, che nei casi più semplici prevede l’assunzione di farmaci antimicotici per 3-7 giorni solo da parte del partner infetto. Durante questi giorni, o fino a quando i sintomi della candida non saranno del tutto scomparsi, è consigliabile astenersi dai rapporti sessuali. In caso di recidive, invece, la terapia prevede l’assunzione di antimicotici per più tempo oppure l’aggiunta di altri preparati come l’acido borico; deve essere trattato anche il partner, seppur asintomatico.

         Per prevenire recidive, l’uso del preservativo è fondamentale per evitare che si instauri quello che viene definito “effetto ping pong”, ovvero la continua riattivazione dell’infezione tra partner che ne sono portatori. In questo contesto, è particolarmente importante che venga indossato fin dalle prime fasi del rapporto (per ogni tipo di rapporto, che sia vaginale, orale o anale) affinché svolga efficacemente la sua azione di barriera, prestando attenzione anche a quanto detto in precedenza per evitare che il contatto sessuale diventi veicolo di autoinfezione. Nota a margine: l’uso della pillola anticoncezionale non sembra influire sull’incidenza della candida, per cui continuare ad assumerla in aggiunta al preservativo oppure sospenderla resta una decisione assolutamente personale.

Altri consigli utili in caso di candida
       
         Oltre alla terapia prescritta dal ginecologo, ci sono alcune buone abitudini da adottare per alleviare i sintomi della candida, favorire la guarigione e prevenire recidive. Per quanto riguarda l’igiene intima, è utile fare dei lavaggi con acqua e bicarbonato di sodio, che aiuta a ristabilire un ambiente meno favorevole alla proliferazione del fungo. In seguito, proseguire lavandosi una sola volta al giorno (perché anche farlo troppo spesso può diventare dannoso) con un detergente delicato, e asciugarsi bene nelle pieghe, cambiando spesso l’asciugamano o utilizzando salviette di carta usa e getta. Attenzione anche a pulirsi sempre dalla vagina verso l’ano (mai viceversa!). Meglio evitare di indossare biancheria di tessuti sintetici e prediligere cotone o altre fibre naturali; evitare anche di indossare slip e indumenti troppo aderenti, che possono ostacolare la naturale traspirazione della pelle e creare un ambiente umido, in cui la candida, come tutti i funghi del resto, prolifera maggiormente.

         Considerando il fatto che questi microorganismi si nutrono di zuccheri, la candida si combatte anche a tavola, limitando il più possibile la quantità di zuccheri raffinati e lieviti presenti nella propria dieta. Pizza e dolci lievitati, caramelle, vini e alcolici dovranno diventare “sgarri” da concedersi una tantum, in chi sta cercando di combattere contro questo microrganismo, mentre verdura, frutta poco zuccherina, cereali integrali, yogurt e fermenti lattici sono gli alimenti da preferire.

         Per prevenire la recidiva della candida, bisogna prestare attenzione a mantenere alte le difese immunitarie e in buono stato la flora batterica. Cicli di echinacea o complessi vitaminici dovrebbero essere di routine in periodi come il cambio di stagione o quando si è sottoposte a maggiore stress. Integratori di lattobacilli, da prendere per bocca o per via vaginale per alcune settimane, sono invece utili per ripopolare la flora vaginale e intestinale di validi “controllori” che tengono a bada la proliferazione del fungo.

Fonte https://lines.it/ginecologia/candida-e-problemi-intimi/si-possono-avere-rapporti-con-la-candida

SISTEMI DI COLTURA EMBRIONALE

         Lo sviluppo di nuove tecnologie nell’ambito della fecondazione in vitro è costante, e i cambiamenti più importanti sono avvenuti proprio nei sistemi di coltura.Ad oggi sono stati sviluppati mezzi di coltura embrionaria che hanno una composizione che deriva dallo studio delle sostanze presenti nel liquido tubarico ed uterino, i luoghi dove avviene la fecondazione e l’impianto embrionario.


         Esistono infatti gradienti di sostanze quali zuccheri e amminoacidi, che hanno importanti azioni sul metabolismo embrionario, e solo con un loro corretto e attento dosaggio nei mezzi di coltura si possono avere le condizioni ideali per lo sviluppo dell’embrione.

coltura embrione         Lo sforzo maggiore che viene impiegato dal laboratorio per la fertilizzazione in vitro (IVF) è quello di riuscire a ridurre al massimo lo stress metabolico dei gameti/embrioni utilizzando oltre ai mezzi di coltura sopra descritti, anche sistemi per il mantenimento della temperatura e del pH delle soluzioni che vengono utilizzate in laboratorio.

         Il mantenimento della temperatura è molto importante: anche un piccolo abbassamento può portare ad alterazioni molto gravose per l’architettura cellulare; basti pensare che uno scostamento di 2°C in meno rispetto ai 37°C decondensa la piastra metafasica, ovvero il sistema microtubulare che durante la fertilizzazione organizza e separa correttamente i cromosomi.

         Per mantenere la temperatura controllata si utilizzano una serie di strumenti e piani termostatati che devono garantire una temperatura costante durante tutte le fasi di manipolazione dei gameti/embrioni.

         All’interno del laboratorio dovranno essere stati predisposti percorsi molto attenti che possano garantire pertanto un tale mantenimento di temperatura, accorciando al massimo i tempi di esposizione all’esterno degli incubatori degli embrioni.

         Considerazioni analoghe possono essere effettuate per ciò che riguarda il mantenimento del pH, ovvero dell’equilibrio elettrolitico tra il gamete/embrione e la soluzione di coltura.
Il pH è mantenuto a 7.2 (pH necessario per la coltura embrionaria) attraverso l’utilizzo di soluzioni tampone che sfruttano la capacità tamponante dello ione bicarbonato in equilibrio con la CO2 gassosa presente negli incubatori.

         Anche per questo motivo la ridotta esposizione alle condizioni esterne diventa fondamentale.

          Negli incubatori, ovvero gli strumenti che sono utilizzati per mantenere costanti temperatura e pH, le condizioni di coltura sono strettamente controllate, si ha una temperatura costante di 37°C ed una aumentata percentuale di CO2 che raggiunge il 5-6 %.

         Inoltre gli strumenti di ultima generazione, controllano anche la percentuale di ossigeno, e la riducono dal 21% dell’aria al 5-6 %, simulando la percentuale di ossigeno presente nei tessuti.

         Quest’ultimo parametro diventa fondamentale quando il laboratorio prevede di prolungare la coltura degli embrioni sino allo stadio di blastocisti.

          Solo con una ridotta percentuale di ossigeno si potrà avere un buono sviluppo della blastocisti. L’ossigeno presente in percentuali superiori al 10% nella coltura cellulare, riduce le percentuali di formazione e la qualità generale delle blastocisti, in quanto esso sviluppa specie reattive (radicali liberi) che possono danneggiare il sistema cellulare.

         La coltura ed il trasferimento di blastocisti associato ad un buon sistema di crioconservazione, rappresentano oggi lo stato dell’arte delle tecniche di procreazione medicalmente assistita.

