mercoledì 31 ottobre 2018

Età della prima gravidanza, mamme sempre più vecchie e con problemi di fertilità

      L’età della prima gravidanza è sempre più alta, almeno in Italia. Negli ultimi 10 anni, infatti, si è spostata da 31 anni a 36 la media dei pazienti che si sottopongono a trattamenti relativi all’infertilità, a dimostrazione che la ricerca di un bambino arriva solo dopo i 30 anni. Secondo il registro della Pma, l’infertilità colpisce il 15% delle coppie. Un dato davvero alto che dimostra di essere in crescita. Le stime, infatti, prevedono che il 19 percento delle nuove coppie è infertile e il 4 sterile.

      Mauro Schimberni, docente di ginecologia e ostetricia all’università La Sapienza di Roma, ha spiegato: “Nelle città con un alto tenore di vita si cerca il primo concepimento intorno ai 35 anni. Le coppie che hanno in cantiere un figlio e si avvicinano alla soglia degli “anta”, farebbero bene a controllarsi e, se necessario, a chiedere un consulto”.

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      Fate conto che più del 30 percento delle donne laziali (per verificare la tendenza nel dettaglio) è ricorsa a certe cure dopo i 40 anni. Ma quali sono i motivi per tardare tanto? C’è un aspetto sociale e c’è un aspetto economico, entrambi li conosciamo bene. Poi c’è un aspetto biologico. È sempre più diffusa l’endometriosi e poi l’inquinamento ambientale e alimentare non aiuta il concepimento.

       È importante, quindi, se si desidera avere un bambino non pensarci troppo. Le tecniche di fecondazione sono molto utili, ma non si può lottare contro la biologia e il tempo che passa, non sarebbe giusto neanche per il bambino. Lo studio professionale Bioroma ha deciso di promuovere la campagna “InForma la tua infertilità“: il servizio di consulenza gratuito, indirizzato al target 25-35, attivo da domenica dal 26 gennaio fino a giugno

Fonte https://mamma.pourfemme.it/articolo/eta-della-prima-gravidanza-mamme-sempre-piu-vecchie-e-con-problemi-di-fertilita/16795/

DIETA E ENDOMETRIOSI: ESISTE UNA CORRELAZIONE?

        Ma cos’è l’endometriosi? Si tratta di una patologia estrogeno-dipendente, caratterizzata dallo sviluppo di tessuto endometriale in sedi ectopiche (ovaie, tube, peritoneo, vescica, intestino ecc.), con conseguente infiammazione cronica, formazione di aderenze, tessuto cicatriziale e un aumentato rischio di infertilità.
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        Essendo una patologia cronica dolorosa al punto da diventare invalidante, si è reso necessario cercare una soluzione ai suoi sintomi anche partendo da cosa portiamo a tavola: ma può un aumento del consumo di alimenti specifici da un lato prevenire la patologia e dall’altro produrre un effetto benefico sulle donne che ne sono già affette?.

         Purtroppo, dai risultati di due recenti revisioni della letteratura scientifica emerge in modo imponente che tale argomento è caratterizzato da una estrema scarsità di dati scientifici e da una evidente incoerenza dei risultati ottenuti. Nel corso del tempo, sono stati proposti alcuni meccanismi biologici alla base del sostegno di un ruolo dei fattori di rischio dietetici nell’evoluzione dell’endometriosi, ma i dati epidemiologici non sempre supportano questi ipotesi; di conseguenza, sulla base della scarsità dei dati, oggi esiste una reale incapacità di fornire informazioni scientificamente solide.

         Gli studi indagati dalle revisioni, sviluppati su un ampio campione di donne, hanno poggiato le loro fondamenta sul fatto che tale patologia è scatenata da uno stato infiammatorio: i ricercatori che hanno condotto le singole indagini ritengono che una dieta specifica, mirata a contenere la flogosi e limitare la quantità di estrogeni introdotti potrebbe condurre a dei miglioramenti oggettivi della patologia.

        Ma scopriamo i principali risultati delle diverse ricerche: da alcuni studi emerge che un abituale consumo di fibre è in grado di ridurre la concentrazione estrogenica circolante e migliorare digestione ed assorbimento intestinale, riducendo di riflesso la flogosi addominale. Sulla base di questa filosofia, spesso si raccomanda alle donne affette da endometriosi di assumere almeno il 20-30% di fibre a pasto (attraverso pasta, pane e cereali integrali, frutta e verdura fresche).

         E’ stato inoltre indagato il ruolo degli acidi grassi omega 3 e 6, il cui effetto benefico sull’infiammazione è oggi riconosciuto in quanto stimolano la produzione di prostaglandine E1 (PGE1), fondamentali nella prevenzione della flogosi. In quanto acidi grassi essenziali, questi devono necessariamente essere assunti con la dieta attraverso alimenti quali pesce azzurro, olio di pesce, frutta secca oleosa, germe di grano, semi di lino, semi di girasole.

         E’ stato poi indagato il grado di idratazione dell’organismo, poiché l’acqua aiuta a mantenere efficienti tutte le funzioni organiche ed i processi biologici, riducendo la rigidità e i dolori spastici.
manoaddomeDa alcune singole indagini è inoltre emersa l’utilità di assumere multivitaminici, antiossidanti e sali minerali, che contribuiscono a ridurre i dolori premestruali e il numero dei marcatori dello stress ossidativo.

         Gli autori delle revisioni sottolineano che uno dei risultati più convincenti degli studi (tanto per la prevenzione della patologia quanto per l’attenuazione dei suoi sintomi) è legato alla necessità di ridurre il consumo di carne rossa, che stimola la produzione di estrogeni e fomenta i processi alla base dell’infiammazione cronica. Secondo lo stesso principio, altri alimenti da limitare sarebbero latte e derivati, alcol, caffeina, zucchero e grassi.

         In conclusione, l’analisi della letteratura scientifica è oggi ambigua, ma proprio a partire da questo dato, considerando le implicazioni per la salute pubblica e la plausibilità biologica dell’effetto benefico di alcuni nutrienti sull’endometriosi, i ricercatori stessi suggeriscono che esiste la necessità di condurre ulteriori indagini mirate in questo settore: potremo disporre di risposte concrete? Lo diremo un giorno.

Fonte https://www.ginecologia.it/dieta-endometriosi-correlazione/

I dati nazionali al 2017 sulle coperture vaccinali per papillomavirus (HPV)

       La vaccinazione anti-HPV si è dimostrata molto efficace nel prevenire nelle donne il carcinoma della cervice uterina (collo dell’utero), soprattutto se effettuata prima dell'inizio dell'attività sessuale; questo perché induce una protezione maggiore prima di un eventuale contagio con il virus HPV.

Vaccinazione gratuita per ragazze e ragazzi
       La vaccinazione anti-HPV è offerta gratuitamente e attivamente alle bambine nel dodicesimo anno di vita (undici anni compiuti) in tutte le Regioni e Province Autonome italiane dal 2007/2008.
Alcune Regioni avevano esteso l’offerta attiva della vaccinazione a ragazze di altre fasce di età. Successivamente, tre Regioni (Sicilia, Puglia, Molise) hanno introdotto, già a partire dal 2015, la vaccinazione anti-HPV anche per i maschi nel dodicesimo anno di vita e altre (Calabria, Liguria, Friuli Venezia Giulia e Veneto), l’hanno fatto per la coorte 2004 nel 2016. Inoltre, le Regioni Emilia-Romagna e Friuli Venezia Giulia offrono il vaccino anche agli individui, maschi e femmine, HIV positivi.
       Nel nuovo Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2017-2019 e nei nuovi LEA la vaccinazione gratuita nel corso del dodicesimo anno di età è prevista anche per i maschi, a partire dalla coorte 2006. L’offerta attiva, tuttavia, raggiungerà la piena operatività nel corso del 2018.

       La maggior parte delle Regioni prevede il pagamento agevolato per altre fasce di età, non oggetto di chiamata attiva né di attività di recupero.

Dati sulle coperture vaccinali
Di seguito i dati principali:


  • Il valore di copertura vaccinale media per HPV nelle ragazze è più basso, come prevedibile, nell’ultima coorte (2005), target primario dell’intervento vaccinale, rispetto alle coorti precedenti in cui prosegue l’attività di recupero.
  • I dati 2017, relativi alla coorte 2005, mostrano un ulteriore decremento nell'ultimo anno, visibile soprattutto per il ciclo completo. Infatti, alla rilevazione relativa ai dati 2015 la coorte 2003 aveva una copertura del 66,6% per la prima dose e del 56,2% per il ciclo completo; alla rilevazione relativa ai dati 2016 la coorte 2004 aveva una copertura del 65,0% per la prima dose e del 53,1% per il ciclo completo; all’ultima rilevazione relativa ai dati 2017 la coorte 2005  mostra una copertura del 64,3%, per la prima dose e del 49,9% per il ciclo completo.
  • In dettaglio, i dati relativi alle coorti più vecchie (1997-2001), per le quali l'offerta vaccinale si mantiene gratuita in quasi tutte le Regioni fino al compimento del diciottesimo anno, si attestano su una copertura del 73-76% per almeno una dose di vaccino e del 69-72% per ciclo completo; circa il 4% delle ragazze di ogni coorte ha iniziato ma non completato il ciclo vaccinale.
  • I dati evidenziano un'ampia variabilità delle coperture vaccinali (ciclo completo) tra le Regioni/PP.AA. per tutte le coorti. Interventi mirati sarebbero necessari in specifici contesti geografici tenendo presente che la vaccinazione anti-HPV, pur non rientrando tra quelle obbligatorie secondo la Legge 119/2017, è un Livello Essenziale di Assistenza.
  • Dalla coorte del 2002 inizia ad osservarsi un incremento della copertura rispetto all’anno precedente. La percentuale di incremento è progressivamente maggiore nelle coorti più recenti, fino alla coorte 2004 in cui si osserva un +6% e un +10,3%, rispettivamente per la prima dose e per il ciclo completo.
  • La copertura vaccinale media per HPV nelle ragazze è discreta se si confrontano i dati con altre nazioni europee, ma ben al di sotto della soglia ottimale prevista dal Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale (95%).
  • Anche a livello regionale, nessuna Regione/PP.AA. raggiunge il 95% in nessuna delle coorti prese in esame. Le coperture per le ragazze sono comprese in un range tra 35,7-79,9% per la coorte 2003, 35,4-78,9% per la coorte 2004 e tra 30,5-75,5% per la coorte 2005.
  • La copertura vaccinale media per HPV nei ragazzi è molto lontana dagli obiettivi previsti dal Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2017-2019, che identifica una soglia graduale del 60% per il 2017, fino al 95% nel 2019. Coperture vaccinali migliori (coorte 2004, ciclo completo: Veneto 60,0%; Friuli-Venezia Giulia 52,7%; Puglia 53,2%) si osservano nelle Regioni/PP.AA. che avevano esteso l’offerta attiva e gratuita anche ai ragazzi già prima dell’approvazione del PNPV 2017-2019.
  • 7 Regioni/PP.AA. non hanno fornito dati di copertura vaccinale per HPV nei ragazzi, per la coorte (2005) che poteva essere oggetto di chiamata attiva e gratuita già nel corso del 2017 e la cui chiamata potrà essere avviata anche nel corso del 2018.
Fonte http://www.salute.gov.it/portale/donna/dettaglioNotizieDonna.jsp?lingua=italiano&menu=notizie&p=dalministero&id=3429

Maca: il viagra naturale che stimola desiderio e fertilità

       Se fai la sex blogger e non provi la maca, il cosiddetto viagra peruviano che stimola il desiderio e la fertilità, rischi di non essere credibile. Non sia mai! Vero, non mi ci sono ancora messa, ma mi sa che è solo questione di ore. La prima che me ne ha parlato è stata una mia cara amica: situazione solita- sei stanca, fai orari di lavoro spossanti, i bambini, la casa, i lavori domestici, il marito che viene a battere cassa e tu che immancabilmente crolli sul divano morta e lui che si lamenta perché, detto schietto- non gliela dai mai.

