lunedì 30 aprile 2018

Embrioni criopreservati: il tempo di conservazione potrebbe avere effetti negativi sulla loro viabilità?

        Si cerca, mediante un unico ciclo di stimolazione ovarica, di ottenere un numero adeguato di embrioni di buoa qualità. sufficienti per essere trasferiti freschi e, se possibile, essere congelati. Questi embrioni potranno essere utilizzati per futuri tentativi di gravidanza o essere donati dalla coppia con finalità riproduttive o destinati a progetti di ricerca specifici o scartarti. Ciononostante, le prove dimostrano che molte coppie, soprattutto coloro che ottengono una gravidanza al primo tentativo e con embrioni freschi, scelgono di conservarli congelati senza una fine o pianificzione specifica futura.

        Nella specie umana, il periodo di conservazione degli embrioni in nitrogeno liquido a ‐196 °C fornisce risultati contradduttori rispetto alla viabilità futura e capacità di generare una gravidanza evolutiva. Ciononostante, vari studi effettuati su animali e diversi modelli teorici confermano la possibilità che gli embrioni di mammifero possono essere evolutivi anche dopo periodi di conservazione di migliaia di anni.

Instituto Bernabeu        Sorprendentemente, in realtà esistono pochi dati clinici disponibili che confermino questa questione così importante sia per le coppie coinvolte che i professionisti. Per nostra tranquillità, la serie più lunga pubblicata fino ad ora (analisi di 11.768 embrioni congelati) non ha fornito dati negativi sul tasso di sopravvivenza embrionale e gravidanza legati al tempo di conservazione (Riggs e col. 2010). Anche se la maggior parte degli embrioni sono stati congelati meno di 5 anni, sono stati raccolti dati anche per periodi di congelamento di 13 anni. Recentemente, è stato pubblicata una nascita dopo 19.6 anni di congelamento (Dowling-Lacey e col., 2011).

        In generale, sembra che gli embrioni umani sono abbastanza stabili a ‐196 °C e non vi sono effetti deleteri sull’impianto nell’utero e sulla gravidanza. Ad ogni modo, vi è una mancanza evidente di studi che controllino i bambini nati da questi embrioni congelati. Difatti, non esistono lavori di proseguimento dopo l’uso della tecnica di vetrificazione, che a livello mondiale ha sostituito il classico congelamento lento.

        Inoltre, ricordiamo che stiamo dando per scontato che le condizioni delle Banche e dei laboratori sono strettamente controllate. Una cattiva prassi, ad esempio nel riempire i depositi o nell’aprirli, potrebbe provocare un incremento della temperatura interna e condizionare la sopravvivenza post-scongelamento.

Sport in gravidanza accorcia il travaglio

        Secondo uno studio dell’università Politecnica di Madrid (Spagna), che ha monitorato 508 donne a partire dal primo trimestre di attesa, fare sport in gravidanza può abbreviare i tempi del travaglio di 50 minuti e renderlo anche meno doloroso. A metà di queste donne è stato assegnato il compito di fare tre allenamenti di un’ora a settimana a ritmo moderato, mentre alle altre è stato fornito solo un counseling prenatale.

Meno 50 minuti
        Oltre la metà delle partecipanti ha partorito naturalmente ed è stata anche osservata un’importante disparità tra coloro che avevano fatto sport in gravidanza in maniera regolare e coloro che invece non lo avevano fatto. Nel gruppo che aveva fatto attività fisica, infatti, si è infatti registrata una durata totale media del travaglio di 7 ore e mezza (450 minuti), mentre in chi aveva ricevuto solo il counseling prenatale occorrevano circa 8 ore e mezza (500 minuti) per far nascere del bimbo.

Un incentivo per tutte
Sport in gravidanza accorcia il travaglio        Gli studiosi spiegano che è probabile le donne che hanno fatto sport in gravidanza sono fisicamente in forma e hanno muscoli più forti che le aiutano a sostenere il percorso verso il parto, in particolare nella fase di spinta. La speranza è che questi risultati incoraggino le donne a non temere l’esercizio fisico durante la gestazione, tenuto conto anche del fatto che è fondamentale per prevenire complicazioni potenzialmente pericolose durante il travaglio.

In acqua è meglio
        I benefici maggiori si hanno con esercizi regolari del pavimento pelvico, jogging e allenamento con i pesi. Anche le attività in acqua sono fortemente consigliate: nuoto, acquagym e corsi di acquaticità. In acqua l’attività fisica è meno faticosa e anche meno pericolosa, grazie alla parziale assenza di peso. Lo sport in gravidanza, infine, ha influenze positive sul controllo del peso.

Fonte https://www.bimbisaniebelli.it/gravidanza/benessere/sport-in-gravidanza-accorcia-il-travaglio-56007

Togliere il pannolino in 3 giorni: ecco il metodo Mewes

Come togliere il pannolino in tre giorni: il metodo Mewes
come togliere il pannolino      Togliere il pannolino è un processo graduale e richiede tempo e pazienza: ecco perché il primo consiglio che la tata dà ai genitori è quello di mantenere sempre la calma. I bambini, spiega, devono essere rassicurati e tranquillizzati su quello che andranno a fare: per loro, togliere il pannolino ed iniziare ad utilizzare il vasetto è un cambiamento drastico, che deve essere supportato e sopportato pazientemente. Prima regola, dunque: togliere il pannolino senza traumi.

Togliere il pannolino: i segnali
      Come capire quando è il momento di togliere il pannolino ai vostri figli? La Mewes dice che è necessaria una certa attenzione da parte dei genitori, i quali dovranno far caso a tutti i “segnali” da parte del figlio: se il piccolo è in grado di riconoscere quando sta per fare la pipì o la cacca, se è capace di gestirsi o se quando lo cambiate vi accorgete che è pulito ed asciutto, significa che per lui è arrivato il momento di togliere il pannolino.

foto-vasetto-ippoTogliere il pannolino: l’introduzione del vasino
      Dopo aver preso coscienza del fatto che è arrivato il momento di togliere il pannolino ai vostri figli, iniziate ad introdurre il vasino: spiegate loro cos’è, parlategli di questo oggetto così strano ai loro occhi, descrivetelo accuratamente nel modo più semplice ed elementare possibile. Fate capire ai vostri figli che in questo momento stanno per diventare “grandi”: togliere il pannolino è uno dei        primissimi, grandi passi da loro compiuti.

Togliere il pannolino: portate vostro figlio in bagno con voi
       A questo punto, niente più tabù: iniziate a portare vostro figlio in bagno con voi. D’altronde, come è noto, “si ruba con gli occhi“, quindi i più piccoli impareranno a fare pipì nel vasino guardandovi e prendendo spunto da voi. Ricordatevi, dopo aver fatto i vostri bisogni, di lavare sempre le mani in modo che anche i vostri figli assorbiranno questa pratica. Nel caso in cui i più piccoli non vogliano accompagnarvi in bagno? Non insistete.

Togliere il pannolino: cosa fare se il bambino si oppone
       Solo in questo momento, iniziate a far presente ai vostri figli che gli toglierete il pannolino nel momento in cui avranno voglia di fare pipì o la cacca. Se i piccoli si oppongono e non vogliono, non insistete e non parlate più del vasetto per circa una ventina di giorni. Nel caso contrario, potete iniziare il metodo dei tre giorni.

Togliere il pannolino: il primo giorno
foto_bimba_sul_vasetto
       La puericultrice nel LIBRO DOVE SPIEGA ACCURATAMENTE IL METODO ci dice che nel primo giorno, già dalla colazione, dovete iniziare a parlare a vostro figlio del vasetto. Uscite con lui ed acquistate le prime mutandine, tornate a casa e procedete nel togliere il pannolino. Fate circolare il bimbo in casa per un po’ di tempo con una maglia lunga senza nulla sotto, poi portatelo al bagno – dove avrete già posto il vasetto – e fategli compagnia,        distraendolo con giochi.

       Questa è la fase in cui il bambino deve iniziare a capire che i bisogni vanno fatti nel vasetto, quindi non avete vergogna nel chiedergli: “Dove fai la pipì se ti scappa?“. Incoraggiate il vostro bimbo ad andare in bagno prima dei pasti, in modo tale che prenderanno l’abitudine anche i lavarsi le manine prima di mangiare. Se invece vostro figlio sente lo stimolo dopo i pasti, la Mewes consiglia di dirgli:

Mi sa che hai bisogno di fare la cacca. Andiamo a sederci sul vasino e leggiamo una fiaba

       Se vostro figlio riesce a fare i suoi bisogni, lodatelo e coccolatelo: secondo la Mewes è utile anche premiare il piccolo con un regalino, che può essere una pietra o un adesivo, dice. Fate festa al piccolo, senza però esagerare e metterlo in imbarazzo. Quando poi è l’ora di andare a dormire, dite a vostro figlio che esiste la “pipì della buonanotte”: tutte le persone, prima di mettersi a letto, vanno in bagno. Anche questo, dice la puericultrice, serve ad instaurare una abitudine.

Togliere il pannolino: il secondo giorno
       Quando il bimbo si sveglia, al mattino, toglietegli il pannolino e portatelo a fare pipì nel vasetto. Ricominciate la giornata allo stesso modo della prima, ricordandogli dunque quanto sia importante fare i bisogni al mattino, nel vasetto: fatelo circolare in casa nudo dalla vita in giù, poi ripetete la procedura del giorno precedente. Infine portatelo al bagno per la “pipì della buonanotte”, fategli i complimenti senza esagerare e mettetegli il pannolino prima che si addormenti.

Togliere il pannolino: il terzo ed ultimo giorno
        Già dal terzo giorno, dice la Mewes, il vasetto dovrebbe essere entrato a far parte della quotidianità del piccolo. Secondo la puericultrice, la giornata del piccolo va scandagliata per orari precisi:

foto_vasetto_pipiOre 7-8: svegliate il piccolo, toglietegli il pannolino e portatelo al bagno dove farà bisogni nel vasetto;
Ore 8,30-9: dopo aver fatto i bisogni, lavategli le mani e portatelo a fare colazione;
Ore 9-9,30: vestitelo e lavategli i denti;
Ore 9,30-13: casa, giardino, parco. Questo è l’orario in cui il bimbo svolge varie attività, voi ogni ora e mezza circa chiedetegli se deve andare al bagno;
Ore 13-13,30: fatelo sedere sul vasetto prima di pranzo, poi lavategli le mani;
Ore 14-15,15: fategli fare la pipì prima di mettere il pannolino per il riposino pomeridiano;
Ore 15,15-15,45: svegliate vostro figlio, toglietegli il pannolino e portatelo sul vasetto;
Ore 16-18: se uscite il pomeriggio, ricordate il vasetto prima dell’uscita e non appena di ritorno a casa;
Ore 18,30-19: Lavate le mani, poi la cena. Lodate vostro figlio, e dopo cena dedicatevi completamente a lui;
Ore 19,30: vasetto e bagnetto prima del letto;
Ore 20-20,30: fiabe o tv, poi la “pipì della buonanotte”;
Dalle 20,30: lavategli i denti, rimettetegli il pannolino poi augurategli la buonanotte.