          Il trasferimento di blastocisti ha permesso di aumentare le percentuali di successo di un singolo ciclo di PMA, riducendo le percentuali di gravidanze plurime con tutti i rischi ad esse connessi.

         Nel trasferimento di blastocisti la tendenza è quella di trasferire un solo embrione con una elevata capacità di impianto, gli altri embrioni formatisi, vengono crioconservati attraverso la tecnica della vitrificazione, che garantisce una ampia sopravvivenza allo scongelamento, ed eventualmente utilizzati in cicli successivi se il ciclo “a fresco” non dovesse andare a buon fine.

L’EFFICACIA DELLE TECNICHE DI RILASSAMENTO PER L’INFERTILITÀ

        L’infertilità – sia maschile che femminile – è una delle condizioni più stressanti in assoluto.

        Tutto si ripercuote ulteriormente sulla qualità della vita e sul benessere della stessa coppia, allontanando sempre di più le possibilità di una gravidanza.

        Ma se esiste davvero un legame di reciproca influenza tra stress e infertilità, allora ridurre le tensioni con tecniche di rilassamento può aiutare a contrastarla, aumentando così le probabilità di un concepimento?


        Alcuni recenti studi in merito, condotti a Boston, sono stati presentati al congresso sulla fertilità organizzato dall’American Society for Reproductive Medicine, tenutosi nella città di Atlanta.

sterilità
        I risultati della ricerca hanno evidenziato un’alta incidenza dello stress sulle possibilità di una gravidanza, e la possibilità di incrementare le probabilità di concepire un figlio intervenendo sulle cause di tensione emotiva e fisica.

        Si parla di infertilità quando la coppia non consegua il concepimento dopo almeno un anno di rapporti non protetti.

        Lo studio di Boston, condotto appunto su un campione variegato di coppie con problemi di infertilità, ha rivelato come i trattamenti di fecondazione assistita abbiano maggiori chance di concludersi con una gravidanza nelle donne che associano programmi di riduzione dello stress.

        Sottoposto a un ciclo di dieci sessioni di esercizi di rilassamento, mentale e fisico, il gruppo ha incontrato un incremento delle gravidanze del 50% al secondo tentativo di concepimento in vitro, contro il 20% del gruppo di controllo.

        I risultati dello studio di Boston sono sorprendenti, specialmente se confrontati con quelli di altre ricerche condotte nello stesso ambito da altri istituiti di ricerca.

         Risultati analoghi, li ha raggiunti la Isfahan Infertility Clinic iraniana, prendendo in considerazione un gruppo di 76 donne di età compresa tra i 18 e i 35 anni e colpite da difficoltà di concepimento.

        Il campione è stato sottoposto a 12 sessioni di rilassamento (6 prima dell’innesto dell’embrione in utero, 6 dopo l’impianto), basate su tecniche di controllo della respirazione e rilassamento muscolare guidato.

        Il gruppo sottoposto a queste particolari tecniche ha registrato un numero di gravidanze maggiore rispetto al gruppo di controllo, dimostrando come l’utilizzo di queste tecniche dello stress in fase di ricerca di una gravidanza, aumenti sensibilmente le possibilità di concepimento.


Fonti

– Relaxation boosts IVF success rate
– The effect of relaxation techniques to ease the stress in infertile women

NAUSEA IN GRAVIDANZA: QUANDO ARRIVA E COME COMBATTERLA

        Viene detta “nausea mattutina“, ma può comparire in ogni momento della giornata ed è generalmente più intensa a stomaco vuoto. Si tratta di uno dei più comuni e diffusi sintomi di gravidanza e interessa, secondo le stime, oltre il 70% delle donne che aspettano un bambino.

Картинки по запросу NAUSEA IN GRAVIDANZA: QUANDO ARRIVA E COME COMBATTERLA        Il disturbo inizia a manifestarsi solitamente intorno alla sesta settimana di gravidanza, ma alcune future mamme riferiscono di avere iniziato a soffrirne prima, altre più tardi. Per alcune donne la nausea in gravidanza non è solo fastidiosa ma è particolarmente forte e si accompagna a ripetuti episodi di vomito: in questo caso è consigliabile rivolgersi a un medico, poiché potrebbe trattarsi di una patologia nota come iperemesi gravidica, un disturbo particolarmente debilitante che può necessitare di cure specifiche e nei casi più gravi anche del ricovero in ospedale per evitare l’insorgere di gravi carenze nutrizionali dovute alla massiccia perdita di liquidi.

        Anche se accomuna la stragrande maggioranza delle donne in dolce attesa, la nausea gravidica non segue regole precise: può manifestarsi ad esempio durante l’arco dell’intera giornata e può durare diversi più giorni, oppure può comparire solo in determinati momenti, soprattutto quando la futura mamma è a stomaco vuoto, e poi passare.


LE CAUSE DELLA NAUSEA IN GRAVIDANZA
        A causare il disturbo contribuiscono diversi fattori: una delle cause dell’insorgere della nausea gravidica è innanzitutto la produzione dell’ormone della gravidanza, la gonadotropina corionica (noto come Beta hCG), a cui si somma poi l’aumento della produzione di estrogeni.

        Anche la carenza di vitamine come la B6 potrebbe essere correlata alla nausea in gravidanza. Le sue cause non sono però ancora del tutto individuate, come pure non è ben chiaro perché si manifesti in modo più accentuato in alcune donne rispetto ad altre.

QUANDO INIZIA LA NAUSEA GRAVIDICA
        Come anticipato, non esiste una “data” in cui le donne iniziano a soffrire della nausea in gravidanza, che può manifestarsi in momenti molto diversi. In genere la donna incinta può iniziare ad avvertire una sensazione di nausea già poco dopo il concepimento, dal momento cioè in cui inizia la produzione di Beta hCG.

        nausea tende a comparire tra la quinta e l’ottava settimana, e si affievolisce con l’ingresso nel secondo trimestre di gravidanza, intorno alla quattordicesima settimana. Si tratta di uno dei primissimi sintomi di gravidanza, ma alcune donne possono scambiarlo per uno dei sintomi che anticipano l’arrivo delle mestruazioni.

RIMEDI CONTRO LA NAUSEA GRAVIDICA
        Per combattere la sensazione di nausea esistono alcuni accorgimenti che si rivelano utili in molti casi, come il consumo di piccoli pasti frequenti a base di cibi secchi (cracker, biscotti, grissini) nell’arco della giornata, evitando di lasciare lo stomaco vuoto troppo a lungo.

        Curare con particolare attenzione i pasti principali può essere un metodo valido per rendere la nausea per quanto possibile meno fastidiosa: gli esperti consigliano di evitare cibi grassi e unti e di preferire alimenti freschi. Per alcune donne il disturbo si allevia anche bevendo bibite gassate come ginger, acqua tonica o limonata, evitando però le bevande troppo zuccherate, che possono avere conseguenze sulla salute del bambino, come dimostrano alcuni recenti studi scientifici.

nausea in gravidanza        Anche lo zenzero per alcune donne in gravidanza ha un effetto migliorativo del fastidio: si può assumere ad esempio tramite infuso, e oltre ad avere un profumo (e un sapore) gradevole può dimostrarsi un utile alleato nel contrastare la nausea.