       Colpa della stanchezza che spesso azzera anche la libido perché onestamente non ce la fai neanche a ricordarti come ti chiami, figurati a cavalcare le sue voglie.

image       Lei è andata dalla sua erborista di fiducia che le ha consigliato la maca, una radice peruviana che ha caratteristiche simili al ginseng, ma soprattutto ha il merito di aumentare la mobilità degli spermatozoi, migliorare il desiderio e insomma… far andare al dunque in stile viagra. Ma non solo per lui: anche per lei.

       Se me l’avessero raccontato solo i giornali non ci avrei creduto, ma sentirlo raccontare in prima persona da un’amica fidata mi ha convinta. Quando le ho chiesto “allora, questa Maca?” mi ha sorriso soddisfatta e mi ha detto “fa!”.

       Ironia della sorte, anche un altro personaggio di questo periodo sta sponsorizzando un prodotto a base di Maca: Rocco Siffredi. Il prodotto si chiama Maca Love, ed è un energy drink da servire ghiacciato – un messaggio d’amore, come recita lo spot che lo accompagna. A cosa serve? A dichiarare che quella notte avete una chiara intenzione: fate sapere alla vostra metà che avete voglia di lei. Una specie di pozione del desiderio, di messaggio d’amore.

       Dipende un po’ da cosa preferite: se il marketing pop di Maca Love oppure se vi sentite più a vostro agio con degli integratori acquistati in erboristeria. Il contenuto non cambia: maca e allegria.

       La proverete? Io penso che un giro in erboristeria me lo faccio e vedo… Se è vero che funziona come il ginseng dovrebbe aiutarmi a sopportare un po’ di più questa “maledetta primavera”.

Fonte https://www.elle.com/it/blog/news/g1338065/maca-viagra-naturale-stimola-desiderio-fertilita/

8 cose da sapere sulla fecondazione eterologa

8 cose da sapere sulla fecondazione eterologa

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  • Cosa è la fecondazione eterologa – Viene denominata anche “artificiale”. Il seme o l’ovulo sono stati donati da una persona esterna alla coppia. I donatori possono lasciare il liquido seminale nelle banche del seme, che conservano i campioni e li usano quando i partner hanno problemi di fertilità. Il bambino, differentemente dalla fecondazione omologa, non erediterà il patrimonio genetico da entrambi i genitori.
  • Le richieste – Nell’ultimo periodo la fecondazione eterologa ha subito un vero e proprio boom in Italia. Sono aumentati anche i centri che si occupano di questa particolare tecnica.
  • Chi sceglie fecondazione medicalmente assistita – A scegliere questo metodo di procreazione sono le donne con un’età intorno ai 35 anni.
  • La possibilità di successo – La tecnica ha una percentuale di successo del 12,8%. Le tecniche di II e III livello presentano una possibilità di successo del 20%, mentre per quelle di I livello si scende al 5,5% nelle donne oltre i 40 anni e 2,6% per quelle di 43 anni.
  • Le leggi – La sentenza della Corte Costituzionale ha fatto decadere il divieto di effettuare la fecondazione eterologa come previsto dalla legge 40 del 2004. Sono assenti però le linee guida e le indicazioni specifiche.
  • I rimborsi – La fecondazione eterologa non è rimborsata dal Servizio Sanitario Nazionale, inoltre la tecnica non si può applicare ai single.
  • La normativa europea – La direttiva europea 17/2006, obbliga ad un test di tipo infettivo (epatite, Hiv) e genetico nel caso di fecondazione eterologa. Il donatore esterno deve inoltre sottoporsi a test per le malattie infettive, da praticare entro 90 giorni e ripetere ad ogni donazione.
  • Fecondazione eterologa all’estero – Sono molte le coppie costrette ad andare all’estero per poter praticare la procreazione eterologa. A causa del divieto della legge 40/2004 in Italia infatti molte coppie alla ricerca di una gravidanza si erano rivolte in passato a cliniche specializzate, molte delle quali in Spagna. In queste strutture la fecondazione assistita è prevista anche per donne single, mentre viene consentita l’ovodonazione, l’embriodonazione e l’anonimato dei donatori.
Fonte https://dilei.it/mamma/cose-da-sapere-fecondazione-eterologa/476460/

Analgesia epidurale: parto senza dolore

L’analgesia in travaglio di parto (analgesia epidurale) ha lo scopo di ridurre il dolore naturalmente presente durante il travaglio. L’effetto antalgico si accompagna ad un miglioramento della ventilazione materna e quindi ad una migliore ossigenazione fetale.

Ogni donna può beneficiare dell’analgesia epidurale con poche eccezioni che determinano l’esclusione della partoriente  da tale metodica (alcune complicanze della gravidanza, l’assunzione di farmaci particolari, alterazioni della coagulazione o malattie presenti prima della gravidanza).

        Chi vuole sottoporsi ad analgesia epidurale deve  essere visitata dall’anestesista, che valuta le condizioni cliniche e dà l’autorizzazione alla procedura. La donna deve essere in possesso di esami del sangue recenti, comprendenti emocromo, coagulazione completa ed elettrocardiogramma. E’ essenziale che la partoriente acconsenta alla procedura firmando un consenso informato.

Come si fa l'analgesia epidurale?
        La tecnica consiste nell’introduzione di farmaci nello spazio peridurale situato posteriormente, a livello della colonna vertebrale.
Картинки по запросу Analgesia epidurale        All’inizio del travaglio, la donna, dopo aver incannulato una vena periferica e misurata la pressione arteriosa, viene messa in posizione seduta, oppure sdraiata sul fianco, con le ginocchia e la testa ripiegate sul corpo.  A questo punto l’anestesista procede alla disinfezione accurata della cute della parte inferiore della schiena, dove viene iniettato, attraverso un ago sottile, dell’anestetico locale. Da questo momento potrà essere avvertita una sensazione di lieve pressione dovuta alla penetrazione di un ago di calibro maggiore.

        Quindi si introduce un tubicino sottile e morbido che verrà lasciato in sito fino all’espletamento del parto. La partoriente potrà muoversi liberamente durante il travaglio. Il catetere epidurale viene utilizzato per iniettare i farmaci necessari per il controllo del dolore. L’iniezione non è dolorosa e può essere accompagnata da una sensazione locale di fresco. L’effetto sul dolore si manifesta dopo circa 20 minuti dall’iniezione.

        L’analgesia epidurale toglie solo il dolore della contrazione, mantenendo la donna in grado di partecipare attivamente con le spinte nel periodo espulsivo del parto. Essa  potrà avvertire una sensazione di pesantezza alle gambe e, per questo, è necessario che si alzi solo se accompagnata dalla persona che la assiste durante il travaglio.

Che vantaggi offre l'analgesia epidurale?
        I vantaggi materni dell’analgesia epidurale sono molteplici: la donna è cosciente e rilassata e quindi in grado di vivere il momento del parto nella sua completezza. Il benessere materno si trasmette al piccolo che sta per nascere. Se, per motivi ostetrici, fosse necessario ricorrere ad un taglio cesareo o ad un parto operativo, si può sfruttare il cateterino già posizionato per indurre un’anestesia peridurale dosando i farmaci in modo diverso.

Durante il parto spontaneo non si corre il rischio di far nascere un bimbo poco vivace ed assonnato.         Durante il travaglio, l’anestesista controllerà alcuni parametri quali la pressione arteriosa, la frequenza materna; l’ostetrica si occuperà del monitoraggio cardiotocografico. La presenza dell’anestesista rianimatore, durante il travaglio, è una ulteriore garanzia di sicurezza e motivo di maggiore tranquillità.

        A distanza di cinquant’anni dall’inizio di tale procedura sono pochi i problemi associati all’analgesia epidurale: la necessità di ricorrere ad un parto strumentale conseguente all’uso di anestetici è raro.
        Durante la procedura può manifestarsi un lieve calo pressorio correggibile con l’infusione endovenosa di liquidi e di farmaci adeguati. Si può rendere necessario talvolta l’uso di farmaci stimolanti la contrattilità uterina. Sono descritte  in letteratura medica in una minima percentuale di casi complicanze maggiori (ematoma, parestesie, cefalea).

Fonte http://www.mammaepapa.it/gravidanza/p.asp?nfile=analgesia_epidurale_parto_senza_dolore

martedì 30 ottobre 2018

Fertili ma senza figli, numeri choc: In Italia sono 5,5 milioni di donne

        Non è uno scherzo: in Italia una donna su due in età fertile non ha figli. È un dato così vero che a certificarlo è l’Istat. E fa ancora più impressione se lo leggiamo nello stile asettico usato dal nostro istituto di statistica: «in Italia le donne senza figli tra i 18 e i 49 anni sono circa 5 milioni e mezzo, ovvero quasi la metà delle donne di questa fascia d’età». È la prima volta che viene usato questo metodo per calcolare quante sono in Italia le donne che non hanno neanche un figlio. Di solito venivano divise per fasce d’età divise in «decenni». Le ventenni. Le trentenni. Le quarantenni. E il risultato, comunque, era sempre non esaltante, ma decisamente un po’ più digeribile. Adesso sono state messe in un unico gruppo le donne che avrebbero la potenzialità di diventare madri (sono state escluse per convenzione le minorenni) e il risultato è stato impietoso.