Fonte https://www.passionemamma.it/2018/04/togliere-pannolino-3-giorni-metodo-mewes/

INFERTILITÀ E TIROIDE

       Cambiamenti nella funzionalità della tiroide possono avere un’incidenza sulla funzione riproduttiva prima, durante e  dopo il concepimento.

       Una ricerca, pubblicata il 23 gennaio 2015 sulla rivista The Obstetrician & Gynaecologist, ha evidenziato come i disturbi alla tiroide influiscano significativamente sulla salute riproduttiva delle donne e come l’utilizzo di test di screening, se rivolti a tutte le donne con problemi di fertilità o aborti ricorrenti, possano ridurre i rischi.

Картинки по запросу INFERTILITÀ E TIROIDE       Lo studio ha esaminato gli effetti dei disordini della  tiroide sulla salute riproduttiva e ha esaminato le attuali evidenze scientifiche su come ottimizzare la funzionalità tiroidea al fine di migliorare gli esiti riproduttivi.

       Amanda Jefferys, del Bristol Centre for Reproductive Medicine e coautrice dello studio, ha affermato: “ Anormalità nella funzionalità tiroidea possono provocare problemi nella salute riproduttiva, aumentano il rischio di aborto spontaneo e problemi durante la gravidanza ed esiti neonatali sfavorevoli.

       Tuttavia con gli screening appropriati e l’immediata gestione, questi rischi potrebbero essere significativamente ridotti.”

       Le malattie disfunzionali della tiroide si dividono principalmente in base alla quantità di ormoni prodotti. Se la concentrazione di ormoni circolanti è alta si parla di ipertiroidismo, mentre quando la produzione è in quantità insufficiente si parla di ipotiroidismo.

       La ricerca sottolinea come l’ipertiroidismo sia presente in circa il 2,3 % delle donne che hanno problemi di fertilità, mentre solo 1,5% delle donne della popolazione in generale soffre dello stesso disturbo. Questo è generalmente legato a irregolarità nel ciclo mestruale.

Картинки по запросу INFERTILITÀ E TIROIDE       L’ipotiroidismo invece colpisce circa lo 0,5 % delle donne in età riproduttiva. Questa malattia durante l’adolescenza è associata ad un ritardo nella maturazione sessuale, e negli adulti è associata a problemi mestruali e assenza di ovulazione.

       Lo studio prosegue affermando che i problemi alla tiroide sono da lungo tempo associati a problemi di fertilità, ma nonostante questo, non ci sono indicazioni per eseguire la misura della funzionalità tiroidea, come esame di routine, in donne asintomatiche che presentano problemi di fertilità.

        I ricercatori proseguono affermando che l’aborto spontaneo è molto comune, interessando una gravidanza su cinque, e l’aborto ricorrente colpisce circa l’ 1% delle coppie. Da questo si evince come gli ormoni tiroidei giochino un ruolo importante nello sviluppo embrionale. Infatti i problemi a questa ghiandola sono da lungo associati ad un rischio maggiore di aborto spontaneo.

       Inoltre lo studio rileva anche come le malattie alla tiroide, in particolare l’ipertiroidismo, possano avere effetti significativi sull’esito della gravidanza, come parto pre-termine, pre-eclampsia, restrizione di crescita, insufficienza cardiaca e morte endouterina.

       In conclusione i ricercatori evidenziano come sia importante che lo screening per i problemi alla tiroide, debba essere sempre effettuato nelle donne con problemi di fertilità e con frequenti aborti. Inoltre, le donne a cui è stata diagnosticata una patologia tiroidea dovrebbero continuare la terapia durante la gravidanza e ricevere un attento monitoraggio.

       Gli autori inoltre sottolineano come ci siano delle evidenze per consigliare lo screening, che viene utilizzato per le disfunzioni della tiroide della popolazione generale, all’inizio di tutte le gravidanze.

Fonte Thyroid dysfunction and reproductive health

FARMACI PER L’IPERPROLATTINEMIA

Cos’è la prolattina?

       La prolattina o PRL è un ormone polipeptidico prodotto nell’ipofisi anteriore (adenoipofisi) da cellule chiamate lattotrofe. Il gene responsabile dalla sintesi di prolattina si situa nel cromosoma 6. La sua principale azione è di promuovere la lattazione, poiché l’atto di succhiare la mammella della madre da parte del bambino aumenta la secrezione di prolattina ed essa stimola la lattogenesi. Ciò garantisce, quindi una lattazione normale e adatta alle necessità del bambino.

Картинки по запросу prolattina       I lattotrofi però non sono  le sole cellule in grado di produrre prolattina. Essa viene anche prodotta da cellule specializzate dell’utero, della placenta, delle mammelle e del sistema immunitario.

        La prolattina è l’unico ormone ipofisario che viene costantemente inibito da parte dell’ipotalamo. La regolazione della secrezione di prolattina è molto complessa ed è determinata da diverse situazioni e da diverse sostanze, alcune delle quali hanno azione più forte, come la dopamina (il fattore di inibizione più potente). Al contrario certe situazioni come la gravidanza e l’allattamento aumentano i livelli di prolattina.

        La serotonina, pur essendo un importante fattore di liberazione di prolattina, dipende da un’altra sostanza per farlo. Questa sostanza, la cui liberazione è indotta dalla serotonina è conosciuta come VIP, ossia, peptide intestinale vasoattivo, e avrebbe un’azione paracrina nell’ipofisi, segnalando ai lattotrofi di produrre prolattina.

       La dopamina è il principale fattore che inibisce la secrezione di prolattina, poiché legandosi ai recettori D2 dei lattotrofi diminuisce la produzione di AMP ciclico, apre canali del potassio e diminuisce il flusso di calcio verso il citoplasma cellulare. Come conseguenza, la secrezione e trascrizione genica della prolattina sono più basse.

        La prolattina presenta una grande importanza nella regolazione del comportamento riproduttivo.

       La prolattina partecipa dell’ovulazione e mantiene l’attività del corpo luteo, stimolando la secrezione di progesterone da parte di quest’ultimo. Una delle principali azioni della prolattina riguarda la soppressione del ciclo mestruale durante il periodo di allattamento, denominata amenorrea da lattazione. La prolattina, quindi, induce un periodo di refrattarietà alla fecondazione, quando la donna presenta una naturale infertilità.

       Gli studi hanno dimostrato che la prolattina agisce sia a livello dell’asse ipotalamo-ipofisi-gonade, sia direttamente sulle ovaie. L’iperprolattinemia osservata durante l’allattamento, mantenuta dallo stimolo di suzione della mammella, inibisce la sintesi e la secrezione di GnRH, causando la perdita della pulsatilità normale di questo ormone e così, si crea uno stato di anovulazione (infertilità).

iperprolattinemia        La prolattina regola la maturazione della ghiandola mammaria durante tre fasi della vita delle femmine: la pubertà, la gravidanza e il periodo di allattamento.

       Questo processo di maturazione coinvolge diversi processi biologici di proliferazione dei dotti e di altre strutture alveolari della ghiandola mammaria. La prima fasi della maturazione avviene durante la pubertà, nel processo conosciuto come mammogenesi, quando la prolattina promuove lo sviluppo del sistema lobulo-alveolare della ghiandola.

       Durante la gravidanza, la prolattina promuove un ulteriore sviluppo del tessuto mammario. Soltanto dopo il parto la prolattina è in grado di indurre la lattogenesi.

Iperprolattinemia

       L’innalzamento di questo ormone in periodi di vita differenti da quelli citati è dovuto a molteplici fattori, quali l’assunzione di vari tipi di farmaci (alcune classi di neurolettici, antinausea/vomito, procinetici intestinali, estrogeni ad alto dosaggio, antiandrogeni, oppiacei), la presenza di adenomi ipofisari o altre patologie, l’ipotiroidismo, la policistosi ovarica e, non ultimo, lo stress di varia natura.
       Nei casi di iperprolattinemia, per ridurre le concentrazioni di prolattina nel sangue e consentire il ripristino della funzione ovulatoria, si utilizzano gli agonisti della dopamina: cabergolina e bromocriptina.

        La cabergolina è meglio tollerata e possiede una durata d’azione maggiore. Ciò ne consente la somministrazione ad intervalli di tempo distanziati. Essendo un agonista dei recettori D2 dopaminergici, la cabergolina promuove la fisiologica attività inibitoria esercitata dalla dopamina sulla secrezione ipofisaria della prolattina.

        La bromocriptina è un derivato semisintetico dell’ergotamina che si comporta come un potente agonista dei recettori dopaminergici.  Interagendo in particolare con i recettori dopaminergici D2 localizzati sulle cellule luteotropiche dell’adenoipofisi, la bromocriptina inibisce la secrezione di prolattina.

Картинки по запросу prolattina        Questi farmaci riducono rapidamente i livelli di prolattina nel sangue, senza però agire sulle cause che li determinano e possono arrecare effetti collaterali quali nausea, vomito e ipotensione, che tendono in ogni caso a scomparire col proseguire del trattamento.

       Durante l’assunzione del farmaco si devono seguire in maniera scrupolosa la sequenza ed il dosaggio prescritto dal medico, sia per ridurre l’incidenza degli effetti collaterali sia perché esistono differenti protocolli di assunzione, a seconda delle indicazioni terapeutiche.
Infatti, tali farmaci vengono impiegati non solo nella terapia dell’infertilità , ma anche al fine di eliminare la lattazione nella donna che ne necessiti o lo desideri.

       In assenza di dati certi sulla sicurezza di questi farmaci in gravidanza, durante la terapia si raccomanda generalmente un’adeguata copertura contraccettiva, da proseguirsi per un mese dopo la fine del trattamento.
       Al termine della terapia, una buona percentuale di pazienti mantiene cicli ovulatori per lungo tempo, essendo stabili i livelli di prolattina nel sangue.

domenica 29 aprile 2018

Un bebè in cantiere

        Se talvolta la gravidanza si presenta come un evento inatteso che sorprende, piacevolmente o no, i futuri genitori, il più delle volte, si tratta di una decisione che mamma e papà prendono di comune accordo dopo avere valutato la loro situazione contingente, spinti dal desiderio di coronare il loro rapporto con un figlio.
        Una gravidanza pianificata presenta indubbiamente dei vantaggi, consentendo alla futura gestante di arrivare pronta al lieto evento, sia dal punto di vista psicologico, sia dal punto di vista medico. Tutto questo consente di vivere in modo rilassato e sereno la ricerca prima e l’attesa poi.