        Per le donne che soffrono di iperemesi gravidica invece l’assunzione di cibi è particolarmente difficoltosa e può provocare perdita di peso e conseguenti carenze nutrizionali. In questo caso è importante rivolgersi al proprio medico, che saprà indicare i rimedi migliori per garantire la salute della mamma e del suo bambino.


Fonte http://www.gravidanzaonline.it/gravidanza/nausea-in-gravidanza.htm

venerdì 28 settembre 2018

PMA: NON CHIEDERMI “PERCHÉ”…

Картинки по запросу NON CHIEDERMI “PERCHÉ       Rispondere a chi insensibilmente ci rivolge queste domande, non è mai facile. Forse perché sono domande che, irrazionalmente, facciamo a noi stessi prima che chiunque le pensi ad alta voce. Forse perché esiste un certo “senso di colpa” nel non riuscire a portare a termine naturalmente l’atto più naturale e “semplice” del mondo…
       Sono domande che non si fanno mai a chi ha un figlio “normalmente”, ma ci si sente autorizzati a chiederlo a chi affronta un percorso già sufficientemente difficile e pesante senza l’aggravio di domande del genere. Eppure, fermarsi a riflettere prima di avere un bambino è qualcosa che tutti dovrebbero fare, per il benessere del bimbo che portano al mondo.

       E adottare, tutti possono farlo. Eppure sono ben poche le coppie senza problemi di sterilità che decidono di affrontare quest’altro “calvario” (e a queste poche va tutta la mia stima e ammirazione!). Ma queste domande si fanno solo a “noi”, gente sterile che vuole un figlio a tutti i costi..

       E allora lasciatemi rispondere, qui, pubblicamente e forse un po’ insolentemente…

“Ma perché vuoi un figlio a tutti i costi? Sei sicura di volerlo?”
Io non voglio un figlio a tutti i costi. Io vorrei accogliere una vita, per aiutarla crescere e diventare una persona consapevole, capace di amare, aperta alle esperienze.. un’anima in cammino, con il suo cammino diverso dal mio, degno di rispetto e libertà.
Per questo vorrei accogliere una vita.

Non perché mi “manca” qualcosa, ma perché per la prima volta nella mia vita mi sento completa, ho una relazione stabile e consolidata, e mi sento pronta a donarmi.
Io non voglio un figlio a tutti i costi. Se non verrà me ne farò una ragione e la mia vita continuerà.
Ma io sono pronta ad essere madre perché non ho bisogno d’altro per rendere completa me stessa. Io sono già “madre”, anche se non ho figli.

pma“Perché avete deciso di fare un percorso così pesante per la tua salute?”
Perché una madre non si ferma davanti a nulla per i suoi figli. Tanto meno davanti a punture ormonali, pick up dolorosi, transfer senza successo, test ed esami di ogni tipo.. attese interminabili e piene di paure e paranoie, rinunce.. all’immobilità se serve..
Una madre farebbe qualunque cosa per i suoi figli, anche ipotetici.
Quindi no, non mi pesa nulla di questo percorso perché sono madre “dentro” anche se ancora non sono madre “fuori”.

“Perché non adotti?”
Molto semplicemente: perché non sono pronta.
Se un giorno lo sarò, pur se avessi dei figli geneticamente miei, adotterei.
Ma adottare un figlio non è come andare al supermercato a prendere un litro di latte. Non lo si deve fare per colmare una propria esigenza o mancanza.

No, è l’atto di amore più assoluto e completo che due persone possano compiere.
Spero, lo spero davvero, un giorno di essere pronta a questo passo. Se e quando lo sarò, avessi pure già dei figli, percorrerò anche quel cammino.
Perché tutti possono adottare, se sono pronti.

        Ma prima di concludere, vorrei anche io fare una domanda a chi fa queste domande a me:
“perché non siete capaci di capire che ci sono percorsi di vita diversi dai vostri, ugualmente degni di rispetto, di comprensione, di accettazione?

       Perché ci chiedete “perché” quando la risposta alla vostra domanda è così ovvia e semplice che milioni di persone non se la pongono nemmeno?

Davvero, basta solo l’amore.

ATTENZIONE AI FARMACI CHE RIDUCONO LA FERTILITÀ E PROVOCANO IL CANCRO

       Il Tiocolchisoside è una molecola ad azione miorilassante ad azione centrale, usato nella terapia delle contratture muscolari. Viene comunemente utilizzato in caso di dolore muscolare di origine traumatica, sindromi dolorose post operatorie ed ipertono derivante da neuropatie (nevralgie cervicobrachiali, lombosciatalgie, …). Il principio attivo è stato molto utilizzato anche per il fatto di essere privo di effetti diretti sui muscoli respiratori e sulla funzionalità cardiovascolare. Studi di laboratorio avevano apparentemente dimostrato l’assenza di effetti diretti sullo sviluppo fetale e sulle capacità riproduttive.

       Una recente segnalazione effettuata dall’Agenzia del Farmaco Italiana (AIFA) ha però messo in evidenza i preoccupanti risultati di nuovi studi sperimentali. Secondo le ricerche, effettuate da una delle aziende farmaceutiche titolari di un’autorizzazione per l’immissione in commercio della molecola, uno dei metaboliti dalla degradazione del farmaco (la 3- demetilcolchicina) prodotto nell’organismo umano risulterebbe dannoso. Avrebbe infatti la possibilità di indurre mutazioni cromosomiche sulle popolazioni cellulari ad elevate capacità moltiplicative. In particolare sarebbe associato ad aneuploidia (anormale numero di cromosomi) in cellule esposte a concentrazioni di Tiocolchicoside sovrapponibili alle dosi terapeutiche raccomandate per l’uso. L’effetto dannoso si esplicherebbe in particolar modo sulla sfera riproduttiva, modificando il patrimonio genetico degli spermatozoi e delle cellule fetali. Al momento non si può escludere con certezza la possibile azione cancerogena.

       Il Comitato per i Prodotti Medicinali ad Uso Umano (CHMP) ha subito raccomandato delle restrizioni all’utilizzo del farmaco, limitando la dose massima e la durata del trattamento nelle formulazioni per uso orale o intramuscolare (dose orale massima di 8 mg ogni 12 ore con durata del trattamento non superiore a 7 giorni consecutivi e dose intramuscolare massima di 4 mg ogni 12 ore con durata del trattamento non superiore ai 5 giorni). Viene inoltre vietato l’utilizzo in corso di gravidanza ed allattamento.
       I prodotti destinati all’applicazione cutanea non sembrerebbero indurre la produzione della molecola incriminata e rimangono per ora al di fuori della limitazione di uso.
L’utilizzo della molecola dovrà comunque essere sottoposta ad una attenta valutazione medica.

        Ulteriori studi e comparazioni effettuate dal CHMP stabiliranno l’effettiva pericolosità del farmaco. In base al loro esito la Commissione deciderà se le attuali autorizzazioni al commercio potranno essere mantenute oppure dovranno essere modificate, sospese o addirittura revocate in tutta la Comunità Europea.