La più bassa natalità d’Europa
        Non che non sapessimo già che il nostro indice di natalità è il più basso d’Europa. Non che ogni anno non si riempiano i giornali con titoli catastrofistici sulle «culle vuote», e «la cicogna che non abita più qui». Ma che la metà delle donne che possono essere madri nei fatti non lo diventano, è una certificazione drammatica prima ancora che statistica di un Paese che non assomiglia più a se stesso. «Non è detto che il 50 per cento delle donne che in età fertile non ha figli, non li possa avere in futuro», spiega Sabrina Prati, demografa che all’Istat sono più di vent’anni che si occupa di indagini su questi temi. Ma poi aggiunge: «Certo uno dei problemi più grossi che ci sono sulla natalità è che oggi si tende sempre di più a posticipare il momento di avere un figlio, senza rendersi conto che molto spesso il rinvio finisce per diventare una rinuncia». Secondo Sabrina Prati il problema è tanto più grave quanto riguarda le donne più giovani, sotto i trent’anni: «Loro proprio non hanno la consapevolezza del rischio che comporta un rinvio di maternità».

La svolta degli anni ‘70
        Un Paese che non assomiglia più a se stesso. E non arriviamo per dire questo a fare i paragoni con gli anni Venti, quando si facevano figli con la facilità con cui oggi si cambiano automobili, e l’Istat certifica per il 1926 una media di 3,51 figli per donna. L’Italia è cambiata bruscamente subito dopo la metà degli anni Settanta, quando la media di figli per donna è scesa sotto al due, generando cioè l’impossibilità di mantenere costante la popolazione. È stato in quegli anni che è cominciato il fenomeno del rinvio della maternità, con le esigenze di una vita altrove che hanno preso il sopravvento sulla madre che stava a casa a curare i figli.

Fonte https://www.corriere.it/cronache/18_gennaio_09/fertili-ma-senza-figli-numeri-choc-istat-natalita-0bf51858-f4b5-11e7-8933-313bcfe78b3e.shtml

Fertilità, il Papilloma virus (Hpv) rende infertili i papà

       La fertilità è forse il problema numero uno di tutte quelle giovani coppie che desiderano avere figli. Il Papilloma virus è un pericolo per le donne, ma anche per gli uomini. A scoprirlo sono stati i ricercatori dell’Ospedale universitario di Padova, che – dopo numerose analisi – hanno notato che il Hpv era presente negli spermatozoi nel 20 percento dei pazienti inferitili. Questo virus fa perdere le capacità funzionali allo sperma che riduce le sue possibilità di fecondare l’ovocita.

Картинки по запросу Fertilità, il Papilloma virus (Hpv) rende infertili i papà       Purtroppo l’Hpv scatena la reazione degli anticorpi e questo riduce la fertilità negli uomini. Carlo Foresta, direttore del Servizio per la patologia della riproduzione umana dell’Azienda ospedaliera universitaria di Padova, ha commento: “Questi risultati confermano la necessità di considerare la vaccinazione per l’Hpv anche nel giovane maschio, non solo perché è evidenziato il ruolo di ‘trasportatori’ del virus da parte degli spermatozoi, ma anche perché chiariscono la causa che ha determinato infertilità in una significativa percentuale dei soggetti”.

       Spesso la procreazione medicalmente assistita non porta i risultati sperati. Sono tante le coppie che provano invano la fecondazione e ogni volta vedono infrangersi il loro sogno di diventare genitori. Potrebbe essere anche in questo caso causa del Hpv. Nello specifico scegliere la strada della pma con spermatozoi infetti inevitabilmente comporta un esito negativo del trattamento. Il Papilloma virus si trasmette sessualmente: il 40 percento delle donne attive è contaminato, ma solo il 10 percento risulta essere infetto. Inoltre, è presente nel liquido seminale del 3-4% dei soggetti.

Fonte https://mamma.pourfemme.it/articolo/fertilita-il-papilloma-virus-hpv-rende-infertili-i-papa/17453/

L’aria inquinata danneggia gli spermatozoi

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        L’infertilità maschile potrebbe essere associata all’inquinamento atmosferico. Per la precisione al Pm 2,5. Alte concentrazioni del particolato sottile possono provocare cambiamenti nella forma e nelle dimensioni degli spermatozoi. Si tratta di un piccolo effetto, persino trascurabile dal punto di vista clinico, ma dalle conseguenze rilevanti: ne risente la qualità dello sperma e quindi la fertilità. Il legame tra la qualità dell’aria e quella dello sperma è stato dimostrato in uno studio pubblicato su Occupational & Environmental Medicine condotto su un campione di cittadini di Taiwan.

        Un team internazionale di ricercatori ha monitorato l’impatto a breve e a lungo termine dell’esposizione al Pm2,5 su 6.500 uomini tra i 15 e i 49 anni che avevano preso parte tra il 2001e il 2014 a un programma di valutazione della fertilità maschile. I criteri di analisi erano quelli indicati dalle linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità basati sul numero, la forma e la mobilità degli spermatozoi.

        Gli scienziati hanno quantificato l’esposizione degli uomini alle polveri sottili in maniera indiretta, risalendo ai dati sull’inquinamento nelle rispettive zone di residenza per un periodo di osservazione di due anni.

        Ebbene, gli uomini maggiormente esposti al Pm2,5 mostravano anomalie nella forma e nelle dimensioni degli spermatozoi. La proporzione esatta è la seguente: ogni aumento di 5 microgrammmi a metro cubo di Pm 2,5 è associato a un significativo calo nella forma o nella dimensione normale degli spermatozoi dell'1,29 per cento. Non sono valori imponenti in termini assoluti, ma tenendo in considerazione la funzione degli spermatozoi, la prospettiva cambia. Perché i cambiamenti nella forma e nelle dimensioni delle cellule gametiche maschili possono essere causa di infertilità.

        Inaspettatamente i ricercatori hanno notato che l’esposizione all’inquinamento era associata a un aumento del numero degli spermatozoi. Come si spiega lo strano fenomeno? Probabilmente, scrivono gli autori dello studio, si tratta di un processo compensatorio per rimediare ai mutamenti morfologici.

        Gli effetti dell’inquinamento sul liquido seminale sono visibili anche a breve termine. I ricercatori hanno infatti notato che le stesse conseguenze del Pm 2,5 sugli spermatozoi si hanno restringendo il periodo di osservazione a tre mesi. Non è chiaro in che modo l’inquinamento atmosferico possa modificare la forma e le dimensioni degli spermatozoi. Tuttavia i singoli componenti del particolato sottile, come metalli pesanti o idrocarburi policiclici aromatici, sono già stati associati a una ridotta qualità dello sperma in studi sperimentali.

        Questo studio, di tipo osservazionale, non può dimostrare in modo diretto il legame di causa ed effetto tra i due elementi presi in considerazione, qualità dell’aria e qualità dello sperma. Ma dimostra che un’associazione esiste ed è degna di venire apporfondita. «Sebbene le dimensioni dell'effetto siano piccole e il significato potrebbe essere trascurabile in ambito clinico, si tratta di un'importante sfida per la salute pubblica - sottolineano i ricercatori - Data l'ubiquità dell'esposizione all'inquinamento atmosferico, un piccolo effetto del Pm 2,5 sulla morfologia normale dello sperma può significare invece un numero significativo di coppie con problemi di infertilità».

Fonte http://www.healthdesk.it/prevenzione/aria-inquinata-danneggia-spermatozoi

Test di paternità in Italia. Si può fare? Come si fa?

Come funziona il test di paternità in Italia? È obbligatorio o no?
      La distinzione importante da fare è quella fra test di paternità legale e test di paternità informativo.

      Il secondo è quello che viene effettuato col consenso di entrambi i coniugi al di fuori di una contesa giudiziaria. Il primo, come da nome, viene invece somministrato in una contesa giudiziaria e ha valore legale.

      Va da sé che il test può essere somministrato se l’uomo presta il suo consenso. In caso contrario non è obbligatorio, ma lo diventa nel momento in cui il giudice lo richieda ad esempio nel caso di una contesa per l’affidamento dei bambini o in caso di separazione fra i coniugi, o ancora nell’ipotesi in cui muoia la madre e sia necessario valutare la paternità biologica del piccolo, o nel caso di liti sull’eredità, o ancora nell’ipotesi di ricongiungimento familiare, o nel caso di fecondazione medicalmente assistita.

      Il test di paternità legale fa sì che la raccolta dei campioni avvenga di fronte ad un perito in modo da evitare ogni tipo di falsificazione.

      Diverso, come abbiamo detto, è il test dipaternità informativo. Esso consiste in un kit per l’analisi del Dna che viene prelevato direttamente in casa, per mezzo di un campione di saliva che quindi viene inviato in laboratorio per essere analizzato.

      Il test di paternità dice se sussiste o meno compatibilità o non compatibilità fra i campioni: il test di paternità informativo non ha valore legale, quindi non è possibile usarlo in tribunale.

      Per il test possono essere usati capelli con bulbo pilifero, saliva, sangue; nel caso di bimbi piccoli in genere si preleva una piccola quantità di cellule e saliva dalla bocca, per un esame meno invasivo.
Test di paternità in Italia. Si può fare? Come si fa?
      Negli ultimi anni si è assistito alla diffusione di test di paternità “home made”, venduti in farmacia, che permettono di prelevare campioni di saliva, cellule della pelle per mezzo di uno strumento, e che poi “analizzano” in modo autonomo i risultati. Il fatto è che questo tipo di test di paternità non sono molto affidabili, perché solo l’invio ad un laboratorio dei campioni può confermare se esista un match genetico o meno. Tuttavia tantissime persone fanno riferimento a questi kit economici e di scarsa affidabilità.

      Il test di paternità in gravidanza è possibile, ma si tratta di un esame invasivo per il bambino. Per eseguirlo infatti bisogna prelevare le cellule staminali del feto (villi corali) e predisporre un confronto col campione dell’uomo.

      La soluzione migliore per avere un risultato sicuro e certo, stante la sua importanza, è quella di rivolgersi ad un laboratorio accreditato che possa usare sistemi avanzati per identificare profili genetici usando fino a sedici markers genetici nel corso del confronto.

      In questo modo, sia che si tratti di un test di paternità legale o meno, bisognerà attendere dai tre ai sette giorni per avere un risultato. Ogni confronto è fatto con estrema cura; nei casi di urgenza si può ottenere il risultato in due giorni.

Quanto costa il test di paternità?
      Il costo ovviamente dipende dal tipo di test effettuato. Noi consigliamo di rivolgersi solamente a soggetti specializzati; il costo di un test di paternità avente valore legale sale fino ad 800 euro, per uno informativo si spende molto meno, sui 200 euro circa.

Fonte http://mammaoggi.it/test-paternita-italia-si-puo-si/

LA MATERNITÀ DOPO I 40 ANNI

       Ma molte donne oggi scelgono di aspettare ancora di più, arrivando a partorire oltre i quarant’anni. La maggior parte delle donne motivano la scelta con l’attesa di maggior stabilità economica, sociale o sentimentale.   Il pregiudizio nei confronti della donna in carriera è stato semplicemente sostituito dalla necessità di due stipendi per tirare avanti la famiglia. L’attesa di condizioni economiche favorevoli quindi non scandalizza più nessuno. Ma esistono reali controindicazioni mediche alla gravidanza matura? Effettivamente no.