UNO STILE DI VITA SANO
        Prepararsi all’arrivo di un bebè significa, soprattutto, orientare il proprio stile di vita in modo tale che l’organismo si prepari ad accogliere il piccolo che arriverà. Ecco, dunque, che abbandonare le cattive abitudini e impegnarsi per migliorare il proprio benessere psico-fisico è fondamentale per la salute della futura mamma e del bimbo.
        Ecco, dunque, quali sono i primi passi da compiere prima del concepimento.

        Se la futura mamma è una fumatrice, è vivamente consigliato che smetta di fumare in modo tale che, in caso di gravidanza, abbia già abbandonato questa cattiva abitudine. Il fumo in gravidanza, infatti, nuoce gravemente al feto ed è spesso responsabile del peso scarso al momento della nascita, di eventuali problemi respiratori del bambino, di allergie respiratorie…
Sarebbe consigliabile che anche il futuro papà smettesse di fumare. Non foss’altro per abituarsi al fatto che una volta che ci sarà il bimbo dovrà smettere del tutto di fumare in casa e, comunque, in presenza del piccolo.

        Arrivare alla gravidanza in perfetta forma fisica è molto importante affinché i chili di troppo non vadano ad aggiungersi, nel corso dei nove mesi, ai chili che inevitabilmente la dolce attesa comporta. Inoltre, se la futura mamma si abitua ad avere un’alimentazione sana ed equilibrata, riuscirà a mantenerla tale anche in gravidanza, con grandi benefici per lo sviluppo e la crescita del feto.

        Indipendentemente dal peso, è bene abituarsi ad assumete la giusta dose di vitamine, proteine, carboidrati e sali minerali, distribuiti equamente tra frutta e verdura di stagione, carne, pesce, pasta, pane… Si consiglia, anche prima del concepimento, di diminuire il consumo di caffè e alcolici.
Картинки по запросу test gravidanzaPer una dieta equilibrata, si consiglia di fissare una visita dal dietologo in modo da avere il parere di un esperto che sarà in grado di valutare, meglio di chiunque altro, le abitudini alimentari e gli errori commessi da ciascuno.


        Prima del concepimento, è caldamente consigliato assumere dell’acido folico da integrare alla propria dieta. L’acido folico, infatti, è molto importante durante le prime fasi della gravidanza per garantire al feto uno sviluppo normale.

        Molte future mamme sono convinte che sport e gravidanza non vadano d’accordo. In realtà, se state frequentando una palestra o un corso sportivo e le attività da voi svolte non sono pericolose (sport estremi, box, arti marziali…), non esiste nessuna contro indicazione che vi obbliga a dover smettere. Eventualmente, nel caso in cui restiate incinta, rivolgetevi agli istruttori per programmi di allenamento ad hoc.

VISITE MEDICHE ED ESAMI PRECONCEPIMENTO
        In previsione di una gravidanza, è bene fissare una visita con il proprio ginecologo per una consulenza preconcenzionale e per escludere eventuali malformazioni o problemi che potrebbero compromettere la salute della gestante o del bambino.
Nel corso della visita, il medico dovrà effettuare un check up generico e il pap-test. Inoltre, potrà prescrivere gli esami del sangue necessari per stabilire, per esempio, il gruppo sanguigno e il fattore Rh di entrambi i futuri genitori, se la mamma è immune contro la rosolia (in caso contrario, dovrà effettuare la vaccinazione e rimandare la gravidanza di 3 mesi), la toxoplasmosi, effettuare il test per l’HIV… Questi esami, prescritti come esami per il preconcepimento, sono totalmente gratuiti nelle strutture pubbliche

Fonte https://www.bambinopoli.it/concepire/Un_bebe_in_cantiere_/805/

Infertilità maschile. Biopsia testicolare

In che consiste una biopsia testicolare?
       Consiste in una piccola incisione di circa un centimetro alla radice del sacchetto del testicolo per prelevare un piccolo campione di tessuto testicolare . I diversi strati del testicolo , e la pelle sono suturati con punti riassorbibili (cadono da soli, non è necessario rimuoverli) . Dopo l’intervento chirurgico , della durata di circa 15 minuti , il paziente può tornare a casa . Durante il post operatorio possono verificarsi dei fastidi, che di solito spariscono con l’amministrazione locale di ghiaccio e analgesici.
httpinstitutomarques.comreproduccion-asistidaandrologiabiopsia-testicular
Quando si realizza?
       La Biopsia testicolare ha una finalità diagnostica quando si realizza per valutare la funzione testicolare per quanto riguarda la produzione di spermatozoidi , o per valutare le alterazioni cromosomiche che interessano le cellule germinali precursori degli spermatozoi o in caso di azoospermia per verificare l’esistenza di spermatozoi nel testicolo , che saranno congelati per un uso successivo nelle tecniche di FIV con ICSI .

       La Biopsia testicolare può anche avere uno scopo terapeutico, quando viene eseguita in modo sincrono Alla FIV per recuperare lo sperma con cui verranno fecondati gli ovuli, in questo caso si chiama TESE (Testicular Sperm Extraction).

Che anestesia si utilizza?
       Viene eseguita un’anestesia locale.

Capsule di caffè riducono la fertilità. Lo dice la scienza

       Le capsule di caffè riducono la fertilità. A rivelarlo una ricerca scientifica realizzata dall’Università di Padova, secondo cui le capsule sarebbero dei veicoli di interferenti endocrini in grado di ridurre la fertilità. A illustrare la scoperta Carlo Foresta, ordinario di Endocrinologia all’Università degli Studi di Padova, secondo cui grazie agli studi sul caffè “abbiamo visto che quello in cialde o in capsule di plastica o alluminio è un potenziale veicolo di interferenti endocrini”.

Картинки по запросу Capsule di caffè riducono la fertilità       “Gli ftalati – ha svelato il professor Foresta – sono degli agenti chimici aggiunti alle materie plastiche per aumentarne la flessibilità. Sono ovunque, ma non ce ne accorgiamo. E svolgono un’azione simil-estrogenica nel nostro organismo. Secondo recenti ipotesi, aumenterebbero l’incidenza di patologie andrologiche osservata negli ultimi venti anni”. Sarebbero proprio gli ftalati a provocare l’infertilità: “In diverse specie animali gli ftalati modificano il funzionamento del sistema riproduttivo e – ha rivelato Foresta – sono ritenuti anche per l’uomo tra quei contaminanti che possono agire negativamente sulla fertilità”.

       La ricerca è stata realizzata in collaborazione con il Cnr allo scopo di valutare la quantità di ftalati contenuti nel caffè. Bene. Ne è emerso come “tutti i prodotti testati, dalle capsule in alluminio a quelle in plastica e materiale biodegradabile, si sono rivelate capaci di rilasciare gli ftalati nel caffè”. I ricercatori hanno però chiarito di non voler proibire o sconsigliare l’uso delle cialde: “Non vogliamo demonizzare nulla, anche perché le concentrazioni riscontrate sono nell’ambito dei range consentiti. Ma dev’essere considerato che, anche attraverso questa contaminazione, si contribuisce al raggiungimento dei valori soglia segnalati come nocivi dalle autorità sanitarie nazionali ed internazionali”.

       Nonostante ciò la scoperta compiuta dal team di studiosi di Padova dovrebbe portare a porre “importanti interrogativi sui criteri indicati per valutare il valore soglia quando non è ancora nota la reale diffusione di queste sostanze che nei singoli casi rientrano nel range, ma è difficile comprendere la globalità dell’assunzione”. La ricerca comunque sia non si ferma qui e gli studiosi hanno intenzione di indagare ancora sulla questione. “Sarebbe importante cercare di capire se, nell’arco della giornata, si superano i limiti dell’assunzione, quantificando i valori medi di esposizione – ha spiegato Foresta -. Una ricerca che aiuterebbe anche a decidere in che modo eventualmente limitare l’esposizione”.

Fonte https://www.supereva.it/capsule-caffe-riducono-fertilita-lo-dice-scienza-26598

Paracetamolo in gravidanza. Aumento del rischio per il feto di autismo E ADHD

       Sappiamo tutti cosa sia l’autismo, tornato alla ribalta grazie alla diatriba sui vaccini, quindi sorvoliamo su quello che comporta avere un  figlio con disordine dello spettro autistico.

Картинки по запросу Paracetamolo in gravidanza.        Per ADHD, invece, si intende Attention deficit hyperactivity disorder, cioè un disordine dovuto da deficit di attenzione e iperattività, largamente medicalizzata in USA da diversi decenni e anch’essa entrata in Italia con qualche fatica nell’ambito delle patologie nueropsichiatriche infantili e che spesso vengono sottovalutate perché si ritiene che il bambino sia semplicemente irrequieto o distratto. L’ADHD è una vera patologia che richiede trattamento, in quanto il bambino non è in grado di rispondere efficacemente alle richieste ambientali, che siano la scuola o la famiglia.

       La pubblicazione che prendiamo oggi in esame ha studiato l’uso prolungato di acetaminofene o paracetamolo nelle donne in gravidanza e l’ha collegato a un aumento del rischio delle patologie infantili sopra riportate, nello specifico, un aumento del 20% per quanto riguarda l’autismo e 30% per l’ADHD.

       L’acetaminofene è l’analgesico e antiperetico più comunemente usato durante la gravidanza, è considerato il trattamento di scelta anche da diverse Linee Guida, tuttavia studi recenti suggeriscono che possa avere effetti dubbi sul feto per quanto riguarda lo sviluppo di disordini neuro comportamentali, questo dato è stato confermato anche dallo studio sugli animali, tuttavia, l’impatto sugli esseri umani al momento rimane un’ipotesi, infatti vi è una notevole discrepanza tra gli studi che lo confermano e altri che lo escludono.

       Per questo motivo gli autori hanno deciso di recuperare la letteratura in merito, scegliendo sette studi retrospettivi di cohorte per un totale di 132.738 coppie madre/figlio con un follow up medio di 6.7 anni.

       Di queste coppie 61.601 hanno visto la madre assumere acetaminofene durante la gravidanza, tutti gli studi presi in esame hanno accertato la tempistica di assunzione del farmaco, la durata e in che periodo della gravidanza fosse la madre, analizzando anche le possibili covariabili, come l’età della madre all’epoca della gravidanza, più l’età della madre era alta, più l’associazione tra farmaco e disordine rilevato cresceva. Non sono state trovate correlazioni, invece, tra stato sociale, abitudine materna al fumo, e area geografica.
Картинки по запросу Paracetamolo in gravidanza.
       Gli studiosi ci tengono a sottolineare che le percentuali di rischio rilevate sono riferite al rischio relativo (la probabilità che un soggetto, appartenente ad un gruppo esposto a determinati fattori, sviluppi la malattia, rispetto alla probabilità che un soggetto appartenente ad un gruppo non esposto sviluppi la stessa malattia), che è notevolmente più basso del rischio assoluto (il rapporto tra gli esposti al fattore di rischio che si sono ammalati e il totale degli esposti, cioè è pari all''incidenza della malattia tra gli esposti).