Fonte:

Raccomandazioni restrizioni d’uso per i medicinali a base di tiocolchicoside per uso orale e iniettabile

NASCERE IN ITALIA NEI TEMPI DELLA CRISI

         Natalità ai minimi storici e parti naturali ridotti a favore dei cesarei programmati (tradotto, è la struttura sanitaria che decide quando far nascere il vostro bambino in base all’agenda della sala parto e non il vostro bambino che sceglie quando veder la luce), sono solo alcuni indicatori. A completare il quadro già di per se pesante, un dato ancor più drammatico che vede la mortalità infantile nel Sud salire del 30%.

          Lo scenario che fa da sfondo a uno degli eventi più lieti della vita umana, si colora così di tinte fosche.

         Ma non è tutto, se consideriamo infatti che alcune ong, quali Save the Children, stanno conducendo progetti sul nostro territorio, allora il quadro si incupisce ancor di più.

          In sintesi, venire al mondo in Italia nel terzo millennio, sta diventando inaspettatamente (almeno fino a qualche anno fa) rischioso.

contatto         Gli esperti lanciano l’allarme: le nascite sono in costante diminuzione, il paese sarà sempre più vecchio (con buona pace dell’Inps che si troverà a pagare sempre più pensioni, con sempre meno forza lavoro attiva). Del resto quando precarietà lavorativa, problematiche sociali, congiuntura economica, servizi si sostegno alla famiglia tagliati, costituiscono lo sfondo di fronte al quale decidere se mettere al mondo un bambino, la scelta di prudenza diviene d’obbligo.

         Da considerare inoltre che il numero di nascite è sostenuto peraltro dall’elevato tasso di natalità della popolazione straniera residente in Italia. Il 20% infatti delle madri con età media superiore ai 30 anni è di origine straniera.

         Percorso a ostacoli dunque per chi sceglie la maternità, secondo fonti riconducibili alla ong Save the Children, l’estrema varietà di condizioni in cui si approda alla maternità, esige percorsi di nascita e relative prese in carico in grado di considerare una grande pluralità di variabili, cosa che gli attuali standard dei servizi territoriali non riescono a garantire.

          Buona invece la durata dell’allattamento al seno, elemento naturale per eccellenza in riferimento all’alimentazione dei piccoli. La percentuale dei donne che allatta al seno supera infatti quota 85% e la durata supera gli 8 mesi.

         Anche nel periodo post nascita, il panorama che devono affrontare le neo-mamme e i neo-babbi non migliora. La rete consultoriale è infatti scarsa (1 punto ogni 29.000 abitanti) e frammentata, laddove la concentrazione di servizi è distribuita maggiormente al nord, con la Valle d’Aosta in testa.

         Varia anche il quadro demografico del paese, difatti aumentano i genitori non sposati, soprattutto al Centro-Nord. Il 26% dei bambini nati nel 2013 è venuto alla luce all’interno di nuclei non coniugati. Cresce inoltre il numero di famiglie, ma diminuisce il numero dei componenti di queste, come indice della maggiore frammentazione che si registra a livello familiare. In Italia un milione e mezzo di famiglie sono infatti monogenitoriali, generalmente è la madre a vivere con i figli.


Fonte http://images.savethechildren.it/IT/f/img_pubblicazioni/img264_b.pdf?_ga=1.132829326.1633814681.1425644653

IL PARERE SCIENTIFICO SULLA SICUREZZA DELLA CAFFEINA

         Ritrovandosi in numerosi alimenti quali cacao, fagioli, foglie di tè, bacche di guaranà e noce di cola oltre che nello stesso caffè, la caffeina viene largamente introdotta nell’organismo attraverso l’alimentazione.

         Ma sovente siamo ignari dell’assunzione perché è aggiunta nei prodotti dolciari da forno, nelle bevande energizzanti, nelle caramelle morbide e nei gelati, nella composizione di integratori alimentari dedicati agli sportivi (in combinazione con la sinefrina).
         Si è reso di conseguenza necessario stabilire, per ciascuna fascia di età, quale sia il quantitativo di caffeina assumibile senza che si sviluppino specifici effetti collaterali dose-dipendenti, specialmente per quanto riguarda quelli potenzialmente nocivi per la salute e nello specifico anche per l’epoca della gravidanza.

CAFFEINA         I dati dell’indagine, provenienti da 39 studi condotti in 22 differenti paesi europei su di un totale di 66.531 soggetti, hanno permesso di fornire informazioni validabili dal punto di vista scientifico rispetto al corretto consumo di questa sostanza.

          Tale studio ha messo in evidenza che un quantitativo di circa 3 mg/kg di caffeina assunta da un soggetto adulto è incapace di determinare modificazioni di parametri quali ad esempio variazioni clinicamente rilevanti della pressione sanguigna, alterazioni critiche del flusso ematico miocardico, alterazioni dello stato di idratazione o della temperatura corporea.

         Inoltre, è improbabile che tale dose induca una riduzione della percezione dello sforzo realmente eseguito durante un allenamento fisico.

         A partire dai risultati emersi, l’EFSA afferma che concentrazioni di caffeina fino a 400 mg al giorno (l’equivalente di 3 tazzine di espresso) in un soggetto sano di età compresa tra 18 e 65 anni non deve destare preoccupazione.

         Differente è però l’indicazione destinata alle gravide: durante la gestazione, le donne non dovrebbero assumere più di 200 mg di caffeina die (sotto tale dose sono considerati “improbabili” i danni al feto).
         Infatti la quantità di caffeina di tale dose, non influenza la circolazione utero-placentare inducendone vasocostrizione.

         Diversamente, poiché la caffeina passa rapidamente la barriera placentare raggiungendo il feto, quando assunta ogni giorno in concentrazioni maggiori può favorire il verificarsi di condizioni quali ad esempio ipertensione, sofferenza ipossica fetale, ritardo di crescita intrauterina, basso peso alla nascita, parto pretermine e, in generale, una aumentata mortalità perinatale.

         Da qui la preziosa raccomandazione di attenersi al quantitativo ritenuto esente da rischi.

          Dall’analisi dei dati l’EFSA ha inoltre rilevato che nei bambini (dai 3 ai 10 anni) e negli adolescenti (da 10 ai 18 anni) l’assunzione quotidiana di 3 mg per kg di peso corporeo è considerata esente da rischi.
         Da ultimo, pare che in alcuni soggetti dosi singole di 100 mg di caffeina possano temporaneamente aumentare il tempo di latenza del sonno (ovvero la quantità di tempo che occorre ad addormentarsi) e ridurne la durata.


Fonti
– Scientific Opinion on the safety of caffeine
– Scientific Opinion on the safety of caffeine EFSA 

“SONO INCINTA”, MA È UNA GRAVIDANZA ISTERICA: QUANDO LA MENTE INGANNA IL CORPO

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         Nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, pubblicazione redatta dall’American Psychiatric Association, la gravidanza isterica è classificata come “disturbo somatoforme”. Il termine fu coniato da John Mason Good nel 1923 e deriva dal greco: pseudes (falsa) e kyesis (gravidanza). Le prime testimonianze risalgono addirittura al 300 a.C., nei testi di Ippocrate. Nell’antica Cina, invece, i casi di falsa gravidanza erano noti come “feti fantasma” e si diceva che fossero il risultato dell’unione tra una donna e un fantasma.