        Con gli anni il corpo cambia. A quarant’anni molti organi iniziano a manifestare evidenti segni di usura ed invecchiamento. Dal punto di vista riproduttivo questo comporta una riduzione della fertilità. Il concepimento diventa più difficile da raggiungere, ma la maggior parte delle coppie, in assenza di patologie specifiche, riesce ad arrivare all’obbiettivo semplicemente impiegando più tempo.

Newborn baby with mother       Anche gli ovuli si sviluppano con maggiore difficoltà ed aumentano i rischi di mutazioni genetiche e malformazioni fetali. In questo caso all’invecchiamento si sovrappongono gli effetti di un maggior periodo di esposizione a sostanze potenzialmente mutagene. Tuttavia le possibilità di avere un bambino sano sono ancora superiori al novanta per cento.
Il corpo di una donna di quarant’anni è meno agile e flessuoso di quello di una ventenne, ma ciò non le impedisce di affrontare con successo e senza eccessivo disagio i nove mesi di gestazione.


       Se da un lato aumentano le possibilità di sviluppare diabete ed ipertensione, dall’altro c’è l’effetto degli ormoni della gravidanza che aiutano le mamme di ogni età a sfruttare al meglio le risorse del proprio corpo in questo momento particolare.
       C’è da sottolineare il fatto che le modificazioni che avvengono nel corso di una gravidanza sono un automatismo naturale e che il corpo femminile è “programmato” per affrontarle fino al limite fisiologico della menopausa.

       La maternità a quarant’anni è una esperienza più profonda e consapevole ed il maggior impegno fisico è di solito compensato da una maggior maturità intellettuale e psicologica. Uno stile di vita sano ed equilibrato è sufficiente a compensare le ridotte capacità metaboliche evitando le potenziali influenze negative che l’accumulo di cataboliti e tossine possono avere sullo sviluppo fetale.
Gli ormoni prodotti dalla placenta e dal feto risvegliano le grandi potenzialità adattative femminili ed il legame che si viene a creare col nascituro genera tutta l’energia necessaria ad una mamma, indipendentemente dall’età anagrafica.

Procreazione assistita: tra le cause di insuccesso le infezioni non curate

Procreazione assistita: tra le cause di insuccesso le infezioni non curate
        In Italia, nel 2016, 13.582 bambini sono nati grazie alla procreazione medicalmente assistita (Pma). Rappresentano il 2.9% di tutte le nascite. Più di 77 mila coppie si sono sottoposte alla Pma. La percentuale di esiti positivi è del 7-13% per le tecniche più semplici e del 25% per quelle più complesse. Tra le cause di insuccesso, le infezioni sia maschili sia femminili, che sono in continuo aumento e la cui tempe stiva diagnosi e cura consentirebbero invece un esito decisamente più positivo delle procedure di procreazione. Un’attenta e appropriata diagnosi microbiologica eseguita preventivamente nelle coppie infertili, da un lato consentirebbe ad alcune di raggiungere una fertilità naturale e dall’altro ridurrebbe in modo significativo i casi di insuccesso nelle coppie che accedono alla Pma. Se ne parlato Milano nel corso di un incontro multidisciplinare promosso da Amcli– Associazione microbiologi clinici italiani- cui ha partecipato Pierangelo Clerici, presidente di Amcli, Valeria Meroni, microbiologa e virologa, Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo, il do Andrea Garolla, endocrinologo-andrologo, Azienda ospedaliera-universitaria di Padova, Francesco De Seta, ginecolog, Servizio di patologia infettiva ostetrica e ginecologica Irccs Burlo Garofolo Trieste.

I fallimenti
       In linea generale, le cause di fallimento di queste tecniche sono principalmente: età avanzata della coppia (prevalentemente quella femminile);cause genetiche (alterazioni cromosomiche e alterazioni della doppia elica del DNA spermatico e ovocitario); le già citate infezioni dell’apparato genitale maschile e femminile e le infezioni sessualmente trasmesse, causate in particolare da HIV, HPV, Virus delle Epatiti, Chlamydia trachomatis e Mycoplasmi. Nel 12-15% i fattori responsabili del fallimento restano sconosciuti.

Le indagini
       Da precisare che le infezioni possono decorrere in maniera totalmente asintomatica oppure non presentare sufficienti elementi clinici che diano fondatezza al sospetto della loro presenza e che giustifichino la loro valutazione. Mentre le cause genetiche e il fattore età sono stati infatti abbondantemente studiati, e vengono attentamente presi in considerazione nel corso delle procedure medicalmente assistite, la diagnostica microbiologica ad oggi è ancora piuttosto trascurata sia nell’iter diagnostico che precede una Pma, sia nel momento terapeutico della Pma stessa.

La ritrosia degli uomini
       È importante inoltre sottolineare che, mentre la partner femminile è abituata alle visite e agli accertamenti ginecologici, il partner maschile difficilmente si sottopone a visite andrologiche prima dell’iter per Pma. Vi è una certa diffidenza nel sottoporsi ad esami microbiologici, che nella maggior parte dei casi sono di semplice esecuzione, e che permetterebbero di identificare in anticipo le cause delle infezioni e di intraprendere specifici trattamenti terapeutici al fine di dare maggiore garanzia al successo delle Pma.

Trattamenti di coppia
Похожее изображение       La Siams, Societa italiana di andrologia e di medicina della sessualità, riporta che in un loro tavolo di consenso basato sulla letteratura scientifica internazionale e su dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, è emerso che sia batteri sia i virus sono in grado di alterare i parametri seminali e l’ambiente vaginale ed endouterino, riducendo notevolmente le probabilità di fertilità naturale e compromettendo i risultati delle tecniche di Pma. È quindi fondamentale considerare la coppia nel suo insieme sia per ridurre la probabilità di persistenza e trasmissione delle infezioni , sia perché anche le infezioni di lieve entità, se presenti in entrambi i partner, possono costituire un fattore di rischio di infertilità. Pertanto è fondamentale coinvolgere tutte le diverse e specifiche competenze professionali per definire percorsi diagnostici-assistenziali integrati, che diano una risposta alle domande: come diagnosticare? Chi trattare? Quando trattare? Come trattare?

Linee guida da fissare
       «Tra le soluzioni percorribili — afferma Pierangelo Clerici — c’è la definizione di linee guida condivise e dedicate alla Pma, da applicare uniformemente in tutti i 366 centri in Italia che si occupano di medicina della riproduzione (pubblici e privati) al fine di garantire maggiore comprensione delle cause dell’infertilità, aumento delle coppie che riescono a concepire in modo naturale, riduzione delle complicanze infettive dell’apparato genitale, riduzione dei cicli di fecondazione assistita di secondo livello, aumento delle percentuali di gravidanza assistita, riduzione della percentuale di aborti e delle complicanze infettive nelle donne gravide e nei nati».

Fonte https://www.corriere.it/salute/18_ottobre_29/procreazione-assistita-cause-insucccesso-4535591a-db92-11e8-a9c5-62cf8efd543f.shtml

lunedì 29 ottobre 2018

La fertiloscopia

La fertiloscopia nella paziente sterile

       In particolare, la metodica consta di cinque momenti fondamentali:

1) si inizia con una isteroscopia in vaginoscopia che consente di valutare il canale cervicale, l’utero e gli osti tubatici. Durante l’esame è possibile asportare eventuali anomalie come polipi, fibromi o sinechie di piccole dimensioni o praticare biopsie endometriali;

2) l’idrolaparoscopia transvaginale, il tempo principale della metodica, si esegue introducendo nella pelvi, per via vaginale (esattamente il passaggio è attraverso il fornice vaginale posteriore), un trocar con un introduttore dopo avere precedentemente anestetizzato localmente la zona con mepivacaina. L’esame degli organi pelvici è realizzato in mezzo liquido (soluzione fisiologica sterile) e ciò permette una visualizzazione dettagliata degli organi potendo così evidenziare la presenza di eventuali anomalie. In genere la paziente non avverte dolore in questa fase e può seguire la procedura guardando il monitor. Qualche fastidio è avvertito, invece, per l’applicazione dello speculum (che serve per evidenziare il collo dell’utero) e per l’introduzione del catetere intrauterino per la cromosalpingoscopia;

3) successivamente si effettua la cromosalpingoscopia o prova di pervietà tubarica che si realizza mediante iniezione attraverso l’utero di blu di metilene tramite uno specifico catetere intrauterino che viene introdotto in cavità. Il passaggio del blu dall’utero nella cavità addominale tramite le tube, ci dice se queste ultime sono occluse o pervie, se sono regolari o tortuose;

4) in circa la metà dei casi è possibile effettuare una salpingoscopia, esame che consiste nell’introduzione dell’ottica nel padiglione tubarico allo scopo di esplorare la mucosa tubarica bilateralmente. La tecnica consiste nel passaggio dell’ottica nel padiglione e nell’ampolla di ciascuna tuba per esplorarne l’epitelio;

 5) un ulteriore esame di complemento è la microsalpingoscopia, da eseguirsi sistematicamente. Essa consiste, grazie a dispositivi di ingrandimento dell’ottica, nell’esaminare le cellule della mucosa tubarica dopo la prova di pervietà con il blu.
La colorazione dei nuclei delle cellule tubariche permette di apprezzare la capacità funzionale della tuba: più i nuclei sono colorati, meno funzionante è la mucosa.

       La fertiloscopia ambulatoriale richiede dai 10 ai 20 minuti di tempo e la paziente può immediatamente tornare alle proprie attività. Non c’è alcuna sutura vaginale, la sola raccomandazione è di evitare l’utilizzo di tamponi vaginali e i rapporti sessuali per una settimana. La terapia di base prescritta dopo l’esame consiste in terapia antibiotica e antinfiammatoria.

       La fertiloscopia non offre la solita visione panoramica della pelvi fornita dalla laparoscopia, ma può avere numerosi vantaggi: innanzitutto una ispezione accurata e non traumatica delle strutture annessiali senza manipolazione delle stesse, e inoltre la possibilità di praticare, come già detto, cromosalpingoscopia, salpingoscopia e microsalpingoscopia al fine di verificare la pervietà e la funzionalità delle tube. In particolare le tube possono essere ispezionate molto accuratamente lungo tutto il loro decorso.
Картинки по запросу fertiloscopia
       La fertiloscopia tuttavia possiede dei limiti legati alla mancata visualizzazione della faccia anteriore dell’utero e della plica vescico-uterina, anche se il rischio di endometriosi isolata a questo livello è minore dell’ 1%, ed alla scarsa possibilità di esecuzione di procedure chirurgiche. L’indicazione principale all’esame fertiloscopico è l’infertilità di natura inspiegata, in particolare quando si sospetta un problema legato alle tube o un’endometriosi minima o lieve, ed in caso di dolore pelvico cronico. La fertiloscopia può essere anche utilizzata per controllare nel tempo le pazienti sottoposte ad intervento laparoscopico per endometriosi. Può essere adoperata in alternativa alla isterosalpingografia tradizionale, che presenta una attendibilità limitata da molti falsi positivi e negativi. La fertiloscopia è controindicata in caso di patologie ostruttive del Douglas, come la retroversoflessione fissa dell’utero, i voluminosi miomi posteriori, le grosse cisti ovariche; in caso di infiltrazione del setto rettovaginale per endometriosi severa; in caso di flogosi cervico-vulvo-vaginali. L’esame clinico della donna (esplorazione vaginale) e l’esecuzione preventiva di un’ecografia pelvica, di un tampone cervico-vaginale e di un Pap Test permetteranno di accertare queste situazioni.