       In sostanza, i ricercatori tendono a focalizzare le proprie ricerche sull’uso prolungato dell’acetaminofene poiché è proprio questo che aumenta il rischio, ritenendo, perciò, sicuro l’uso a breve termine del farmaco.

       Per uso prolungato i ricercatori intendono l’assunzione del principio attivo superiore a un mese, sottolineando, però, che se una donna gravida ha bisogno di acetaminofene per un periodo così prolungato, è possibile ci sia una patologia di fondo. Come viene anche sottolineato che una febbre superiore a 39° per più di 24 ha un effetto teratogeno sul feto e quindi sarebbe molto più pericolosa questa che l’assunzione del farmaco in questione.

Fonte https://www.infermieristicamente.it/articolo/9109/paracetamolo-in-gravidanza-aumento-del-rischio-per-il-feto-di-autismo-e-adhd/

Lo stress e il suo impatto sulla fertilità

      Il nucleo della persona soffre e deteriora in modo significativo aspetti importanti come l’autostima, i progetti futuri, la vita di coppia, la famiglia, la vita sociale, i rapporti sessuali… In queste circostanze l’ansia e la depressione sono spesso frequenti. E come se non bastasse, questa situazione di “sofferenza” in molte occasioni viene minimizzata e persino ridicolizzata dalla società che non attribuisce importanza a questo problema o addirittura lo considera “positivo” e aggiunge commenti sgradevoli come “come state bene senza figli…”.

Картинки по запросу Lo stress e il suo impatto sulla fertilità
      Questa situazione di stress emotivo si intensifica durante i trattamenti di fertilità (inseminazione, fertilizzazione in vitro,donazione di ovociti, ecc.). Sono stati effettuati diversi studi per misurare i livelli di ansia durante i vari tipi di trattamenti medici e i trattamenti di riproduzione sono senza dubbio quelli con maggior intensità emotiva dopo i trattamenti oncologici (radioterapia, chemioterapia, ecc…); ed è logico se pensiamo che la paura di dover affrontare un risultato negativo intensifica in modo significativo l’ansia causata dall’infertilità.

      Soprattutto questo contesto di intensità emotiva provocata dall’infertilità, ci permette di porci una domanda importante: lo stress può causare sterilità?  Il fatto che la donna sia emotivamente scossa da questa situazione, può impedire che resti incinta?

      La credenza popolare è chiara e la donna riceve un messaggio preciso “non resti incinta perché non pensi ad altro” e poi “vedrai che quando ti rilassi resterai incinta senza problemi”. Queste affermazioni potrebbero sembrare credibili perché l’ansia provoca nell’organismo “alterazioni” ormonali o di altro tipo che impediscono o rendono più difficile lo sviluppo della gravidanza e perché la gente conosce sempre casi di donne rimaste incinta in modo naturale dopo molti anni di ricerca e alcune persino dopo aver adottato un bambino e quando l’ansia di diventare madre era già stata pacata.

      Queste affermazioni sono terribili per la donna infertile che sviluppa un senso di colpevolezza su un aspetto che lei non riesce a controllare “non resto incinta perché sta diventando un’ossessione” e non fa altro che aumentare sempre più il senso di ansia e depressione.

Instituto Bernabeu01      Cosa dice la scienza a proposito di questo aspetto? Vi sono prove sull’impatto dello stress sulla fertilità? La risposta è “NESSUNA”. Recentemente la Dott.ssa Jacky Boivin (una delle più importanti autorità mondiali nello studio degli aspetti emotivi delle coppie con problemi riproduttivi) ha pubblicato il più ampio analisi su questa tematica in cui ha raccolto dati da 14 studi con più di 3500 pazienti. La conclusione è evidente: “lo stresso emotivo causato dall’infertilità o altri aspetti della vita non influiscono sulla probabilità di ottenere una gravidanza durante i trattamenti di riproduzione”

      Quindi, come conclusione, possiamo garantire alle nostre pazienti con i dati attualmente disponibili, che questa “ansia” o “ossessione” non sono i motivi per cui non si ottiene una gravidanza.

sabato 28 aprile 2018

Vuoi restare incinta? Meglio evitare i dolcificanti. Lo dice la scienza

        Fertilità e dolcificanti. Da anni si parla di un presunto ruolo dannoso di aspartame, acelsufame k o saccarina in tema fertilità. Tesi talvolta criticate da quei dietologi che sostengono come invece l’uso dei dolcificanti, nella riduzione del peso delle donne obese, serva invece ad aiutarle ad aumentare la loro fertilità.

        Adesso, una ricerca scientifica dimostra come, i dolcificanti siano dannosi soprattutto per quanto riguarda la fecondazione in vitro.

        Lo studio ha riguardato oltre 550 donne che si sono sottoposte a fecondazione assistita in clinica. A loro, è stato fatto compilare un questionario sulle proprie abitudini alimentari. Chiedendo se facevano regolarmente uso di zucchero naturale o di dolcificante sintetico.

Lo studio ha poi analizzato 5000 ovociti in oltre due anni.

Картинки по запросу Meglio evitare i dolcificanti.        Il risultato? Le donne che avevano regolarmente assunto dolcificante producevano mediamente uova meno fertili e gli embrioni fecondati avevano meno probabilità di essere impiantati con successo nel grembo materno.

        Il professor Adam Balen, presidente della British Fertility Society, ha detto: Questo è uno studio molto interessante e illuminante circa gli effetti dei dolcificanti. Effetti che andrebbero condivisi soprattutto con le persone che desiderano concepire

        La gente dovrebbe essere informata sui rischi e gli effetti negativi dei dolcificanti, soprattutto a livello di riproduzione assistita.

        Ovviamente questa ricerca ha sollevato non poche obiezioni, soprattutto da parte di quei dietologi che sostengono come i dolcificanti possono aiutare le donne obese a perdere peso e quindi ad aumentare la loro fertilità.

        Nelle donne l’obesità è una causa diffusa di infertilità ed è associata a cicli mestruali irregolari, delle volte poco frequenti o assenti. L’irregolarità del ciclo mestruale è associata spesso a una disfunzione ovulatoria che causa infertilità. Livelli ottimali di androgeni, estrogeni e di progesterone sono infatti essenziali per  poter concepire un bambino.

Fonte https://www.supereva.it/fertilita-evitare-dolcificanti-studio-scientifico-21519

Gravidanza: troppa caffeina aumenta il rischio di obesità per i figli

Gravidanza       L'esposizione a livelli da moderati ad elevati di caffeina durante la gravidanza è collegata a un peso eccessivo durante la prima infanzia. A rivelarlo è uno studio pubblicato su BMJ Open, secondo cui la caffeina, che passa rapidamente attraverso i tessuti, compresa la placenta, oltre a essere collegata a un maggiore rischio di aborto spontaneo e ad altri problemi per il bambino, potrebbe essere associata anche a un peso eccessivo nei primi anni del bambino. Per giungere a questa conclusione gli esperti hanno esaminato un campione di 51.000 coppie mamma-figlio.

       Alle mamme è stato chiesto di segnalare l'assunzione di cibo e bevande tra 255 prodotti che includevano anche fonti di caffeina, come il caffè, il tè nero, bevande contenenti questa sostanza, cioccolato, latte al cioccolato, dessert, torte e dolci e così via. Quindi, gli esperti hanno annotato peso, altezza e lunghezza del corpo dei bambini dall’età di 6 settimane agli otto anni, ed hanno constatato che i livelli di caffeina assunti in gravidanza erano collegati al peso del bambino durante i primi anni di vita.

       L'assunzione media, elevata e molto elevata di caffeina durante la gravidanza è infatti risultata associata ad un aumento del rischio – del 15, 30 e 66%, rispettivamente - di peso eccessivo durante l'infanzia del bambino rispetto all'assunzione bassa di questa sostanza.

Fonte http://www.benessereblog.it/post/172749/gravidanza-troppa-caffeina-aumenta-il-rischio-di-obesita-per-i-figli

Utilità del PGS/PGT-A/CCS (Screening Cromosomico Completo) negli Aborti Ripetitivi

        L’origine dell’ “Aborto ripetitivo” può essere immunologico, ormonale o uterino, ma senza dubbio la causa più frequente è quella cromosomica, che rappresenta il 50% dei casi.

        Gli embrioni con anomalie cromosomiche, vale a dire con un eccesso o difetto di materiale genetico, possono condurre a tre situazioni diverse:


  • O non si annidano correttamente e non si produce la gravidanza.
  • O danno origine ad una gravidanza che poi si conclude in aborto.
  • O nasce un bambino affetto da qualche malattia a causa dell’alterazione cromosomica.

        Il PGS/PGT-A/CCS o “Screening Cromosomico Completo” permette di individuare qualsiasi cambiamento dei cromosomi dell’embrione e di evitare le situazioni descritte in precedenza.
Instituto Bernabeu
        ll PGS/PGT-A/CCS consiste nell’effettuare la biopsia di una o più cellule di ogni embrione ottenuto mediante una fecondazione in vitro ed effettuare la successiva analisi cromosomica. La  tecnica denominata array-CGH (Ibridazione Genomica Comparata) permette di effettuare il PGS/PGT-A/CCS, vale a dire analizzare tutti i cromosomi di una cellula di un embrione e determinare se vi è materiale genetico in eccesso o difetto.

        ll PGS/PGT-A/CCS permette di ridurre gli aborti spontanei e incrementa le possibilità di gravidanza i questo gruppo di pazienti perché dopo lo studio si trasferiranno solo gli embrioni normali.


Infezioni e infertilità

Картинки по запросу Infezioni e infertilità        Con il termine sterilità  invece si intende l’incapacità  biologica da parte dell’uomo o della donna di contribuire al concepimento. Anche in questo caso distinguiamo la sterilità  primaria che si riferisce a persone che non sono mai state in grado di concepire, dalla sterilità  secondaria che è l’impossibilità  di concepire un figlio dopo aver già  portato a termine una normale gravidanza. La sterilità  riguarda coppie affette da una precisa patologia irreversibile o che restano non fertili anche dopo un percorso diagnostico e terapeutico esauriente. Si ricorre alle tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) quando la sterilità  è una condizione persistente, ovvero quando l’incapacità  di procreare si protrae per un periodo di tempo piuttosto lungo che può durare anche alcuni anni.