         Un caso celebre ha per protagonista Mary Tudor: nel 1555 rivelò al regno di aspettare un bambino, ma col passare dei mesi divenne chiaro a tutti che, nonostante lei dichiarasse di avvertire tutti i sintomi, si trattava di una falsa gravidanza. La donna morì senza figli.
Di recente, un episodio è stato raccontato da ABC News, l’emittente televisiva statunitense. Una giornalista ha approfondito la storia di una donna giunta al Cape Fear Medical Center di Fayetteville (North Carolina) in preda a forti dolori addominali, chiedendo un parto cesareo d’urgenza. Si è poi scoperto che, in realtà, la donna non era affatto in dolce attesa.

GRAVIDANZA ISTERICA: SINTOMI E CAUSE
gravidanza isterica         I sintomi della gravidanza isterica sono quelli di una comune gravidanza, dalla nausea mattutina all’ingrossamento del seno agli sbagli d’umore, fino alla produzione di una sostanza simile al latte e all’aumento di peso. Eppure non c’è nessun bambino in grembo, come confermato da qualunque test di gravidanza. Qualsiasi ecografia, ovviamente, testimonierà il mancato aumento del volume dell’utero e l’assenza del battito fetale. I sintomi possono durare dalle poche settimane ai nove mesi: in alcuni casi, le donne hanno sperimentato addirittura dolori simili a quelli del travaglio.

         Le cause vanno ricercate in ambito psicologico. Il corpo crede che stia aspettando un bambino e si comporta di conseguenza, ma tutto parte dalla mente. Non a caso la gravidanza isterica interessa soprattutto donne che desiderano fortemente un figlio e che non riescono ad averlo (magari per problemi di infertilità). Per alcune diventa una vera e propria ossessione e a complicare, magari senza volerlo, la situazione, sono le costanti domande circa una gravidanza.

         Queste diventano fonte di una crescente pressione psicologica. Ma a soffrirne possono essere anche donne fertili, combattute circa la maternità: da un lato vorrebbero avere un figlio, ma dall’altro avvertono questa possibilità come una minaccia, come una preoccupazione, come una complicazione, magari relativa al lavoro. Perdere la propria occupazione è il pensiero principale, ma anche vedere limitata la propria libertà o vedere stravolta la propria quotidianità.

         Oltre alle pressioni esterne e all’infertilità, sono fattori di rischio per lo sviluppo di una gravidanza isterica anche:


  • la scarsa autostima
  • la suscettibilità
  • precedenti casi di aborto spontaneo o indotto
  • gravidanze indesiderate
  • pregressi problemi psicologici o di depressione
  • esperienze di stupro

         In casi molto rari la gravidanza isterica è causata dalla presenza di tumori ovarici, in grado di alterare gli ormoni femminili.

COME AFFRONTARE LA GRAVIDANZA ISTERICA

gravidanza isterica
          Dietro una pseudociesi c’è senz’altro una condizione di disagio psicologico, è una richiesta d’aiuto verso il proprio compagno o la famiglia o gli amici. Chiaramente fattori neuroendocrini hanno la loro influenza: il disturbo sconvolge l’equilibrio dell’asse ipotalamo-ipofisi-ovaio, la funzione così alterata provoca la produzione di una quantità eccessiva di ormoni (come la prolattina) che inducono nel corpo della donna anche cambiamenti fisici, riconducibili a quelli di una gravidanza.

         Parlare della situazione è il primo passo per affrontarla, dando sostegno costante alla donna senza mai farla sentire sola. L’unico trattamento possibile è di tipo psicologico, volto a vivere l’esperienza della maternità con serenità, in modo equilibrato e sano.

Fonte http://www.gravidanzaonline.it/gravidanza/gravidanza-isterica-sintomi-cause.htm

giovedì 27 settembre 2018

Testosterone basso, le cause e i rimedi efficaci

Testosterone basso
        Il testosterone è un ormone maschile presente anche nelle donne. Negli uomini è prodotto dai testicoli, mentre nella donna dalle ovaie, dalle ghiandole surrenali e da altri tessuti del corpo.

testosterone basso        Un livello basso di questo ormone può portare nell’uomo ad avere problemi nella sfera sessuale, come difficoltà a raggiungere il piacere, un numero minore di erezioni, disfunzione erettile e anche una possibile infertilità. Con il passare degli anni, il livello si riduce ed è importante individuare eventuali cambiamenti nel corpo: i testicoli sono piccoli e nella donna il seno si gonfia o fa male anche solo toccandolo.

        Gli uomini che soffrono di una carenza di questo ormone possono avere delle vampate di calore, la massa muscolare può ridursi e quindi possono sorgere problemi come l’osteoporosi o manifestarsi dei cambiamenti nel sangue.

        Alcuni individui sono particolarmente stanchi o spossati, alcuni possono avere cambi d’umore o anche problemi di memoria, di concentrazione e di fiducia in se stessi.

        Nelle donne, i sintomi più comuni si manifestano nella menopausa: quindi hanno calo del desiderio, debolezza muscolare, oltre a problemi di infertilità. L’obesità e il diabete di tipo 2 possono portare a un livello basso di questo ormone. Alcuni disturbi, quali: cancro ai testicoli, ipertensione o colesterolo alto, disturbi ormonali o alcuni farmaci specifici possono influire sui livelli del testosterone e quindi è bene prestare particolare attenzione.

Le cause del testosterone basso
        La barba quasi inesistente, la voce più acuta del normale e i pochi peli sono tutti sintomi del livello di testosterone basso. Può essere l’artefice di mancanza di desiderio, erezioni deboli o saltuarie oppure di un orgasmo povero con poca produzione di sperma.

Картинки по запросу Testosterone basso        Le cause di un livello così basso possono essere varie: oltre all’invecchiamento che è una condizione abbastanza normale, i fattori scatenanti sono il tumore ai testicoli, la pubertà precoce o ritardata, il diabete, le patologie renali, l’obesità, l’apnea notturna, ischemie, emorragie, infezioni all’ipotalamo, uso di steroidi.

        Nel caso dipendesse da un problema non legato all’età, è bene parlarne con il proprio medico che sottopone il paziente a esami del sangue e ad altri accertamenti per verificare la situazione e cercare di tenerla sotto controllo.

        Per alzare i livelli, è bisogna cercare di adottare uno stile di vita sano, una buona alimentazione e una corretta attività fisica che possono aiutare molto per preservare la produzione ormonale e stare meglio sotto tutti i punti di vista.

I migliori rimedi
        Per aumentare il livello di testosterone basso, in commercio vi sono delle ottime soluzioni di cui è bene approfittare e che si possono trovare sul sito di Amazon. Vediamo di seguito una breve classifica dei prodotti dedicati più venduti sul noto e-commerce.


Fonte https://www.notizie.it/testosterone-basso-cause-rimedi-efficaci/?refresh_ce

Quando la fertilità non va

       I protocolli di sincronizzazione ormonale e l’uso di seme sessato sulle manze stanno mitigando non solo il senso di sconfitta ma anche il mancato profitto dell’allevamento. E’ però forte la sensazione che queste, specialmente la prima, non siano soluzioni definitive ma modi per tirare avanti in attesa di capire bene perché le bovine s’ingravidano con sempre maggiore difficoltà.