       I rischi legati all’esame sono molto bassi e prettamente legati alla perforazione dell’utero (fase isteroscopica), perforazioni delle anse intestinali, lesioni vascolari o stati di flogosi (infiammazione/infezione) fino alla peritonite. Comunque queste complicanze quando l’esame è praticato da personale esperto sono rarissime. In definitiva la fertiloscopia mira a diventare il gold standard nell’iter diagnostico della donna sterile, grazie alla sua elevata qualità diagnostica (uguale o superiore alla laparoscopia), alla sua eseguibilità ambulatoriale ed in anestesia locale, alla possibilità di eseguire una concomitante isteroscopia.

Rimanere incinta

https://static.bimbisaniebelli.it/wp-content/uploads/2014/10/coppiaincinta_0.jpgRestare sdraiata subito dopo
        Non esiste una “posizione” migliore di un’altra per rimanere incinta, ma può aiutare il fatto di restare sdraiata dopo il rapporto in modo da trattenere il più a lungo possibile dentro di sé gli spermatozoi, evitando di andare subito in bagno a lavarsi o a fare pipì. È bene però ricordare che è del tutto normale non restare incinta al primo tentativo: talvolta possono passare anche molti mesi prima di aspettare un bambino.

Non farsi prendere nell’ansia
       Se la gravidanza non si verifica subito, insomma, non ci si deve preoccupare e iniziare a vivere nell’ansia. La tensione e lo stress che ne derivano possono favorire la produzione di cortisolo e di adrenalina, sostanze capaci di influenzare negativamente il corretto assetto ormonale della donna, provocando disturbi mestruali e dell’ovulazione. Quindi è bene avere rapporti con il partner per il semplice piacere di stare insieme e di amarsi, evitando il sesso finalizzato solo ad avere un bambino.

Evitare fumo e alcol
       Niente stress quindi e sì a uno stile di vita il più sano possibile, a cominciare dall’eliminazione del fumo e dalla drastica riduzione degli alcolici. Il fumo interferisce negativamente con l’ovulazione perché aumenta la produzione di radicali liberi che anticipano la menopausa e riducono la motilità delle cellule cigliate delle tube di Falloppio che favoriscono la risalita degli spermatozoi verso l’ovulo da fecondare. Inoltre riduce la produzione, da parte dei testicoli, degli spermatozoi stessi. Anche l’alcol interferisce con la salute dell’apparato riproduttore perché danneggia la produzione di gonadotropine, sostanze che sono alla base della salute di ovaie e testicoli.

Mangiare più frutta e verdura
       Occorre anche seguire una corretta alimentazione a base di frutta e verdura fresche, ricche di antiossidanti che riducono i radicali liberi, contribuendo così a proteggere ovociti e spermatozoi. Un’alimentazione sana serve anche per combattere il sovrappeso che può compromettere la produzione di ovuli e di spermatozoi. Nella donna infatti l’obesità può provocare alterazioni ormonali, oltre alla sindrome dell’ovaio policistico, che causa difficoltà di concepimento. Negli uomini un eccesso di tessuto adiposo aumenta la produzione di estrogeni, con diminuzione dell’attività degli spermatozoi.

Non farsi mancare la vitamina D
Serve anche una vita sana, trascorsa il più possibile all’aria aperta, lontana da fonti inquinanti: infatti la vitamina D, essenziale per le ossa, è coinvolta anche nella salute degli organi sessuali perché modula gli ormoni che favoriscono sia la regolarità del ciclo mensile sia la produzione degli spermatozoi. Se, tuttavia, dopo un anno di rapporti regolari e non protetti non si è ancora rimaste incinte, potrebbe essere necessario un controllo specialistico di approfondimento.

Fonte https://www.bimbisaniebelli.it/concepimento/rimanere-incinta

Intolleranze e allergie alimentari in gravidanza: precauzioni e cosa fare

Картинки по запросу Intolleranze e allergie alimentari in gravidanza
       Scopriamo cosa fare e quali sono le precauzioni da adottare in caso di intolleranze e allergie alimentari in gravidanza. Innanzitutto c’è da distinguere fra allergie e intolleranze perché se le prime provocano sintomi immediati dopo l’assunzione del cibo, le seconde possono manifestarsi anche dopo ore o giorni. Difatti l’allergia è una reazione avversa a un alimento su base immuno-mediata, quindi dipende dalla risposta del sistema immunitario, l’intolleranza è una reazione avversa all’alimento dovuta invece a meccanismi di tipo enzimatico, tossico, farmacologico o pseudo-allergico. Allergie in gravidanza e intolleranze possono svilupparsi anche durante la gravidanza: capita infatti che alimenti che prima non davano problemi, in questa fase provochino disturbi.

I sintomi delle intolleranze e allergie in gravidanza
       Innanzitutto bisogna riconoscere i sintomi delle allergie alimentari e delle intolleranze, che di solito includono alcuni dei seguenti disturbi:


  • Prurito, orticaria, eczema.
  • Asma, rinite, tosse.
  • Diarrea, nausea, stipsi, dolori all’addome, acidità di stomaco.
  • Mal di testa, vertigini.

Cosa fare
       Se riconoscete alcuni dei sintomi elencati è opportuno ricorrere a rimedi naturali, che andranno selezionati in base al tipo di alimento incriminato.

       Se diventate intolleranti al lattosio in gravidanza vi torneranno utili i semi di sesamo, gli ortaggi verdi, la frutta secca, il latte di soia che vanno ad aumentare il calcio. Sempre per il calcio, esistono apposite acque calciche terapeutiche e latte di mucca delattosato. Ovviamente vanno eliminati i cibi che contengono lattosio.

       L’intolleranza al lattosio e l’infertilità si dice siano collegate perché alcuni studi sulle intolleranze alimentari hanno dimostrato che possono provocare problemi di malassorbimento di alcune sostanze importanti per la fertilità e, durante la gravidanza, anche per lo sviluppo del feto. E’ quindi importante diagnosticare questo tipo di intolleranze e agire di conseguenza.

       Nelle intolleranze al glutine bisogna assumere carboidrati privi di questo elemento come patate, riso e mais, pane senza glutine.

Qualunque altra allergia e intolleranza, una volta individuati i cibi che la provocano, richiede ovviamente l’eliminazione degli stessi dalla dieta.

Precauzioni
       Le precauzioni sono fondamentali e sicuramente seguire un’alimentazione corretta ed equilibrata aiuta moltissimo. Per capire quali cibi possono provocare allergie o intolleranze la cosa migliore da fare è un test apposito tramite prelievo del sangue.

Картинки по запросу Intolleranze e allergie alimentari in gravidanza       L’eventuale individuazione degli alimenti verso cui la gestante è intollerante o allergica permette di eliminarli nella dieta quotidiana, evitando i disturbi correlati. Per evitare tuttavia carenze nutrizionali è meglio rivolgersi al medico e farsi prescrivere una dieta adeguata, integrando se necessario l’alimento incriminato. Ovviamente se si è già consapevoli di essere intolleranti verso qualche cibo, è opportuno evitarlo anche durante la gravidanza.

       In generale alimentarsi in modo salutare e variato, apportando la giusta quantità di macro e micronutrienti, aiuta le mamme a prevenire sia le allergie che le intolleranze. E’ importante inoltre frazionare i pasti e fare spuntini sia a metà mattinata che a metà pomerggio, preferendo tanti piccoli pasti a quelli abbondanti.

       L’idratazione è importantissima e anche l’igiene degli alimenti che si consumano. Inoltre vanno preferiti cibi integrali e alimenti anallergici come pesce, riso, latte di capra, carni bianche. Più a rischio allergie sono invece uova, latticini, fragole, cacao.

Fonte https://mamma.pourfemme.it/articolo/intolleranze-e-allergie-alimentari-in-gravidanza-precauzioni-e-cosa-fare/37335/

Si può rimanere incinta in menopausa?

Restare incinta in menopausa
       L’invecchiamento di una donna non ha a che fare solo con il contorno occhi, le rughe del viso e i capelli grigi. Anche l’apparato riproduttivo femminile invecchia e quindi si trasforma. Tutte noi donne alla nascita abbiamo un patrimonio di 1-2 milioni di cellule uovo. La loro quantità (e la loro qualità) diminuisce ogni mese. Siamo fertili come non mai intorno ai 18-28 anni, qui c’è un picco di possibilità di rimanere incinta. Con il passare del tempo, arriviamo alla menopausa senza più cellule uovo utili. La menopausa non è in nessun modo una malattia, ma è un momento di grandi trasformazioni nel quale prendersi cura di sé e volersi bene è più importante che mai.

       Se sei in menopausa è normale voler sapere se esistono possibilità che tu rimanga incinta. Lo stesso se sei in menopausa precoce, e sei quindi ancora molto giovane, o se sei invece in premenopausa. Conosci le differenze tra queste tre condizioni femminili? Ti spieghiamo tutto.

Rimanere incinta in menopausa: perché non si può

       In una menopausa conclamata non è possibile rimanere incinta. Ma quando possiamo parlare di menopausa? La menopausa coincide con la scomparsa delle mestruazioni per almeno 12 mesi. Questi 12 mesi devono però essere consecutivi, se invece il ciclo va e viene si è probabilmente ancora in premenopausa. Se non hai le mestruazioni da meno di 12 mesi non puoi dirti in menopausa, potresti essere invece in premenopausa, condizione ben diversa per quanto riguarda una possibile gravidanza.

       Passato un anno, non si è più in premenopausa ed è quindi impossibile avere una gravidanza naturale. Sono al momento allo studio sistemi per “ringiovanire le ovaie” e far tornare il ciclo in donne che hanno deciso troppo tardi di voler diventare mamme, ma ancora non esistono risultati che possano cambiare la realtà: non si può avere una gravidanza una volta entrate in menopausa.

Rimanere incinta in menopausa precoce

       Si parla di menopausa precoce quando questa si presenta al di sotto dei 40 anni. Sebbene si sia ancora giovani, la menopausa precoce non consente a una donna di restare incinta. La menopausa precoce è definita anche POF (Premature Ovarian Failure), ovvero insufficienza ovarica prematura.