        Dai dati raccolti dal registro Nazionale sulla Procreazione Medicalmente Assistita si riscontrano i seguenti fattori causali di infertilità : fattore maschile (vale a dire che l’infertilità  della coppia dipende da una qualche alterazione della funzione riproduttiva nel maschio) 34,5%, infertilità  femminile 35,5%, fattore sia maschile che femminile 15%, infertilità  inspiegata 13,2%, altro 1%.

        L’ambito dell’infertilità  è tutt’ora oggetto di approfonditi studi; le cause che possono determinare infertilità  possono essere diverse, si può parlare di fattori psico-sociali di infertilità  dovuti a fenomeni complessi come lo stile di vita, la ricerca del primo figlio in età  tardiva, l’uso di droghe, l’abuso di alcool, il fumo, le condizioni lavorative, l’inquinamento e ultimo ma non per questo di minore importanza le infezioni, causate talvolta da abitudini sessuali inadeguate.

        Il contributo dell’uomo al concepimento non è sottoposto ai limiti temporali che riguardano la donna, in condizioni di normale funzionamento della funzione riproduttiva. Per la donna invece la fertilità  diminuisce con l’avanzare dell’età ; dopo i 30 anni la fertilità  di una donna risulta ridursi significativamente. In questi ultimi decenni si è registrata in Italia una rilevante diminuzione della fecondità  nelle classi d’età  tra i 21 e i 29 anni, più marcata che nelle classi d’età  superiori più avanzata, a testimonianza di una progressiva tendenza della donna a concepire più tardivamente. Uno degli effetti negativi del ritardo nel concepimento sul sistema riproduttivo sia maschile che femminile, sembra essere una più prolungata esposizione alle infezioni.

        Le infezioni dell’apparato genitale costituiscono un grave problema per la funzione riproduttiva e possono essere causate da diversi batteri o virus. Accanto alle malattie veneree più conosciute quali la sifilide e la gonorrea, sono emersi nuovi agenti patogeni, anche più insidiosi fra i quali, per rilevanza clinica, va ricordata la Clamydia (Chlamydia trachomatis). Soggetti infertili sono risultati frequentemente positivi alla Clamydia, così come donne con occlusioni tubariche, aderenze fra gli organi della cavità  pelvica o affette da abortività  ripetuta. La forma di trasmissione sessuale è la più diffusa ma anche esami strumentali come l’isterosalpingografia (esame che consente l’analisi morfologica dell’utero e delle tube) o l’isteroscopia(procedura diagnostica che consente l’osservazione del canale cervicale e della cavità  uterina), se non preparate correttamente, possono trascinare dentro l’utero germi patogeni (capaci di provocare malattia), motivo per cui, prima di questi esami è solitamente richiesto nelle donne un tampone vaginale.

Картинки по запросу Infezioni e infertilità
        Nella maggior parte dei casi le malattie a trasmissione sessuale (MST) sono relativamente non pericolose. Per quanto riguarda invece le complicazioni delle malattie sessualmente trasmissibili, si parla di Malattia Infiammatoria Pelvica (PID, ovvero infezione degli organi riproduttivi che dalla vagina diffonde al tratto genitale superiore) e della cervicite (infiammazione del collo dell’utero) nelle donne, di uretrite (infiammazione dell’uretra, piccolo condotto che convoglia l’urina dalla vescica verso l’esterno) e prostatite (infiammazione della prostata; ghiandola la cui funzione è quella di produrre ed emettere il liquido seminale) negli uomini.

        Nell’uomo le infezioni delle vie seminali e delle ghiandole accessorie dell’apparato riproduttivo (prostata, epididimo) possono portare a infertilità  attraverso un danno provocato dagli stessi microrganismi. Inoltre, le infezioni possono inoltre causare ostruzioni mono o bilaterali delle vie seminali (i condotti nelle quali passa lo sperma) e disfunzioni della eiaculazione. Nell’uretrite i patogeni più comuni sono la Chlamydia trachomatis, l’Ureaplasma urealiticum e Neisseria gonorrhoeae; nella prostatite l’Escherichia coli è l’agente patogeno più comunemente coinvolto. I sintomi della prostatite acuta batterica sono febbre, disuria intensa (emissione di urina con difficoltà ) e dolore. La Clamydia trachomatis è pericolosa perché può rapidamente portare a infertilità  e dare un’infiammazione pelvica acuta molto grave. L’Ureaplasma urealiticum è un batterio appartenente alla famiglia dei micoplasmi, di ridotte dimensioni e predilige e colonizza soprattutto le mucose genitali.

        Per quel che concerne il sesso femminile, le infezioni della vagina e del collo dell’utero, oltre ad essere frequentemente causa di dispareunia (dolore nell’area della vagina e della pelvi durante un rapporto sessuale), alterano le condizioni del “microambiente” di questi organi ed hanno talvolta un effetto tossico per gli spermatozoi.

        Molte donne con PID sono asintomatiche, spesso quindi la malattia viene scoperta molto tardi, quando la donna non riesce ad avere una gravidanza o sviluppa un dolore pelvico cronico. Una donna su otto con PID diventa sterile. Il ritardo nel trattamento della PID aumenta vertiginosamente il rischio di infertilità  a causa del danno che la patologia provoca agli organi riproduttivi. Gli agenti patogeni maggiormente responsabili di una PID sono la Chlamydia trachomatis e Neisseria gonorrhoeae, ma è importante ricordare anche la Gardnerella, il Mycoplasma e il Trichomonas.

        Alla luce di queste premesse e considerando i cambiamenti delle abitudini sessuali avvenuti negli ultimi anni, si può concludere che questi ultimi abbiano influito negativamente sulla diffusione delle malattie veneree. Fino a quando l’educazione sessuale non sarà  ampiamente proposta fin dalla giovanissima età , continueremo a osservare casi precoci di gonorrea, sifilide, candidosi etc. Le malattie veneree, oltre ad essere caratterizzate da segni e sintomi penalizzanti, hanno portato, sia nell’uomo che nella donna, ad un sensibile incremento di alterazioni della funzione riproduttiva, che contribuisce a determinare il sensibile calo della natalità  registrato negli ultimi decenni, sebbene non quanto le scelte socioculturali. Notevole è l’impatto psicologico che l’infertilità  e la sterilità  hanno sulle coppie. In base a quanto esposto si può affermare che sarebbe utile un attento monitoraggio epidemiologico del fenomeno, condotto soprattutto attraverso l’utilizzo di indagini mirate ad individuare l’alterazione della funzione riproduttiva. In questo modo sarà  possibile riconoscere e studiare più approfonditamente i fattori di rischio e condurre idonee campagne informative di prevenzione.

Fonte: https://www.fondazioneserono.org/fertilita/ultime-notizie-fertilita/infezioni-e-infertilita/



In forma prima della gravidanza per battere il diabete gestazionale

       Tenendosi in forma prima di una gravidanza si batte il diabete gestazionale. Il rischio di andare incontro a questa condizione, insidiosa perché può dar luogo allo sviluppo di diabete di tipo 2 nel corso della vita, si riduce infatti del 21% andando incontro alla gestazione con un buon livello di forma fisica e si può farlo impegnandosi in almeno 150 minuti di attività da moderata a vigorosa a settimana (30 minuti al giorno per cinque giorni).

Картинки по запросу In forma prima della gravidanza per battere il diabete gestazionale       A evidenziarlo è uno studio dell’Università dell’Iowa, pubblicato su Medicine & Science in Sports & Exercise. La ricerca ha preso in esame i dati relativi a 1333 donne, attraverso un periodo di 25 anni, dal 1985 al 2011, arruolate per uno studio sul rischio cardiaco in età giovanile, il Coronary Artery Risk Development in Young Adults study(Cardia).

       Le partecipanti hanno svolto sette visite in studio, riferendo se avevano avuto una gravidanza o dato alla luce un bambino e se avevano sviluppato diabete gestazionale. Durante il primo incontro è stato testato anche il loro livello di forma fisica, verificando se riuscivano a camminare per intervalli di due minuti su un tapis roulant a velocità crescenti e con pendenze diverse. In 164 hanno sviluppato diabete gestazionale. Usando queste informazioni, il team di studiosi è stato in grado di stabilire che coloro che avevano alti livelli di forma fisica prima della gravidanza avevano anche un rischio inferiore del 21% di sviluppare diabete gestazionale rispetto a chi aveva un livello decisamente più basso. “Il punto principale è che è importante mettersi in forma prima di rimanere incinte” sottolinea Kara Whitaker, autrice principale dello studio.

Fonte ANSA

venerdì 27 aprile 2018

Sterilità e infertilità maschile e femminile

Картинки по запросу infertilita maschile      Si parla di sterilità femminile anche nel caso di donne che, pur riuscendo a rimanere incinte, non sono in grado di portare a termine la gravidanza, a causa di aborto spontaneo o altri problemi, anche se di fatto le cause sono in genere diverse.

      Le donne prossime alla menopausa oppure già in menopausa non vengono definite sterili.

      Tendenzialmente si stima che nelle coppie con meno di 30 anni per la donna sia possibile rimanere incinta nel 40-60% dei casi durante i primi tre mesi di tentativi, mentre dopo un anno sono circa il 12-15% le coppie per cui non è stato possibile concepire una gravidanza.

In Italia circa una coppia su cinque ha difficoltà a procreare naturalmente e le cause riguardano:


  • l’uomo nel 40% dei casi,
  • la donna nel 40% dei casi,
  • la coppia nel 20% dei casi.

      La fertilità diminuisce con l’età sia negli uomini che nelle donne, ma gli effetti sono molto più significativi nelle donne.

Cause
      La sterilità non ha un’unica causa, per portare a termine una gravidanza, infatti, occorre che vada a buon fine una complessa serie di eventi; semplificando, perché la gravidanza abbia successo, sono necessari i seguenti fattori:


  • Le ovaie femminili devono essere in grado di produrre un ovulo vitale,
  • che successivamente deve essere in grado di ridiscendere le tube di Falloppio.
  • L’uomo deve essere in grado di eiaculare,
  • e il suo sperma deve poter risalire le tube di Falloppio.
  • Lo spermatozoo e l’ovulo devono unirsi, affinché avvenga la fecondazione.
  • L’ovulo fecondato deve potersi impiantare all’interno dell’utero
  • e deve essere nutrito dall’organismo.

Solo in questo modo il feto si sviluppa e cresce, finché il bambino è pronto per nascere.

      Se si verificano problemi non occasionali in uno qualsiasi degli aspetti sopra descritti, allora si può parlare di sterilità.