       L’atteggiamento che spesso prevale quando non si è soddisfatti dell’infertilità è quello dello “scaricabarile”. Spesso i veterinari attribuiscono questa situazione ad una generica “colpa dell’alimentazione” e, più specificatamente, ad una mancanza d’energia o ad un eccesso proteico e l’alimentarista alla presenza di generiche malattie infettive. Ma questo atteggiamento di ricerca del colpevole e non della soluzione è forse la vera e unica causa dell’infertilità delle bovine da latte.

       Per chi vuole affrontare “strutturalmente” quello che è il più grande problema che si deve risolvere quotidianamente, cioè la scarsa fertilità, è necessario un profondo reset metodologico che parte dall’abbandonare il termine “infertilità” per sostituirlo con “Sindrome della sub-fertilità” (SdSF), per ribadire che questa è la più tipica delle patologie plurifattoriali poichè dovuta ad una molteplicità di elementi che agiscono contemporaneamente e che in ogni allevamento possono avere pesi diversi. Questa patologia, come tutte le altre sindromi d’allevamento, deve essere affrontata con un atteggiamento analitico, un po’ come quando un bravo investigatore affronta un delitto, con la differenza che con la SdSF non c’è quasi mai un solo colpevole ma un concorso di colpa.

       Il primo passo è guardare i dati. Una sessione di diagnosi di gravidanza negative non significa avere un problema. Magari il fato ha voluto che fossero tutti animali già problematici. Utilizzare i dati, specialmente di grandi allevamenti, non è oggettivamente facile. Un buon criterio per capire se c’è qualcosa di comune tra le cause della SdSF è utilizzare la regola del 15%. Se ad esempio più del 15% delle bovine presenta metrite puerperale alla indispensabile visita post-partum, significa che bisogna ricercare un fattore di rischio collettivo, come una scarsa igiene al parto, un’alimentazione errata in preparazione al parto, un eccessivo interventismo sul parto, etc. Se ad esempio più del 15% delle bovine ha una tardiva (oltre i 20 gg) o nulla ripresa dell’attività ovarica dopo il parto, probabilmente il bilancio energetico e proteico è più negativo del normale o c’è un problema durante l’asciutta. Importante è anche raggruppare i dati per primipare e pluripare e per mese dell’anno. Sappiamo bene che ci sono periodi dell’anno durante i quali la fertilità non va bene, come in estate ed inizio autunno, ed altri in cui tutto funziona a meraviglia, come in inverno ed in primavera. Grave e sbagliato è fare le stesse cose di quando tutto procedeva a gonfie vele anche nei momenti in cui tutto va male, come adottare la stessa dieta o utilizzare lo stesso veterinario. Questo almeno nelle stalle dove non si prendono seri provvedimenti per la gestione dei mesi estivi. Se l’incidenza delle malattie metaboliche, delle patologie ovariche e di quelle uterine è al di sotto del 15% ci si soffermerà a curare con grande attenzione le singole bovine senza pensare a fattori eziologici o di rischio collettivi. Non si verifica un piano alimentare se solo 8 bovine in un allevamento con 100 vacche in mungitura presentano cisti ovariche, mentre se sono più di 15 sicuramente sì, e con molta attenzione. Dopo avere migliorato le cose adottando il principio del 15%, si può tranquillamente far scendere questa soglia al 10%.

       In Italia si spende, o perde, molto tempo a chiedersi se la fertilità migliora misurandone gli aspetti utilizzando il “Metodo Ferguson” o il sistema classico!

       Tra i primi accertamenti da fare utilizzando i dati c’è il verificare quando, dopo il parto, le bovine vengono effettivamente inseminate (intervallo parto-prima inseminazione). Anticipare la prima fecondazione, o su calore naturale o indotto, prima dei 70 gg dà in genere poche gravidanze, aumenta il rischio d’infezioni uterine, fa consumare molte dosi di seme e, nel caso s’instaurasse una gravidanza, provocherebbe un drastico ”taglio” del picco di lattazione.

       Se l’allevamento è dotato di un buon sistema di rilevazione dei calori, come ad esempio i sensori d’attività, se la stalla è costruita in modo che le bovine possano esibire un buon comportamento estrale e se la fecondazione viene effettuata al tempo giusto, la probabilità che avvenga una gravidanza è molto elevata. Queste sono le prime indagini da eseguire, senza mai dare per scontato che vengano effettuate correttamente, non solo per un’eventuale imperizia dell’allevatore ma anche per il fatto che le bovine sono cambiate. Non sono più quelle di una volta anche solo perché esibiscono il “prezioso” comportamento del “ferma alla monta” pochissime volte al giorno e d’estate spesso solo di notte. Negli allevamenti che possiedono un paddock esterno per le bovine in lattazione il comportamento estrale è sicuramente più facilitato. L’unico “addetto” in allevamento la cui azione prescinde da una corretta rilevazione del calore, da un pavimento scivoloso o un sovraffollamento che ostacola il comportamento estrale e il giusto tempo di fecondare è il toro. Quando ci sono dubbi su questi tre aspetti manageriali fondamentali della SdSF si può decidere per l’aiuto temporaneo di un toro da mettere insieme alle bovine, o in un recinto adiacente alle aree di riposo, oltre a fare accurate indagini in allevamento.

       Ormai è più che accertato che una elevatissima percentuale di bovine fecondate con un seme di qualità e nel giusto tempo rimangono gravide ma l’embrione deve superare diverse tappe rischiose prima dell’attecchimento all’utero e fino al parto. Per ben comprendere questo meccanismo e studiare i gusti provvedimenti da adottare si deve conoscere cosa succede all’ovocita dopo che è stato fecondato. Nei primissimi giorni dopo il concepimento si stima che oltre l’85% degli ovociti fecondati si sviluppa verso la fase di morula (gg 6). A cavallo tra questa fase e la successiva (blastociste) l’embrione produce una molecola chiamata interferon-tau (INF-τ) la cui produzione aumenta con l’età e che è proporzionale alla taglia della blastociste. Il suo ruolo è quello di avvisare la madre dell’esistenza di una gravidanza in modo da bloccare la produzione di prostaglandine (PGF2α) da parte dell’utero, evitando la lisi del corpo luteo che produce il prezioso ormone che permette il proseguimento della gravidanza e che si chiama progesterone. Già una bassa produzione di INF-τ al 4° giorno e di progesterone al 6° giorno fa aumentare il rischio d’interruzione della gravidanza.

       Per aumentare la probabilità di gravidanza ci sono importanti aspetti nutrizionali, o meglio metabolici, da considerare dal momento che condizionano la qualità dell’ovocita del follicolo dominante, ossia quello che verrà fecondato, e l’ambiente uterino, in particolare le sostanze nutritive in esso contenute che condizionano la crescita dell’embrione fino al suo attecchimento alla parete uterina che solitamente avviene al 35° giorno d’età.