       La menopausa precoce può essere causata da una naturale predisposizione, oppure essere stata indotta ad esempio da interventi chirurgici all’apparato riproduttivo o da terapie radiologiche (frequentemente accade con la chemioterapia) o farmacologiche. In Italia si stima che 10 donne su 100 si trovino in questa situazione, non è quindi nulla di insolito per un ginecologo trovarsi davanti una giovane in menopausa.

       Non sono possibili gravidanze in menopausa precoce perché questa equivale in tutto e per tutto a una menopausa che ha inizio in età matura.

Rimanere incinta in premenopausa: si può

       Gli anni che precedono immediatamente la menopausa e caratterizzati da grandi cambiamenti ormonali e funzionali si chiamano premenopausa. Cosa accade in premenopausa? Dopo il compimento dei 40 anni il tuo ciclo potrebbe iniziare a essere irregolare, a iniziare in ritardo o a durare meno di 28 giorni, mentre prima le mestruazioni sono sempre state puntuali nella tua vita. Potrebbero anche presentarsi mestruazioni ravvicinate o verificarsi episodi di amenorrea, ovvero l’assenza del ciclo per un periodo.

       Questo potrebbe causarti l’accumulo di qualche chiletto di peso, ma parliamo di un aumento quasi impercettibile. Anche l’umore potrebbe subire dei cambiamenti e farti apparire lunatica. Perché accade? I livelli di estrogeni e progesterone, ormoni che noi produciamo, diminuiscono con l’andare degli anni. In questa fase della vita ha inizio il declino delle ovaie, ma siamo davvero solo all’inizio e non c’è nulla di cui preoccuparsi o di insolito. ll segnale più evidente della diminuzione della produzione degli ormoni sessuali femminili sono cicli mestruali irregolari. C’è qualcosa per cui allarmarsi? No, questa fase si chiama premenopausa e coinvolge una buona parte delle donne over 40.

       Si può sicuramente rimanere incinta in premenopausa, ma è raro. Sebbene la fertilità sia in calo (ma questo accade già a partire dai 35 anni di età, quindi molto prima) non vi è alcun motivo di pensare che una gravidanza non sia possibile. A diminuire sono solo le possibilità statistiche che questo accada. Pensaci, l’età media delle neomamme si alza sempre più e, non a caso, troveresti molte quarantenni con gravidanze serene entrando in un qualsiasi corso preparto. È anche vero però che la tendenza a rimandare una gravidanza desiderata sta aumentando il numero di donne che non sono riuscite poi ad avere figli. La curva della fertilità infatti scende in picchiata a partire dai 38 anni in media.

       Sei in premenopausa, ne hai tutti i sintomi, e non vuoi avere figli? Usa metodi anticoncezionali sicuri.

A 50 anni si può rimanere incinta?

       Non è impossibile rimanere incinta in tarda età, sebbene si vada verso i 50 anni. Va detto che in questi casi il corso della gravidanza potrebbe essere difficile o non arrivare a termine, i controlli medici saranno serrati e gli esami frequenti. È per questi motivi che i medici invitano le donne a non tardare troppo nella scelta di avere figli, posto che ciascuna è libera di non voler essere mamma, rimanendo una donna pienamente appagata. Un picco di fertilità lo abbiamo avuto tra i 18 e i 28 anni, poi l’uscio che ci porta a diventare mamme si restringe, prima lentamente, poi negli anni più velocemente, fino a chiudersi del tutto.

       Eppure si vedono in giro molte neomamme che non sono affatto giovani, anzi. Verissimo, l’età non è un ostacolo insormontabile di per sé al diventare mamma, ma lo è invece l’infertilità e questa è strettamente legata all’invecchiamento dell’apparato riproduttivo.

       Se una donna di 50 anni è in perfetta salute e non è ancora in menopausa, allora potrebbe in rari casi rimanere incinta. Certo, ritrovarsi incinta quando si pensava di essere ormai in età da menopausa potrebbe spiazzare molte donne, è comprensibile. Ma proprio per questo motivo, se non si cerca una gravidanza, è bene utilizzare sempre metodi anticoncezionali durante i rapporti sessuali. Ricorda: l’età avanzata non è un anticoncezionale.

Menopausa e gravidanza: sintomi simili

       Le mestruazioni non si sono presentate, ormai hai quattro giorni di ritardo e il dubbio ti sta assalendo. Come sapere se sei incinta o se invece stai entrando in menopausa, passando dalla premenopausa? Diciamo subito che l’età è un indicatore valido: se sei vicina ai 50 anni è probabile tu stia avviandoti verso la menopausa. Se hai intorno ai 30 anni è probabile che tu sia incinta. Ma queste indicazioni sono solo statistiche, e quando vuoi una risposta desideri che questa sia univoca e certa. Giustissimo.

       Solo un test di gravidanza di uso domestico e poi, in caso di responso positivo, una visita ginecologica, possono dirti se aspetti un bambino e se la gravidanza sia evolutiva.

       E se il ciclo fosse invece saltato perché ti stai incamminando verso la menopausa? Potresti verificare se coesistono i sintomi che accompagnano questa fase: sono soprattutto le vampate di calore, accompagnate o meno da sudorazioni, il primo sintomo che compare, dovuto al crollo della produzione di estrogeni. Il dosaggio ormonale nel sangue (FSH ed estradiolo plasmatico) potrebbe essere d’ausilio nel sospettare una menopausa nel caso la donna fosse particolarmente giovane, mentre è inutile andarli a dosare in una donna di 50 anni… basta già l’anagrafica!

       Non conviene quindi rimandare mai la realizzazione di un desiderio come quello di avere un figlio, dovendo noi donne fare i conti con un orologio biologico ben stabilito dalla natura.

Fonte https://lines.it/ciclo-mestruale/menopausa/si-puo-rimanere-incinta-in-menopausa

La fertilità è anche una questione di fiuto. Molecole olfattive presenti sugli spermatozoi

       È questo il risultato di uno studio condotto da ricercatori del Policlinico A. Gemelli di Roma pubblicato sulla rivista scientifica Frontiers in Endocrinology.

       «Nel nostro studio l’applicazione di moderne piattaforme di proteomica (per studiare le proteine umane) ha consentito di identificare ben otto differenti recettori olfattori presenti come frammenti nel liquido seminale ed espressi sulla superficie dello spermatozoo, nei tubuli seminiferi del testicolo e nell’epididimo», ha spiegato Alfredo Pontecorvi, Direttore dell’Istituto Scientifico Internazionale “Paolo VI” - ISI e dell’Area di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo del Policlinico A. Gemelli di Roma. «I nostri dati evidenziano inoltre un ruolo importante per questi recettori poiché essi consentirebbero allo spermatozoo di fiutare le sostanze chimiche rilasciate dall’ovocita e di dirigersi verso di esso allo scopo di fecondarlo».

        «Si tratta di un lavoro con una notevole rilevanza clinica», ha aggiunto Domenico Milardi, andrologo presso l’ambulatorio ISI presso la Fondazione Policlinico A. Gemelli. «In pazienti con infertilità dovuta all’arresto della maturazione degli spermatozoi abbiamo dimostrato l’assenza di questi recettori. Riteniamo quindi che tale assenza possa svolgere un ruolo causale nella compromissione della spermatogenesi in questi pazienti. Il nostro studio, dunque, oltre ad aprire nuove prospettive nella comprensione dei meccanismi molecolari coinvolti nella spermatogenesi e nel processo di fecondazione dell’ovocita, lascia intravedere anche importanti risvolti clinici per i pazienti affetti da sterilità da arresto maturativo degli spermatozoi».

Fonte http://www.healthdesk.it/ricerca/fertilit-anche-questione-fiuto-molecole-olfattive-presenti-spermatozoi

Cure depressione mamma provocano rischio malformazioni bimbo

        Il litio aiuta a prevenire la depressione grave in persone con disturbo bipolare, disturbo che colpisce circa il 2% della popolazione mondiale e che può avere un impatto molto forte durante gravidanza e post parto.

       I ricercatori della Icahn School of Medicine al Monte Sinai hanno esaminato il rischio di malformazioni congenite, quali difetti cardiaci e complicanze della gravidanza, in una meta-analisi che ha incluso dati provenienti da 727 gravidanze di mamme esposte al litio rispetto e 21.397 gravidanze di madri con disturbi dell'umore che non assumevano la sostanza. I dati provenivano da sei Paesi: Danimarca, Canada, Paesi Bassi, Svezia, Regno Unito e Stati Uniti. Il numero di bambini esposti al litio durante il primo trimestre ha presentato malformazioni una volta e mezzo più di frequente rispetto al gruppo non esposto (7,4% rispetto al 4,3%).

Salute e Benessere       Inoltre, il rischio di riammissione dei neonati in ospedale entro 28 giorni dalla nascita era quasi raddoppiato nei neonati esposti al litio rispetto al gruppo non esposto (27,5% contro 14,3%). Tuttavia, l'esposizione non era associata a complicazioni della gravidanza o del parto, come pre-eclampsia, parto pretermine, diabete gestazionale o basso peso alla nascita. "Data l'efficacia ben documentata del litio nella riduzione delle recidive di depressione grave, si potrebbe considerare, nelle mamme che presentano il problema, di continuare la terapia in una dose più bassa durante il primo trimestre o di interromperla e riavviarla dopo il primo trimestre di gestazione o direttamente dopo il parto", ha detto l'autore senior dello studio, Veerle Bergink.

Fonte ANSA

Disfunzione erettile

Le cause organiche sono distinte in:
Immagine di un uomo di spalle

  • vascolare
  • ormonale
  • neurologica
  • malattie sistemiche (tra le quali il diabete mellito)
  • iatrogena (terapia farmacologica).

       Nei giovani la causa più frequente è di natura psicogena, ad esempio fattori o situazioni quali l’ansia da prestazione.

       Le cause vascolari rappresentano il principale fattore responsabile di DE di natura organica e possono riguardare l’afflusso arterioso e/o il deflusso venoso. Numerose evidenze sperimentali e cliniche hanno dimostrato che la disfunzione erettile su base arteriosa precede un possibile danno vascolare in altri distretti dell’organismo (cuore, cervello, ecc.). Pertanto, la DE potrebbe rappresentare un sintomo di allarme di importanti patologie sistemiche.

I principali fattori di rischio della DE sono:


  • il fumo di sigaretta
  • l’alcol
  • le dislipidemie
  • la presenza di patologie cardiovascolari, come l’ipertensione
  • il diabete mellito
  • le patologie ormonali, come per esempio bassi livelli di testosterone
  • le infezioni uro-genitali.

       Il mantenimento di un corretto stile di vita e la riduzione dei fattori di rischio, consente di limitare la possibilità di sviluppare tale patologia.