      La causa di infertilità può essere maschile o femminile; può essere provocata da fattori sconosciuti (sterilità sine causa) o essere una combinazione di fattori diversi. In alcuni casi la sterilità può essere causata anche da fattori ambientali, mentre in altre coppie la causa principale di infertilità risiede in malattie genetiche oppure in altri problemi di salute.

      In alcuni casi i medici non sono in grado di individuare le cause dell’infertilità maschile (o femminile) e, così come anche per alcune cause accertate di sterilità, non esistono terapie efficaci.

Картинки по запросу infertilita femminileSterilità femminile
      Le cellule riproduttive femminili (ovuli), a differenza di quelle maschili (spermatozoi), vengono interamente prodotte prima della nascita, quindi ogni bambina nasce già possedendo l’intera riserva ovarica di cui disporrà nel corso della vita; si nasce con circa 1-2 milioni di follicoli, che diminuiscono fino a diventare circa mezzo milione alla pubertà.

      Solo 500 di questi ovuli matureranno e saranno effettivamente disponibili ad essere fecondati; nel corso della vita questa “riserva” si riduce progressivamente ogni mese, fino ad esaurirsi del tutto al raggiungimento della menopausa.

      Dalla pubertà alla menopausa, circa ogni mese, l’organismo femminile si prepara ad un’eventuale gravidanza, se questa non avviene compare una nuova mestruazione e il ciclo ricomincia.

      Come già detto, affinché una donna sia fertile si devono verificare contemporaneamente diverse condizioni. Se anche solo una di esse viene meno, oppure non si verifica per il periodo di tempo necessario, la gravidanza non può iniziare, oppure può avere termine prima del parto.

      La maggior parte dei problemi di sterilità nelle donne è causata da problemi ovulatori, tra le malattie che colpiscono l’ovulazione troviamo:


  • età, che è strettamente legata al concetto di riserva ovarica (quantità di ovuli ancora a disposizione), ma anche ad altri fattori come qualità dell’ovulo, quantità di muco cervicale presente, facilità di impianto in utero, …
  • menopausa precoce, in cui le ovaie smettono di funzionare prima dell’età normale in cui dovrebbe iniziare la menopausa,
  • sindrome dell’ovaio policistico (PCOS), in cui le ovaie non rilasciano l’ovulo con regolarità oppure non producono un ovulo sano e vitale. Nelle donne affette dalla PCOS l’utero potrebbe non essere pronto ad accogliere l’ovulo sano e fecondato, causando quindi la sterilità,
  • disturbi endocrini (tiroide, per esempio, ma non solo).
  • L’ovulazione può infine essere concretamente influenzata da numerosi fattori legati allo stile di vita (vedere in seguito).


Tra gli altri disturbi in grado di causare difficoltà di concepimento ricordiamo:


  • alterazioni del ciclo mestruale (per esempio variazioni delle diverse fasi che lo regolano),
  • problemi strutturali del sistema riproduttivo, come ad esempio:
  • blocco delle tube di Falloppio (tube chiuse), dovuto a endometriosi, malattia infiammatoria pelvica o intervento chirurgico,
  • problemi fisiologici della parete uterina,
  • fibromi uterini (solo in alcuni casi diventano fonte di infertilità),
  • polipi uterini,
  • infezioni (tipicamente malattie sessualmente trasmesse come la gonorrea e l’HPV, quest’ultimo per esempio può ridurre la quantità di muco cervicale presente e alcuni trattamenti necessari ne peggiorano la situazione),
  • malattie autoimmuni.

      Il rischio di infertilità nelle donne può anche aumentare a causa di determinati fattori legati all’ambiente ed allo stile di vita, come ad esempio:


  • età,
  • stress,
  • dieta inadeguata,
  • eccesso di esercizio fisico,
  • sovrappeso o peso insufficiente,
  • fumo,
  • consumo di droghe o di alcool,
  • terapie farmacologiche,
  • tossine ambientali,
  • malattie genetiche,
  • altri problemi di salute, come ad esempio malattie sessualmente trasmissibili e malattie genetiche.

      Di particolare importanza è il peso, tanto che sempre più spesso si punta al recupero del peso forma in presenza di difficoltà di fertilità di poliabortività; nella donna infatti il sovrappeso (e a maggior ragione l’obesità) è responsabilità di:


  • difficoltà di ovulazione,
  • peggioramento della qualità degli ovociti,
  • aumento del rischio di complicazioni dovuto al fenomeno dell’insulinoresistenza.

Картинки по запросу infertilita maschileSterilità maschile
      Affinché un uomo sia fertile il suo liquido seminale (sperma) deve essere pronto per assolvere alla sua funzione: raggiungere l’ovulo e fecondarlo.

      A prima vista il processo potrebbe sembrare più semplice rispetto a quello della fertilità femminile, ma anche la fertilità maschile, per esistere, deve soddisfare scrupolosamente specifiche condizioni:


  • Occorre avere un’erezione e mantenerla,
  • produrre spermatozoi in quantità sufficiente,
  • avere una quantità sufficiente di liquido seminale affinché gli spermatozoi possano raggiungere l’ovulo
  • e produrre spermatozoi funzionanti che si muovano nel modo giusto.

Un problema relativo anche soltanto a una di queste condizioni contribuisce a provocare l’infertilità.

Come per la sterilità femminile, anche quella maschile può essere causata


  • da problemi fisici, come ad esempio da testicoli che non producono sperma in quantità sufficiente (oligospermia), non ne producono affatto (azoospermia), non li producono con le caratteristiche adeguate a raggiungere e fecondare l’ovulo.
  • da problemi ormonali,
  • oppure da fattori relativi allo stile di vita o all’ambiente, come ad esempio quelli contenuti nella seguente lista:
  • età,
  • stress,
  • esposizione dei testicoli a temperature elevate, che fanno sì che gli spermatozoi risultino meno mobili e abbiano quindi più difficoltà a fecondare l’ovaio. Ad esempio il criptorchidismo è la malattia in cui i testicoli non scendono correttamente nello scroto, sebbene di solito non influisca sulla possibilità di avere e mantenere l’erezione, il criptorchidismo significa che i testicoli si trovano all’interno del corpo, che ha una temperatura più alta rispetto allo scroto. Per alcuni uomini, anche indossare la biancheria troppo stretta può aumentare la temperatura dei testicoli,
  • fumo, consumo di droghe o di alcool,
  • terapie farmacologiche,
  • tossine ambientali,
  • malattie genetiche, come la sindrome di Klinefelter,
  • altri problemi di salute (diabete, infezioni sessualmente trasmesse, varicocele, …).
  • sovrappeso od obesità (che favoriscono il surriscaldamento dei testicoli ed aumentano la quantità di estrogeni circolanti).

Diagnosi di infertilità
Sebbene l’impossibilità di rimanere incinta sia un sintomo importante, la sterilità può essere diagnosticata soltanto da un ginecologo per la donna e un andrologo per l’uomo.

Coloro che temono di essere sterili dovrebbero rivolgersi al proprio medico, compresi:


  • le coppie che hanno tentato di concepire un figlio per un anno, senza alcun risultato (6 mesi se la donna ha più di 35 anni),
  • le donne che soffrono di irregolarità mestruali, o che sono affette da endometriosi o fibromi uterini,
  • le donne che sono rimaste incinte ma hanno avuto più di due aborti spontanei o hanno messo al mondo un bambino morto,
  • gli uomini e le donne con specifiche malattie genetiche.

La valutazione della fertilità è un percorso da seguire sotto la guida dello specialista e, a grandi linee, prevede:

Diagnosi di infertilità femminile:

  • anamnesi (valutazione di ciclo mestruale, precedenti gravidanze, aborti, famigliarità, … attraverso una serie di domande rivolte alla paziente),
  • esame fisico,
  • esami ormonali (FSH, LH, estradiolo, prolattina, ormoni tiroidei, AMH, …),
  • esami strumentali:
  • ecografia,
  • isteroscopia,
  • isterosalpingografia,


Diagnosi di infertilità maschile:

  • anamnesi,
  • esame fisico,
  • esame dello sperma,
  • esami ormonali (testosterone, prolattina, LH, FSH, ormoni tiroidei, …),

Le cure per la sterilità
      Ci sono molte terapie diverse per risolvere i problemi di fertilità, come ad esempio:


  • terapie farmacologiche,
  • interventi chirurgici,
  • inseminazione intrauterina/artificiale (alla donna viene iniettato liquido seminale appositamente preparato, proveniente dal marito, dal partner o da un donatore),
  • tecniche di riproduzione assistita, come ad esempio la fecondazione in vitro.

      Nella maggior parte dei casi i medici curano la sterilità con trattamenti farmacologici o con interventi chirurgici volti a rendere nuovamente funzionanti gli organi riproduttivi.

      Anche i cambiamenti nello stile di vita possono essere determinanti nel migliorare la fertilità, ad esempio potrebbe essere utile


  • ridurre lo stress,
  • modificare la dieta,
  • smettere di far uso di droghe o alcool
  • oppure ridurre la temperatura dei testicoli.

      Di grande importanza è inoltre una corretta gestione del peso, che se eccessivo può incidere negativamente su entrambi i componenti della coppia.

Fonte: https://www.farmacoecura.it/gravidanza/sterilita-maschile-infertilita-femminile-cause/

Infertilità, maschi e femmine colpiti in uguale percentuale

Похожее изображение       Ne parla Luca Mencaglia , Direttore dell’Unità Operativa Complessa Centro Procreazione medicalmente assistita dell’Usl sud-est Toscana, e organizzatore del primo Congresso Nazionale sulla Procreazione Medicalmente Assistita che si terrà a Firenze il 23 e 24 febbraio. “Alla base – spiega Mencaglia – ci sono soprattutto problemi sociali, come la carriera o il bisogno di indipendenza, o economici, e quindi la donna tende a ritardare la data del primo concepimento. Si tratta di un problema gravissimo, perché sappiamo che già a 30 anni il patrimonio follicolare di una donna è ridotto di oltre il 50%, a 35 anni rimane solo il 20%, a 40 si riduce al 5%”. Le ultime rilevazioni hanno stabilito che la data della prima gravidanza si è spostata, dal 1970 ad oggi, dai 22 ai 36 anni.

       “Questo ha anche conseguenze – aggiunge Mencaglia – sul tasso di rimpiazzo della nostra generazione: ogni donna dovrebbe avere due figli, in questo momento invece siamo a 1,3. Questo significa che nel 2050 avremo l’86% di popolazione ultra 80enne.