Похожее изображение       Quando ci si dà l’obiettivo, condiviso con convinzione tra allevatore, nutrizionista e veterinario, di puntare ad avere follicoli dominanti di grandi dimensioni che contengano un ovocita di qualità, non ci si deve mai dimenticare che il tempo che trascorre tra lo stadio primordiale di un follicolo (infanzia) e la fase ovulatoria (maturità) è di circa 4 mesi e che stress metabolici e carenze di specifici nutrienti in questo periodo possono compromettere irreversibilmente la qualità degli ovociti e delle cellule follicolari che dopo l’ovulazione daranno luogo alla produzione del corpo luteo (dal quale viene secreto il progesterone). Il bilancio energetico e proteico negativo, tipico delle ultime due settimane di gravidanza e delle primissime settimane di lattazione, comporta spesso un aumento nel sangue di BHB (corpo chetonico), NEFA (acidi grassi non esterificati provenienti dal tessuto adiposo ma anche dall’alimentazione) e urea derivante dal catabolismo degli acidi grassi che sono in grado di alterare la qualità sia del follicolo che dell’ovocita in esso contenuto.

       Stesso si può dire per la qualità del “latte uterino” che può essere alterata dalla presenza d’infezioni, da carenze nutritive generiche o di specifici amminoacidi, come la metionina, o da un pH alterato per un’eccessiva concentrazione di azoto non proteico.

       Pertanto, quando la fertilità non va e si vuole veramente risolvere il problema senza cercare scorciatoie, si deve assumere un atteggiamento analitico condiviso da chi ha la responsabilità della fertilità delle bovine in allevamento, ossia l’allevatore, dal veterinario e dal nutrizionista. Nessuno di loro è “innocente” a prescindere e l’atteggiamento “abbiamo fatto sempre così” è forse la vera causa della SdSF. Avere come priorità la migliore qualità possibile dell’ovocita, del follicolo dominante, del corpo luteo e dell’ambiente uterino e un impeccabile metodo di rilevazione del calore e del giusto momento di fecondare sono i  pre-requisiti per ottenere la migliore fertilità possibile in allevamento.

Fonte http://www.ruminantia.it/quando-la-fertilita-non-va/

Fertilità, quando la genetica dà una marcia in più alla PMA

         La genetica dà una marcia in più alla fecondazione assistita. «Il successo di una terapia dipende non solamente da una corretta diagnosi delle cause che portano all’infertilità, ma anche dalla qualità dell’embrione, ovvero dal fatto che sia geneticamente sano. È quindi importante che, a fronte di insuccessi o nei casi con età “fertilmente” avanzata sia presa in considerazione la possibilità di fare ricorso alle analisi genetiche», spiega Marina Bellavia, ginecologa e specialista in Medicina della riproduzione .
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         Innanzitutto in fase diagnostica. «Le cause che portano a problemi di infertilità sono molte e diverse. Spesso però si sottovalutano situazioni all’apparenza banali come le intolleranze alimentari. Queste infatti possono portare ad infiammazioni che rendono sicuramente più problematica la buona riuscita di una terapia». Si stima che nei paesi occidentali oltre il 50% della popolazione abbia una qualche intolleranza alimentare, ma che meno del 20% ne sia consapevole questo perché non tutte le persone con intolleranze alimentari presentano i più comuni dolori addominali e sintomi intestinali. «La genetica viene in soccorso», prosegue Bellavia..

         Con le analisi genetiche è possibile anche studiare la proteina HLA-G «fondamentale per l’embrione per impiantarsi e svilupparsi nell’utero», sottolinea la specialista  «È un’analisi di compatibilità genetica tra i partner per individuare l’embrione che ha possibilità più elevate di dare origine ad una gravidanza».

         Con lo screening genetico pre-impianto (PGS) invece si analizza il corredo genetico dell’embrione ancor prima della gravidanza. «L’obiettivo primario è riuscire a individuare l’embrione che non presenti alterazioni a livello cromosomico; studi e ricerche confermano che nel 95% dei casi il successo della terapia, quindi la possibilità che l’embrione attecchisca e si sviluppi nell’utero materno, dipende proprio dalla qualità dell’embrione stesso, da quanto è geneticamente sano», aggiunge Bellavia. Le indicazioni per il ricorso alla PGS riguardano l’età materna: dopo i 37-38, gli ovuli presentano un maggior numero di alterazioni genetiche che portano l’utero a “rifiutare” l’embrione. «Lo screening genetico pre-impianto è indicato anche nelle donne fertilmente giovani: terapie ripetute senza successo sono indice di un possibile problema legato alla presenza di aneuploidie cromosomiche», conclude Bellavia.

Fonte https://www.barilive.it/news/contenuti-suggeriti/754572/fertilita-quando-la-genetica-da-una-marcia-in-piu-alla-pma

Infertilità e difficoltà psicologiche: tre consigli per superarle

1. Rendersi consapevoli della situazione e del percorso da fare.
        "Il paziente con infertilità deve essere protagonista del proprio problema e della propria cura" spiega la psicologa. "Significa non nascondersi e informarsi tantissimo - Internet offre molte occasioni in questo senso - per raggiungere la maggiore consapevolezza possibile".

2. Aprisi al confronto all'interno della coppia.
Картинки по запросу infertilita         "È molto importante riuscire a comunicare in modo efficace, senza timore di esporsi per quello che si sente, per raccogliere tutte le risorse utili per affrontare il percorso scelto". A volte, per riuscirci può essere rivolgersi a uno psicoterapeuta o a un counselor, che può dare spunti di riflessione utili per capire meglio cose che appaiono terrificanti o confuse. "Alla fine, spesso si scopre che non lo sono così tanto" rassicura la psicologa.

3. Cercare il confronto con altre coppie che hanno avuto esperienze simili.
         “Molto utili per esempio sono i gruppi di automutoaiuto: vedere che chi ha avuto i miei stessi problemi è riuscito a superarli e che possono esserci serenità o accettazione è un grande incoraggiamento".

Fonte https://www.nostrofiglio.it/

Dolori alle ovaie dopo un rapporto, perché?

dopo rapporto dolori alle ovaie       Può capitare che durante o dopo un rapporto sessuale si avvertano dolori alle ovaie, o si presenti un dolore più o meno localizzato nella zona pelvica che può manifestarsi in molti modi; sotto forma di bruciore, di dolore acuto che si esaurisce poco dopo il rapporto, oppure di dolore sordo e più o meno prolungato, a volte ancora si manifesta con tensione lombare come il dolore mestruale. In questo ambito vi sono diversi organi che possono irradiare dolore se infiammati o attivati dalla stimolazione meccanica del rapporto ed è complicato distinguere da quale di essi provenga il dolore se non in seguito ad esami specifici. La sensazione soggettiva è “mi fanno male le ovaie”, ma bisogna prendere in considerazione la possibilità che il dolore abbia diverse origini. Proviamo a passare in rassegna le cause di dolore pelvico che evocano un dolore ovarico.