       Riguardo la diagnosi, il corretto approccio prevede un’anamnesi e un esame obiettivo volti a identificare: le possibili cause, le terapie farmacologiche concomitanti o le patologie a prevalente componente psico-relazionale interferenti con la funzione sessuale.

       Sulla base poi della diagnosi seguirà l’intervento terapeutico farmacologico, psicosessuologico o chirurgico più appropriato

Fonte http://www.salute.gov.it/portale/fertility/dettaglioContenutiFertility.jsp?lingua=italiano&id=4560&area=fertilita&menu=malattie

domenica 28 ottobre 2018

Infertilità: creato in laboratorio il primo ovaio artificiale

Картинки по запросу creato in laboratorio il primo ovaio artificiale       Buone notizie per tutte le giovani donne che soffrono di infertilità temporanea o hanno difficoltà a concepire: alcuni ricercatori USA sono riusciti a riprodurre in laboratorio un ovaio interamente artificiale, in grado di permettere il completo sviluppo, nel giro di pochi giorni, di un ovocita immaturo prelevato da una volontaria. Si tratta di una scoperta di grandissimo rilievo scientifico, le cui potenzialità sono tutte da approfondire. Vediamo nello specifico in cosa consiste l’esperimento. L’ovaio artificiale è stato realizzato creando una struttura tridimensionale, a “nido d’ape”, sulla quale sono state impiantate delle cellule ovariche prelevate da alcune donatrici.

       Infatti le ovaie femminili sono costituite proprio da cellule triple. In un secondo momento, in questo ovaio “bionico”, è stato inserito un ovocita immaturo, il quale non solo si è annidato perfettamente nell’organo artificiale, ma ha compiuto la sua maturazione nel giro di pochissimo tempo. La straordinarietà dell’impresa sta nel fatto che mai, prima d’ora, si era riusciti a ricreare in laboratorio dei tessuti tridimensionali così vitali.

       Gli sviluppi pratici della ricerca americana permetteranno di comprendere cause, natura e origine delle varie forme di infertilità femminile e, soprattutto, forniranno una speranza a tutte quelle donne colpite da tumore – e quindi da infertilità temporanea causata anche da cure chemioterapiche o interventi chirurgici di tipo invasivo – alle quali sarà così possibile prelevare gli ovuli immaturi e portarli a sviluppo nell’ovaio artificiale.     

        Ad occuparsi di questo importante studio è stata la dott.ssa Sandra Carson, docente di Ginecologia e Ostetricia presso la Brown University, la quale ha guidato un team costituito da ricercatori e medici della stessa Università e del Woman & Infants Hospital di Rhode Island. I risultati dell’esperimento messo a punto dalla squadra della dott.ssa Carson sono stati pubblicati nella rivista “Journal of Assisted Reproduction and Genetics”.

Fonte https://mamma.pourfemme.it/articolo/infertilita-creato-in-laboratorio-il-primo-ovaio-artificiale/5219/

Tumore del testicolo: diagnosi crescono al ritmo del 3% l’anno

       Ma solo un uomo su cinque è andato almeno una volta dall’urologo per una visita.

       È questo il dato che ha indotto la Società Italiana di Urologia Oncologica (SIUrO) ad aderire alla campagna WeCanICan (www.worldcancerday.org) lanciata in occasione della giornata mondiale contro il cancro, che si è celebrata il 4 febbraio.

Картинки по запросу Tumore del testicolo       «Il carcinoma testicolare colpisce ogni anno 2.500 italiani», afferma Alberto Lapini, presidente eletto della SIUrO. «Uno dei principali aspetti da tenere sotto controllo è il criptorchidismo, un disturbo che si verifica quando il testicolo non scende nello scroto durante lo sviluppo. I giovani con storia di criptorchidismo, infertilità e ipospadia corrono un rischio fino a 40 volte maggiore di sviluppare il cancro rispetto alla popolazione normale. In presenza di questi fattori di rischio è indicata una visita urologica periodica, anche annuale. Fondamentale è inoltre informare i giovani sull’importanza dell’autopalpazione del testicolo a partire dalla pubertà. Infatti la scoperta in fase precoce del cancro al testicolo permette di ottenere sopravvivenze in percentuale elevatissima addirittura oltre al 90%. Questo tumore, se ben trattato e specialmente se di basso stadio, rappresenta una delle poche occasioni in oncologia dove è possibile usare il termine guarigione».

       «Si calcola che più dell’80% dei pazienti riescono a sconfiggere i tumori uro-genitali», aggiunge Riccardo Valdagni Presidente Nazionale della SIUrO. «Questi risultati sono resi possibili non solo dalle nuove armi terapeutiche a disposizione degli specialisti ma anche dal numero di diagnosi precoci che riusciamo ad ottenere».

       «Promuovere la prevenzione primaria e secondaria dei tumori è uno degli obiettivi della nostra società scientifica», conclude il segretario nazionale della SIUrO Giario Conti. «Per questo abbiamo deciso, anche quest’anno, di partecipare ad un’importante evento internazionale che vuole sensibilizzare l’opinione pubblica su un tema di grande attualità. Contro il cancro non si può mai abbassare la guardia. E il primo passo per riuscire a sconfiggerlo è proprio insegnare a tutta la popolazione quali sono i principali campanelli d’allarme da non sottovalutare mai».

Fonte http://www.healthdesk.it/prevenzione/tumore-testicolo-diagnosi-crescono-ritmo-3-anno

Sterilità e infertilità: di cosa parliamo?

Картинки по запросу Sterilità e infertilità       Nel linguaggio comune questi due termini vengono spesso utilizzati come sinonimi. Si tratta in realtà di due aspetti distinti, sebbene entrambi relativi all’ambito della procreazione.

       La sterilità è infatti l’incapacità per una coppia di concepire, e da un punto di vista più strettamente statistico si può parlare di un problema reale di sterilità soltanto dopo 12 mesi di rapporti frequenti e non protetti senza ottenere il concepimento. Trascorso un anno è consigliabile procedere con accertamenti, ma questo periodo di attesa può essere ridotto in caso la donna abbia un’età superiore ai 35 anni, oppure se esiste un precedente problema ginecologico o andrologico.

       L’infertilità consiste invece nell’impossibilità di portare a termine la gravidanza.

       La differenza assume naturalmente rilievo per quanto riguarda ricerca della causa e della relativa soluzione. I problemi di fertilità in generale riguardano circa il 10-20% delle coppie che cercano un figlio, e in Italia ogni anno 500.000 di queste ricorrono al consulto di uno specialista.

       Alcune problematiche possono essere risolte grazie alla prevenzione, a diagnosi tempestive e terapie farmacologiche adeguate, ma quando la condizione viene valutata dal medico come permanente, diventa allora necessario ricorrere alle tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA).

       Gli specialisti tengono a sottolineare che non esiste una sterilità femminile e una maschile: la sterilità è un problema di coppia, che porta all’impossibilità del concepimento, determinato da fattori maschili e femminili in misura percentuale praticamente uguale.

       Da segnalare che, anche con accertamenti approfonditi, non sempre si giunge a una diagnosi precisa: nel 10% casi ci si trova di fronte a sterilità inspiegata, cioè a coppie che non riescono a concepire in assenza di problemi.

Fonte https://www.progestazione.it/infografiche/sterilita-infertilita-cosa-parliamo/

Infertilità inspiegabile? Se la tiroide funziona poco può influenzare le capacità di concepire

       Quando una coppia non riesce a concepire, senza che vi sia alcuna causa precisa, essa viene definita infertilità idiopatica o inspiegabile.

       L’infertilità, sia essa spiegabile o idiopatica è motivo di forte stress e di sofferenze emotive e relazionali. L’impossibilità di una genitorialità biologica può influire sulla qualità della vita ed il benessere di una persona o della coppia: ad ogni ciclo mestruale o ad ogni nuova nascita si rivive una forte sofferenza capace di segnare la quotidianità.

La tiroide e gli ormoni TSH
       Gli ormoni TSH sono gli ormoni della ghiandola pituitaria o ipofisi, ghiandola che, oltre ad altre funzioni, si occupa della stimolazione della tiroide. Alti livelli degli ormoni TSH sono un buon segnale di una ghiandola tiroide ipoattiva (anche a livello lieve, ovvero subclinico). Questo avviene perché la funzione inibitoria degli ormoni tiroidei sulla secrezione di TSH risulta indebolita.

Lo studio sulla connessione tra la tiroide e la difficoltà a concepire
Картинки по запросу Infertilità inspiegabile       Lo studio ha rilevato che le donne che presentano infertilità inspiegabile hanno quasi il doppio delle probabilità di avere livelli più elevati dell’ormone TSH, rispetto alle donne che non presentano infertilità inspiegabile.

       I ricercatori hanno analizzato i dati di pazienti di genere femminile di età compresa tra i 18 ed i 39 anni, diagnosticate con infertilità inspiegabile presso gli ospedali del sistema sanitario Health Partners di Boston. I fattori di inclusione sono stati i cicli mestruali regolari.

       I ricercatori hanno esaminato e confrontato i livelli di TSH di queste 187 pazienti con quelli di 52 pazienti i cui partner riportavano una grave infertilità da fattore maschile.

       I risultati mostrano come le donne con infertilità inspiegabile avevano livelli di TSH nel sangue significativamente più alti rispetto ai livelli delle donne con infertilità dovuta a causa nota. In particolare, il valore dell’ormone, nel doppio delle donne con infertilità inspiegabile rispetto alle altre, presentava un livello superiore a 2,5 mlU/L.

       Il ricercatore Fazeli P.K. riassume i risultati nel seguente modo “Dal momento che ora sappiamo dal nostro studio che esiste un’associazione tra i livelli di TSH all’estremità superiore del range normale e infertilità inspiegabile, è possibile che un livello di TSH alto-normale possa avere un impatto negativo sulle donne che stanno cercando di rimanere incinte“. In base a quanto emerso, possibili futuri trattamenti per l’infertilità inspiegabile potranno considerare l’abbassamento dei livelli di TSH. La ricerca dovrà prima valutare quanto questo abbassamento sarà utile nel favorire il concepimento.

Fonte : http://www.stateofmind.it/2018/01/infertilita-funzionamento-tiroide/

Attività fisica e calo del testosterone

Картинки по запросу Attività fisica e calo del testosterone       Anche il bilancio energetico negativo è coinvolto. Già nel 1987 si è ipotizzato infatti  che una restrizione calorica fosse frequente in alcuni tipi di sportivi. Contribuendo a ridurre i livelli basali di testosterone. Successivamente si è iniziato a parlare di anoressia anche per i maschi. Una tendenza che può riguardare pure gli atleti amatoriali quando svolgono un'attività decisamente esagerata per il loro introito energetico.