       Con conseguenze pericolose anche sul nostro welfare. L’ingresso degli immigrati non cambia molto la situazione: all’inizio vengono con abitudini diverse, con un tasso di gravidanza più alto, ma dopo due anni si adeguano perché riscontrano le stesse difficoltà, se non addirittura maggiori”.
Fonte ANSA

Gravidanza, il caffè aumenta il rischio che il bambino nasca sottopeso

         Caffè in gravidanza: si o no? Bere elevate quantità di caffè durante la gestazione, rischierebbe di provocare danni al nascituro, ed a dimostrarlo sarebbe stato uno studio condotto dai ricercatori della "Norwegian Institute for Publich Health" e pubblicato su "BMC Medicine", secondo cui bere caffè in gravidanza (o perlomeno, berne una quantità eccessiva) rischierebbe di far nascere il bambino sottopeso. Del resto, in linea generale ogni futura mamma sa bene che in gravidanza non andrebbero superati i 300 mg di caffeina al giorno, ed in alcuni Paesi il limite si riduce a 200 mg, ovvero meno di due tazzine di caffè in una giornata.

         Durante la loro ricerca, gli studiosi della "Norwegian Institute for Publich Health" hanno chiesto alle future mamme di appuntare in un quaderno tutti gli alimenti e le bevande che assumevano ogni giorno. Dopodiché, i ricercatori hanno preso in considerazione i fattori di rischio che potrebbero essere correlati al basso peso dei bambini alla nascita, tra i quali vi è naturalmente anche il fumo.


Gravidanza-foto.jpg         Analizzando i calcoli, sarebbe emerso che un eccessivo consumo di caffè potrebbe essere legato ad un maggior rischio di partorire un bambino sottopeso, o anche al rischio che la gravidanza si prolunghi oltre il termine previsto.


         A spiegare tali risultati sarebbe stata la stessa Verena Sengpiel, dell'ospedale universitario svedese Sahlgrenska University Hospital, che ha così commentato: "Il consumo di caffeina è fortemente correlato con il fumo, che è noto per aumentare sia il rischio di parto pretermine sia un basso peso del bambina per l'età gestazionale al momento nascita (SGA). In questo studio non abbiamo trovato alcuna associazione tra la caffeina e il parto prematuro, ma abbiamo trovato un'associazione tra caffeina e SGA. Questa associazione è rimasta anche quando abbiamo analizzato solo le madri non fumatrici, il che implica che è la caffeina stessa ad avere un effetto sul peso alla nascita".

Fonte http://scienzaesalute.blogosfere.it/post/463550/gravidanza-il-caffe-aumenta-il-rischio-che-il-bambino-nasca-sottopeso

Precauzioni da adottare contro la toxoplasmosi

        Tanto per fare chiarezza, la causa di questa infezione non sono gli animali domestici, come il gatto e il cane, quanto piuttosto un protozoo chiamato Toxoplasma Gondii che si annida negli intestini degli animali da cortile o nel terreno dove questi lasciano i propri escrementi.

        Veicolo di contagio non è dunque il pelo dell’animale, quanto i suoi escrementi che potrebbero venire a contatto con il cibo che ingerisci oppure le carni stesse, dato che il protozoo sopravvive a lungo anche dopo che l’animale è morto.
Картинки по запросу Precauzioni da adottare contro la toxoplasmosi
        Essendo come abbiamo detto asintomatica, molte persone non sanno se l’hanno contratta o meno: ecco perché, quando una donna rimane incinta, viene di prassi sottoposta dal suo medico ad un test che mira ad individuare la presenza o meno di anticorpi della toxo.

        Qualora, una volta effettuato il test, che si esegue con un normale prelievo del sangue, risultassi aver già contratto  l’infezione in passato,  il tuo medico ti dirà che non è necessario fare niente in quanto è impossibile contrarre la malattia una seconda volta; se invece, al contrario, tu avessi valori alterati degli IgM, in tal caso vorrebbe dire che sei venuta da poco in contatto con l’agente infettivo e che quindi l’infezione è ancora in corso.

        Dato che però la toxoplasmosi non è poi così facile da contrarre, il caso più frequente è quello di avere per tutta la gravidanza sia gli IgC che gli IgM negativi: se anche questo è il tuo caso, sappi che per scongiurare ogni pericolo il medico ti chiederà di sottoporti al toxo test per tutta la durata della gestazione, in modo da poter procedere a terapia antibiotica preventiva qualora, nonostante le precauzioni, tu dovessi infettarti.

        Ciò detto, per ridurre ulteriormente il rischio di infezione ci sono alcune precauzioni da adottare contro la toxoplasmosi che ti consigliamo di seguire con molta attenzione fin dalle primissime settimane di gravidanza:

  1. Dato che esemplari di Toxoplasma Gondii sopravvivono nel terreno dove gli animali domestici fanno i loro bisogni, è sempre bene lavare con cura tutta la frutta e la verdura cruda, facendo attenzione a rimuovere ogni residuo di terriccio;
  2. Un lavaggio accurato con l’acqua del rubinetto è di solito più che sufficiente, ma se vuoi stare ulteriormente sicura potresti usare anche del bicarbonato o dell’amuchina, che andranno disciolti nell’acqua di lavaggio e poi eliminati con l’ultimo risciacquo;
  3. In alternativa, puoi optare anche per frutta e verdura cotta, in quanto il processo di cottura è in grado di uccidere il protozoo;
  4. Stesso discorso vale per la carne: potrai, infatti, continuare a mangiare bistecche e cotolette purché ben cotte;
  5. No invece a carni e salumi crudi, mentre non sussiste nessun tipo di divieto al consumo di prosciutto cotto e mortadella;
  6. Particolare attenzione andrà posta anche nel maneggiare alimenti crudi: se mentre cucini ti capita di toccare carne o verdure crude o sporche di terreno, ricordati di lavare subito le mani con acqua tiepida e sapone, evitando di toccarti il viso o la bocca;
  7. Per lo stesso motivo, se ti dedichi al giardinaggio, evita il contatto diretto col terreno ed indossa sempre dei guanti il lattice, lavandoti sempre bene le mani al termine dei lavori;
  8. Non sussistono invece particolari controindicazioni nel prendersi cura della lettiera del gatto, in quanto le cisti del parassita si schiudono solo dopo 2/ 3 giorni dalla deposizione delle feci, quindi se elimini subito gli escrementi del tuo animale e utilizzi dei guanti di protezione non dovresti di fatto correre alcun rischio.

        Se nonostante tutte queste precauzioni tu dovessi lo stesso contrarre la toxoplasmosi, sarà il tuo medico a spiegarti il da farsi: oltre alla terapia antibiotica che serve a ridurre il pericolo che l’infezione sia trasmessa anche al feto, verrai probabilmente sottoposta ad amniocentesi, per verificare se il parassita ha già raggiunto o meno il liquido amniotico. Anche in tal caso però è bene sapere che con un  trattamento adeguato e tempestivo, è sempre possibile ridurre i rischi di conseguenze negative sul futuro nascituro.

Fonte http://www.neolatte.it/bimboemamma/precauzioni-da-adottare-contro-la-toxoplasmosi/

Infertilità femminile, i fattori uterini

       Alcune alterazioni strutturali dell’utero possono interferire con l'impianto dell'embrione o causare aborti più o meno precoci. Vediamo di che cosa può trattarsi, con l'aiuto delle informazioni contenute nel libro Il segreto della fertilità (Sperling, 2017) di Simonetta Basso e Stefania Piloni.

Malformazioni congenite
       Sono malformazioni presenti già alla nascita, ma di cui in genere ci si rende conto solo quando si cerca di avere un figlio e si vede che non arriva. Per esempio: l'utero può avere due cavità - si parla di utero bicorne - oppure essere troppo piccolo o del tutto assente, come si verifica per esempio nel caso della rara sindrome di Mayer-Rokitanski (o agenesia mulleriana).

infertilita-fattori-uterini        In caso di utero bicorne è comunque possibile la maternità, perché una delle due cavità può portare a termine la gravidanza. Se invece l'organo manca del tutto, le uniche strade possibili sono quelle del trapianto d'utero, un intervento ancora pionieristico, o dell'utero "in affitto", che però è illegale in Italia.


Fibromi
       Sono formazioni benigne piuttosto comuni - "si riscontrano, scrivono Basso e Piloni, nel 20% delle donne dopo i trentacinque anni" - che si sviluppano nella parete uterina. Possono avere posizioni e profondità differenti:


  • esterni alla parete (sottosierosi): i meno pericolosi, perché in genere danno pochi sintomi e sono facili da eliminare;
  • all'interno della parete uterina (intramurali): possono dare complicazioni del ciclo mestruale e anemia;
  • all'interno della cavità uterina (sottomucosi): sono i più problematici per chi cerca un bambino, perché possono impedire il corretto impianto dell'embrione.

       Se i fibromi sono grandi o danno sintomi importanti, in genere si ricorre a un intervento chirurgico per eliminarli: sono possibili varie tecniche, anche molto innovative. In alternativa, i fibromi possono essere tenuti sotto controllo con terapie mediche a base di farmaci progestinici (pillola). " La cura blocca l’ovulazione - spiegano le autrici - ma si può sospendere per cercare la gravidanza".

Polipi
       "Si tratta di piccole formazioni di tessuto duro-elastico che crescono nella cavità uterina, in particolare nell’endometrio, e dunque possono creare difficoltà nell’impianto dell’embrione". In genere vengono asportati con isteroscopia, un piccolo intervento che prevede il passaggio di una sonda ottica attraverso la vagina.

Setto uterino
       Nel libro Il segreto della fertilità, le autrici invitano a immaginare l’interno dell’utero come una stanza morbida, accogliente e vascolarizzata. Ebbene, adesso pensiamo a una parete parete rigida, fibrosa e priva di vascolarizzazione messa proprio in mezzo a questa stanza, come a dividerla in due aree separate.

       "Se l’embrione si annida sulla parete del setto non può svilupparsi perché non trova nutrimento; se si impianta su quella dell’utero cresce per pochi giorni, ma poi il setto ne blocca l’espansione". L’esito, dunque, è spesso un aborto.

       In genere è l'ecografia a far sospettare la presenza di un setto, ma la conferma diagnostica avviene con  l’isterosalpingografia o con l'isteroscopia.

Fonte https://www.nostrofiglio.it/concepimento/infertilita/infertilita-femminile-fattori-uterini

giovedì 26 aprile 2018

Endometriosi: cause, sintomi e cura

        L'endometriosi è una malattia poco conosciuta ma più frequente di quel che si creda: colpisce infatti il 10-20% delle donne in età riproduttiva e può provocare disturbi invalidanti e infertilità. Non è sempre facile da riconoscere, perché i sintomi possono essere poco specifici e quindi comuni ad altre patologie. Oggi, però, sono molti gli strumenti a disposizione per affrontarla e curarla.