Dolori alle ovaie durante il rapporto: le cause

       Per prima cosa durante il rapporto, se non vi è sufficiente lubrificazione, si può generare irritazione della mucosa vaginale con bruciore che poi perdura anche alla fine del rapporto; questo può richiedere una terapia emolliente e reidratante della mucosa per essere eliminato e, se non curato o prevenuto, potrebbe generare la condizione per lo svilupparsi di una vaginite da Candida o una vaginosi batterica. Sempre a carico della mucosa vaginale, in corrispondenza della parete anteriore della vagina vi è poi la vescica, che durante il rapporto può a sua volta essere disturbata dallo stimolo meccanico; nel caso vi sia una cistite batterica in corso il rapporto può diventare molto doloroso, ma anche in assenza di una cistite preesistente già il semplice stimolo meccanico può generare un’infiammazione che a volte si trasforma in una vera e propria cistite cosiddetta post-coitale. Anche in questo caso esistono terapie e strategie preventive per evitare questo fastidioso disagio, ed è importante parlarne senza titubanza con il proprio medico per evitare recidive e situazioni che si possono cronicizzare. In realtà queste prime situazioni sono abbastanza riconoscibili e dovrebbero dare sintomi localizzati e facilmente riconducibili agli organi coinvolti.

       È molto più complesso distinguere le sensazioni che derivano dai legamenti uterini e dall’utero stesso, infatti durante il rapporto l’utero riceve una stimolazione meccanica che in alcuni casi può diventare dolorosa, ad esempio nei giorni in cui le ovaie sono in ovulazione l’utero ha una posizione più bassa, la cervice uterina, cioè la parte di viscere che si affaccia in vagina è più sensibile e posizionata in modo da facilitare la risalita degli spermatozoi: questo la può rendere anche più sensibile agli stimoli e richiede una maggior delicatezza durante il rapporto. Lo stesso avviene in prossimità della mestruazione, in questo caso l’ipersensibilità dell’utero è dovuta a una sua congestione, cioè al fatto che l’utero pronto per provocare le mestruazioni ha una maggior vascolarizzazione e la muscolatura è più contratta e reattiva, cosa che diviene massima se il rapporto avviene durante i giorni di flusso.

       Anche nei periodi in cui non vi è particolare attivazione degli organi pelvici, ci possono essere comunque posizioni in cui la penetrazione è più profonda e può divenire fastidiosa, l’anatomia reciproca va conosciuta e modulata, è facile che all’inizio di una relazione si possano avere disagi che poi si possono risolvere con il consolidarsi dell’intimità di coppia e della conoscenza reciproca. A volte il giusto grado di abbandono reciproco, di rilassamento fisico e affidamento emotivo risolvono situazioni di disagio e dolore che si ritenevano puramente organiche.

       Questo tipo di attenzioni dovranno essere ancora maggiori in pazienti che hanno l’utero conformato in modo che sia rivolto verso la parte posteriore della pelvi, che viene denominato retroverso e, a causa della sua posizione richiede una maggior consapevolezza poiché capita più frequentemente che generi dolore se irritato. Anche nel caso di donne che utilizzano la spirale endouterina come metodo contraccettivo può accadere che l’utero sia più sensibile durante i rapporti, infatti la presenza di un corpo estraneo nella cavità uterina può rendere fastidiose le contrazioni uterine che avvengono fisiologicamente durante il rapporto.

Dolori alle ovaie dopo un rapporto: l’ovulazione

       Ed ecco che tra gli organi da valutare compare finalmente anche l’ovaio, il dolore ovarico più noto è evocato dall’ovulazione, infatti nel momento in cui si rompe il follicolo e viene liberato l’ovulo alcune donne hanno una sensazione dolorosa che può essere così netta da riconoscere anche da quale delle due ovaie provenga; a questo viene aggiunto il dolore irritativo provocato dal liquido che era contenuto nel follicolo che viene liberato nello scavo pelvico e provoca una dolorosa irritazione del peritoneo. Ovviamente nei giorni che precedono e soprattutto in quelli che seguono l’ovulazione questo dolore può essere inasprito dallo stimolo meccanico del rapporto.

       Questo sintomo, apparentemente fisiologico, non va sottovalutato: dobbiamo infatti pensare che nel periodo ovulatorio il corpo è più predisposto al rapporto sessuale, deve quindi stupire che proprio in questo momento il rapporto generi dolori, ed è meglio ricorrere ad un’ecografia che escluda la presenza di alterazioni dell’ovaio. Infatti, in alternativa, il dolore all’ovaio vero e proprio è provocato da sofferenza del tessuto ovarico in caso di traumi o torsioni che provochino lo strozzamento del peduncolo vascolare dell’ovaio. Questo organo bilaterale e simmetrico ha la forma di una albicocca, ed è attaccato ad un peduncolo attraverso il quale i vasi sanguigni giungono a nutrirlo; se dovesse esserci una ciste ovarica o una qualche causa di modificazione anatomica dell’ovaio che ne aumenta le dimensioni, il rischio potrebbe essere quello della torsione dell’ovaio sul proprio peduncolo, con ostruzione dei vasi sanguigni, forte dolore e danneggiamento dell’ovaio stesso.

Dolori alle ovaie dopo un rapporto: cisti o endometriosi

       Analogamente potrebbe succedere anche con assenza di torsione, se ci fossero cisti ovariche, in particolare della variante endometriosica. L’endometriosi è una patologia caratterizzata dalla presenza di tessuto endometriale, quello che solitamente è localizzato all’interno dell’utero, in zone al di fuori dell’utero (sotto forma di cisti ovariche o disseminato nella pelvi). Questo tessuto genera dolore durante il flusso mestruale in quanto è causa di perdite di sangue all’interno della pelvi, ma anche di dolore durante i rapporti poiché provoca uno stato di infiammazione permanente soprattutto se localizzato dietro alla parete vaginale posteriore a livello della zona chiamata cavo del Douglas.

Dolori alle ovaie dopo un rapporto: cosa fare

       Ricordiamoci che il dolore è il campanello di allarme che utilizza il nostro corpo per avvertirci se c’è qualche problema, perciò in tutti questi casi è consigliabile consultare il proprio ginecologo. Lo specialista potrà approfondire la causa del dolore con la visita ginecologica, in modo da comprenderne la localizzazione con più precisione, per poi escludere con l’ecografia eventuali cisti ovariche, a questo potrebbe aggiungere l’urinocoltura per valutare la presenza di una cistite ed eventualmente con pap test e tampone vaginale ed endocervicale la presenza di infezioni vaginali o pelviche.

       Una volta intuita e diagnosticata la causa si potranno attivare strategie terapeutiche curative o preventive adeguate. Eventuali infezioni possono essere curate e le cisti ovariche gestite con atteggiamenti di osservazione e attesa o chirurgicamente. Tutto ciò che concerne invece il fisiologico funzionamento dell’organismo può essere meglio compreso e quindi gestito grazie alle spiegazioni del medico.

       Non dimentichiamoci che esistono anche dolori post coitali non patologici, infatti può capitare che qualche giorno dopo un rapporto non protetto mirato con attenzione si possono avere dolori dovuti all’annidamento dell’embrione, che si manifestano come piccoli crampi nel basso ventre di origine difficile da individuare. In questo caso basterà aspettare una decina di giorni ed il test di gravidanza darà il suo verdetto.

Fonte https://lines.it/ginecologia/candida-e-problemi-intimi/dolori-alle-ovaie-dopo-un-rapporto-perche