Le conseguenze sulla salute

       Ma quali sono le conseguenze sulla salute dello sportivo, atleta o meno, che va incontro a ipogonadismo da esercizio? "Una riduzione della massa minerale ossea, una riduzione del desiderio sessuale e un'infertilità per un'alterazione della produzione di spermatozoi che non è sinonimo d'impossibilità a procreare" spiega Fabio Lanfranco, Endocrinologia, Diabetologia e Metabolismo Dipartimento di Scienze Mediche Università di Torino. "Non c'è infatti una compromissione della funzione riproduttiva nei maschi che praticano molto sport regolare, piuttosto alcune anomalie nella concentrazione e morfologia degli spermatozoi".

La Sindrome Red’s

       L'esercizio fisico influenza, dunque, il sistema endocrino in molti modi. E sappiamo che quello breve incrementa - transitoriamente - i livelli di testosterone mentre quello prolungato li fa ridurre. L'entità dei mutamenti ormonali dipende non solo dall'intensità dell'esercizio e dalla sua durata ma da fattori ambientali e individuali.
       Nello specifico, la Sindrome Red's - legata alla carenza energetica nello sport - provoca danni a livello delle ossa, delle ovaie, delle gonadi... Ma ha conseguenze anche sulla performance diventando dannosa per la coordinazione, la forza muscolare, la resistenza, il rischio di lesioni, la capacità aerobica, la capacità di concentrazione. "Nel maschio - spiega Fabio Lanfranco - la Sindrome della triade dell'atleta femmina, ovvero la sindrome Red's, è caratterizzata dalla soppressione dell'asse gonadico, dalla riduzione del livello circolante di testosterone, da anomalie seminali e dalla compromissione della libido".

       Ci sono discipline in cui è più facile che queste conseguenze si verifichino come il triathlon, la maratona. I ciclisti, per esempio, rappresentano una categoria in cui la ridotta disponibilità energetica può essere particolarmente frequente.
Картинки по запросу Attività fisica e calo del testosterone
       Continua Lanfranco: "Il  messaggio non è che chi fa attività fisica, anche estrema, diventa necessariamente ipogonadico. Piuttosto che vi è una percentuale di soggetti maschi che fa attività fisica eccessiva, professionisti o no, e che va incontro a una riduzione dei livelli circolanti di testosterone. In una fascia di soggetti questo livello scende a tal punto da diventare un problema. E si verificano tutte le conseguenze dell'ipogonadismo maschile". Quindi effetti sulla massa minerale ossea, sul tono dell'umore, sulla libido, sulla potenza sessuale. Questi soggetti ipogonadici hanno un testosterone circolante che è dal 40 al 75% inferiore rispetto a maschi - di varie età e caratteristiche - che non fanno esercizio fisico. Interessa spesso soggetti che sono impegnati nell'attività fisica fin da piccoli e che hanno alle spalle molti anni di esposizione a volumi elevati di attività fisica.

Fonte https://www.dica33.it/notizie/34775/attivita-fisica-calo-del-testosterone.asp

Cosa sente il bambino nella pancia

Il tatto
Картинки по запросу Cosa sente il bambino nella pancia      Il tatto è il primo dei cinque sensi a svilupparsi, in realtà già dall’ottava settimana si formano i recettori tattili intorno alla bocca, a 12 settimane su tutto il viso, poi vengono le manine, i piedini per raggiungere completamento alla 28° settimana.
      Per percepire gli stimoli tattili devono maturarsi le vie nervose, necessarie per comunicare al cervello il senso.
      Dopo la 20° settimana di gravidanza il bimbo nella pancia inizia a sentire le carezze della mamma e del papà dal pancione. Questo è il periodo in cui anche la mamma inizia a sentire i movimenti fetali, con il passare delle settimane questo senso diventerà sempre più raffinato tanto da notare che quando si poggia la mano ci sarà una sporgenza, cambierà posizione, verrà verso la vostra mano. 

L’udito
      Nel secondo mese di gravidanza vi è lo sviluppo dell’orecchio medio, responsabile delle percezioni uditive. La maturazione però avverrà solo nell’ottavo mese.
      Dalla 30° settimana è in grado di sente i rumori della mamma come il cuore che batte, i rumori dello stomaco, e la voce sia della mamma che del papà, riuscirà anche a capire qual è quella dei due, perché la voce della mamma lo percepisce come un timbro più profondo.
      E’ bene evitare di esporre il bimbo a rumori troppo forti perché tende a spaventarsi. E’ stato evidenziato infatti come un rumore brusco provoca un’accelerazione dei battiti cardiaci e dei movimenti fetali. E’ il momento giusto per ascoltare la musica in gravidanza!

Olfatto e gusto
      Le papille gustative e i recettori dell’olfatto si sviluppano intorno all’8° e 9° settimana, non si sa con esattezza quando inizia a funzionare e non si sa precisamente a che settimana il bambino percepisce un sapore o un odore. Gli studiosi ipotizzano intorno al secondo trimestre.

Картинки по запросу Cosa sente il bambino nella pancia      Quello che mangia la mamma si riversa nel liquido amniotico di conseguenza deglutendo e inalando il liquido, il feto impara a conoscere i cibi della mamma, che riconoscerà nel lette e poi nello svezzamento.

La vista
      La vista è l’ultimo dei sensi che si sviluppa, le palpebre rimangono chiuse sino alla 26° settimana, dopo il bambino inizia a percepire la luce che filtra attraverso la pancia. A trenta settimane le pupille sono in grado di dilatarsi o restringersi a seconda dell’intensità della luce, il bimbo tende a girare la testa e aumentano anche le pulsazioni cardiache.
      Lo sviluppo della vista si completerà qualche mese dopo la nascita, ma appena nato riconosce i contorni del volto della mamma a 20 cm di distanza, la distanza di quando prende il latte.

Fonte https://www.mamme.tv/gravidanza/cosa-sente-il-bambino-nella-pancia?fbclid=IwAR2UCS76P6ljOsYRIgePvUrIFutbvRQFj-CHLKnVfsXoQoX22_FErXVOEjY

sabato 27 ottobre 2018

Perdita da impianto: come riconoscerla

come sono le perdite da impiantoPerdite da impianto
        Non tutte le donne sono in grado di riconoscere queste piccolissime perdite di sangue come derivanti dall’annidamento. In quanto si tratta comunque di lievissime perdite ematiche che compaiono sullo slip sotto forma di macchie scure. Le perdite di un impianto sono scure e ciò è indice di quanto sia scarsa la perdita di sangue che si è creata.

Spotting
        Cos’è lo spotting? Il termine spotting deriva dal verbo inglese “to spot”, che letteralmente significa “macchiare”. Nel linguaggio medico-ginecologico lo spotting delinea un’anomala perdita di sangue a livello uterino. Essa si presenta scarsa e di colore scuro. Tale fenomeno s’interpone generalmente tra due mestruazioni, ma può anche essere considerata uno dei sintomi da impianto.

Perdite in gravidanza
        Non tutte le perdite ematiche che si evidenziano nel corso della gravidanza sono segno di un avvenimento patologico. Spesso ci si allarma alla prima vista del sangue, in quanto la comparsa di sangue in sè non viene considerato un evento normale a meno che non si tratti di flusso mestruale. In realtà, anche nel corso della gravidanza è possibile che ci siano perdite ematiche da considerare assolutamente fisiologiche.

Quanto dura l’ovulazione
        L’impianto dell’embrione ovviamente è preceduto dalla fase in cui avviene la fecondazione della cellula uovo, gamete femminile, da parte dello spermatozoo, gamete maschile. L’ovocita viene rilasciato per mezzo dello scoppio del follicolo che contraddistingue l’ovulazione. Percorrendo tutto il processo a ritroso, è possibile capire quali siano meccanismi necessari affinché ciò avvenga.


Spotting ovulatorio
        Al di là di quanti giorni possa durare l’ovulazione è difficile confondere le perdite da ovulazione, a carattere mucoso e colore giallognolo da quelle da impianto. Queste ultime infatti sono di natura ematica, e potrebbe essere possibile piuttosto non distinguere le perdite da impianto o da ciclo.

Perdite scure
        Le perdite da impianto compaiono infatti in un’epoca assai precoce della gravidanza. In questa fase sono ancora molte le donne che, non sapendo di essere incinta, pensano possa essere una perdita legata al flusso mestruale. Esse infatti si evidenziano poco dopo il momento dell’annidamento. Bisogna considerare che una volta avvenuta la fecondazione dell’ovocita, e dunque la formazione dello zigote quale cellula totipotente, passano diversi giorni.

Spotting da impianto
perdite da impianto        La fase preimpianto include il periodo che va dal concepimento al 17° giorno. In questa fase lo zigote va incontro a divisioni cellulari formando la morula. Quest’ultima, dopo circa 5-6 giorni dal concepimento, raggiunge l’utero, forma la blastocisti ed inizia ad impiantarsi nello spessore della mucosa uterina. Nei giorni successivi si origina la circolazione utero-placentare e la blastocisti penetra nello stroma endometriale.

        Quanto durano le perdite da impianto
Una normale perdita da impianto non si protrae a lungo. In effetti si tratta di una lievissima perdita di sangue originata dalla rottura di qualche capillare presente sulla superficie della mucosa uterina. Al momento dell’annidamento embrionale, la corrosione dei tessuti uterini determinata anche dall’azione della blastocisti, genera una leggera perdita ematica. Quest’ultima si manifesta sotto forma di piccolissime macchie scure.

Perdite ematiche
        Le perdite ematiche vanno concettualizzate, soprattutto in gravidanza. La loro comparsa a inizio gravidanza non deve destare assolutamente preoccupazioni. Esse sono sostanzialmente uno dei sintomi di nidazione. Se si tratta di perdite di colore rosso vivo significa innanzitutto che la quantità è maggiore, e inoltre potrebbero essere dovute a qualcosa di patologico. In tal caso, prima di preoccuparsi basta richiedere un consulto.

Nidazione
perdita da impianto        Da non trascurare il colore delle perdite stesse, che è indice di quanto l’origine della stessa possa essere fisiologico. Il sangue scuro viene spesso definito “sangue vecchio”, proprio perché essendo una perdita molto scarsa, il tempo di esposizione del sangue all’esterno è maggiore rispetto a quello permesso ad una perdita abbondante. Dunque in sangue si ossida e appare più scuro, molto simile ad marroncino.

Dolori da impianto
        Prima ancora delle perdite scure l’impianto della blastocisti si manifesta mediante una leggera sensazione dolorosa in prossimità del basso ventre. Spesso è associata ai dolori tipici del ciclo mestruale, ecco perché ancora una volta è difficile distinguere l’impianto dai sintomi tipici della mestruazione. Basta accertarsi della presenza della gravidanza mediante il test di gravidanza e successiva conferma ecografica.

Fonte https://www.passionemamma.it/2017/10/perdita-da-impianto/?fbclid=IwAR3Xb87vGQQOsTTiDAspjCLr4VyJfo6ajtdb-Hke3E90OinhuexobENCqI0