1 Che cos’è l'endometriosi? La parola deriva da endometrio, il tessuto che riveste la cavità dell'utero e che ogni mese va incontro a precise modificazioni seguendo il ciclo mestruale: cresce poco a poco e poi si sfalda, sanguinando con la mestruazione.

mal-di-panciaSi parla di endometriosi quando questo tessuto si sviluppa anche in sedi anomale, al di fuori della cavità uterina. Più di frequente l'endometriosi interessa le ovaie, i legamenti uterini, il tessuto che riveste l’interno dell’addome e del bacino, ma può riguardare anche la zona tra vagina e retto, l'intestino, la vescica e l'uretere. "Una forma particolare di endometriosi è l'adenomiosi, che si ha quando il tessuto endometriale si infiltra nella parete muscolare dell'utero" spiega Elena Zannoni, responsabile del servizio di chirurgia ginecologica dell'Istituto clinico Humanitas di Rozzano (MI).

Più raramente, possono essere interessate anche sedi più lontane.

2 Che cosa comporta la presenza di endometrio al di fuori dell'utero?
"L'endometrio presente in sedi anomale si comporta come quello che riveste la cavità uterina" afferma Massimo Bardi, responsabile del Centro per la diagnosi e cura dell'endometriosi al Policlinico San Pietro di Ponte San Pietro (BG). "Questo significa che ogni mese, sotto l'influsso degli ormoni del ciclo mestruale, si sfalda, provocando piccoli sanguinamenti".
A differenza di quanto accade con il sangue delle mestruazioni, però, queste microperdite non possono uscire e tendono ad accumularsi, infiammando le aree circostanti e determinando in alcuni casi la formazione di noduli e cisti.
Inoltre, l'endometriosi può portare alla formazione di aderenze tra i vari organi contenuti nel bacino.

3 Da che cosa dipende l'endometriosi?
Si ritiene che la causa principale sia la cosiddetta mestruazione retrograda. "In pratica, durante la mestruazione un po' di sangue mestruale può rifluire nella cavità addominale, portandosi dietro delle cellule endometriali" spiega Fabio Parazzini, professore associato di ginecologia all'Università di Milano, già coordinatore di un gruppo di studio nazionale sull'endometriosi. "In presenza di particolari condizioni favorevoli, queste cellule possono impiantarsi in sedi anomale, dando il via a piccoli focolai di endometriosi".

Non è ancora del tutto chiaro quali siano queste condizioni favorevoli: probabilmente sono coinvolti vari fattori immunitari, infiammatori e vascolari.

4 Quanto è frequente l'endometriosi?
Non ci sono dati definitivi sulla patologia nella popolazione italiana, ma si stima che colpisca il 10-20% delle donne in età riproduttiva e che sia quindi una malattia piuttosto comune. "Anzi, è una malattia emergente che sta diventando più frequente di un tempo, perché le donne arrivano alla prima gravidanza sempre più tardi e questo rappresenta un fattore di rischio" aggiunge Zannoni.

Molte tra le donne colpite, comunque, non sanno neppure di averla: magari la condizione viene scoperta per caso, nel corso di accertamenti fatti per altre ragioni.

5 Ci sono particolari fattori di rischio?
Costituiscono fattori di rischio significativi per l'endometriosi:

l'assenza di gravidanze. "Questo succede perché, arrestando le mestruazioni, la gravidanza spegne i fattori che stimolano l'insorgenza o la progressione della malattia" spiega Parazzini. "Più tardi arriva una gravidanza, più tempo e più occasioni si danno alla malattia di instaurarsi";
cicli mestruali molto corti e mestruazioni molto abbondanti.
Alcuni studi hanno evidenziato altri fattori di rischio più deboli, legati allo stile di vita e all'ambiente. "Si tratta in particolare del consumo di alcol, di una dieta molto ricca di grassi e povera di frutta e verdura, dell'esposizione a sostanze tossiche come la diossina" precisa Parazzini. "Ma attenzione: sono associazioni deboli, che vanno indagate meglio. E che rendono conto solo di una piccola parte del rischio, in un numero limitati di casi".

6 Come si riconosce l’endometriosi? Quali sono i sintomi?
Quando presenti, i sintomi più caratteristici sono di due tipi: dolore e infertilità.

Circa il 70-80% delle donne con endometriosi presenta caratteristici dolori cronici. Si tratta in particolare di dolori mestruali - che in genere accompagnano flussi irregolari e abbondanti, soprattutto in caso di adenomiosi - dolore durante i rapporti sessuali, dolore pelvico generale, specialmente nei giorni appena prima o appena dopo la mestruazione.

A questi se ne possono associare altri, variabili a seconda degli organi coinvolti, come dolori al retto durante la defecazione o alla vescica durante la minzione, diarrea e/o stitichezza. Spesso anche questi sintomi si manifestano in concomitanza con i giorni della mestruazione.

"Purtroppo, a volte questi dolori sono così intensi da risultare debilitanti e alterare la qualità della vita" sottolinea Bardi. Questo si traduce in un impatto concreto sulla vita quotidiana, come racconta Jacqueline Veit, fondatrice e presidente dell'Associazione italiana endometriosi: "I dolori cronici dell'endometriosi possono compromettere la costanza nello studio o nel lavoro, impedire il normale svolgimento delle attività domestiche, ostacolare la vita sociale"

Altro sintomo possibile è l'infertilità: si stima che il 30-40% delle donne infertili soffra di endometriosi.

7 Che rapporto c'è tra endometriosi e infertilità?
In alcuni casi c'è un rapporto diretto, perché la malattia può determinare la formazione di aderenze, ostruzioni e alterazioni anatomiche che impediscono fisicamente l’incontro tra ovulo e spermatozoi o l'impianto dell'embrione.

"In altri casi l'associazione tra endometriosi e infertilità non è così chiara" precisa Zannoni. "Può darsi che siano coinvolti fattori immunitari o vascolari, che in qualche modo ostacolano la funzionalità ovarica o l'instaurarsi di una gravidanza".

8 Se la gravidanza parte, l'endometriosi può causare complicazioni?
Quello degli effetti dell'endometriosi sulla gravidanza è un campo di ricerca emergente. Alcuni studi recenti sembrano suggerire un'associazione tra questa condizione e un aumento del rischio di aborto o di complicazioni come parto pretermine, ma in realtà è ancora da chiarire se questi effetti dipendano dall'endometriosi di per sé o dal fatto che si tratti di gravidanze che arrivano in età più avanzata o grazie a fecondazione assistita.

"Probabilmente alcune localizzazioni dell'endometriosi, come quelle nella parete dell'utero, comportano qualche complicazione in più, ma in generale il messaggio deve essere rassicurante: se la gravidanza parte, riesce anche ad arrivare bene a termine" commenta Zannoni. "Ovviamente però, è importante che le donne che si trovano in questa condizione vengano seguite un po' più attentamente, con qualche visita e controllo in più".

9 Come si può diagnosticare l’endometriosi?
"La diagnosi si fa innanzitutto su base clinica, cioè partendo dai sintomi che la donna riferisce" afferma Bardi. Il medico chiederà in particolare come sono i cicli mestruali, se i rapporti sessuali sono dolorosi, se si stanno cercando figli e non arrivano.

Il secondo step è la visita ginecologica, che può dare indicazioni su un'eventuale endometriosi con localizzazioni a livello vaginale, retto-vaginale o del collo dell'utero.

L'ecografia transvaginale permette invece di individuare con chiarezza eventuali cisti a carico delle ovaie. A volte, questi strumenti non bastano per una diagnosi definitiva: in questi casi la certezza può essere ottenuta con la laparoscopia, una tecnica chirurgica mini-invasiva che consente di esaminare l'interno dell'addome.

"Purtroppo, il percorso non è sempre lineare e possono volerci anche anni prima di arrivare a una diagnosi definitiva" sottolinea Veit. "Questo dipende in parte dal fatto che le donne tendono a trascurare i propri sintomi dolorosi, considerandoli come normali, in parte dal fatto che anche alcuni medici sottovalutano i sintomi e la malattia".

 10 In caso di endometriosi bisogna sempre intervenire o si può anche non fare nulla?
"Si può anche non fare nulla, ma dipende dalle situazioni" risponde Zannoni. "Se non ci sono sintomi, la donna non sta cercando figli e i controlli dicono che la situazione è stabile si può tranquillamente non fare nulla".

"Se però le condizioni cambiano, le visite dicono che la malattia sta progredendo, il dolore diventa importante oppure la donna desidera una gravidanza, o addirittura ha cominciato a cercarne una e vede che non arriva, è meglio intervenire".

11 Come si interviene?
In genere per prima cosa si interviene con una terapia farmacologica, per esempio a base di pillola anticoncezionale che, riducendo in modo significativo il sanguinamento mestruale, rallenta molto anche l'endometriosi. "Più di recente sono stati introdotti farmaci specifici per questa malattia a base di progestinici, che inibiscono le modificazioni endometriali senza alterare la normale funzionalità ormonale ovarica" aggiunge Bardi.

Questi farmaci sono a carico della paziente. "Non sono previste esenzioni per questa malattia" spiega Veit, che sottolinea come l'Associazione italiana endometriosi sia attualmente impegnata in campagne e attività per il riconoscimento dell'endometriosi come malattia cronica.

Se le terapie non sono sufficienti o se i sintomi sono in partenza molto severi o vengono subito individuati cisti e noduli importanti, si preferisce una strategia chirurgica. L'intervento avviene in laparoscopia e permette di rimuovere i tessuti anomali. "Ma attenzione, soprattutto nel caso di localizzazioni ovariche, oggi si tende a intervenire con molta cautela" sottolinea Zannoni. "Questo perché c'è sempre il rischio che, intervenendo sulle ovaie, si danneggi anche qualche follicolo, riducendo così la riserva ovarica".

Non è tutto. Aggiunge Bardi: "Trattandosi di una malattia che può alterare la percezione dell’immagine corporea e dell’identità femminile, è importante anche un supporto psicologico per le donne colpite da endometriosi". Supporto che può essere anche realizzato tra "pari", cioè tra gruppi di pazienti, nei cosiddetti gruppi di auto-mutuo-aiuto.

E ancora, al di là delle strategie più radicali, possono essere utili anche altre strategie "alternative" di controllo del dolore. Alcuni studi suggeriscono l'efficacia, in questo senso, di percorsi di mindfuless o di terapia cognitivo-comportamentale.

12 Ci sono diete efficaci per rallentare la malattia e ridurre i sintomi?

"Anche a questo proposito non ci sono conclusioni definitive" risponde Parazzini. Alcuni studi sembrano suggerire che una dieta ricca di frutta, verdura, legumi e povera di grassi di origine animale e zuccheri possa dare una mano. "Non abbiamo dati che dicano che funziona davvero, ma a livello individuale può valere la pena fare un tentativo".

Fonte https://www.nostrofiglio.it/concepimento/infertilita/10-domande-sull-endometriosi