sabato 29 febbraio 2020

Le conseguenze di "un goccio" in gravidanza

Signora vista dal basso (viso sfocato) pesa un bambino con una bilancia per neonati; spuntano le gambe del bebé       Il rischio che comporta il consumo di alcol durante una gravidanza è apparentemente sottovalutato in Svizzera: secondo le stime dell'Ufficio federale della sanità pubblica, su 85'000 neonati nel 2017, circa 1'700 presentavano una forma leggera di sindrome alcolica fetale e oltre 400 quella più grave. Di cosa si tratta? Basta un bicchiere perché il bambino la contragga? Qualche risposta qui, con una certezza: le madri non vanno colpevolizzate, ma informate e seguite.

        Figura centrale della "rete di accompagnamento e sostegno" auspicata dall'esperta sarebbe l'ostetrica.

(Keystone / Julian Stratenschulte)
      La raccomandazione dei medici è una sola: astenersi dal consumare bevande alcoliche. Benché molti pensino che si possa bere "ogni tanto", non è mai stata appurata l'esistenza di "una soglia limite oltre la quale ci sono dei rischi o sotto la quale non ce ne sono", sottolinea la caposervizio delle Cure intermedie pediatriche e neonatologiche dell'Ente ospedaliero cantonale ticinese (EOC) Monica Ragazzi.

      Tra i rischi, vi è che il feto sviluppi la sindrome alcolica fetale. Nella sua forma più rara presenta difformità facciali e ritardi nello sviluppo. Ma anche i casi meno gravi provocano disturbi di varia natura che, spiega la dottoressa, talvolta si manifestano anni dopo, a scuola. E andando a ritroso si scopre che la mamma ha bevuto durante la gestazione.

      Le madri non vanno però colpevolizzate. Piuttosto, andrebbe creata in Svizzera una rete coordinata di accompagnamento e sostegno, che coinvolga personale medico, psicologi, insegnanti, famiglie.

      È quel che auspica la professoressa Dagmar Orthmann, dell'Istituto pedagogia curativa dell'Università di Friburgo. Da un suo studio -il primo in Svizzera sulla sindrome alcolica fetale- emerge che la consapevolezza è bassa anche tra il personale specializzato in formazione.

Fonte https://www.tvsvizzera.it/tvs/sindrome-alcolica-fetale_le-conseguenze-di--un-goccio--in-gravidanza/45584682

Perché in gravidanza si hanno vuoti di memoria? Le cause

      In gravidanza è possibile che durante il terzo trimestre e anche dopo, la memoria faccia dei brutti scherzi. Improvvisamente ci si dimentica qualcosa, ed è sempre più facile che una donna in stato interessante, per esempio, si trovi in una stanza e si chieda “cosa dovevo fare?”. Così, improvvisamente ci si dimentica quello che si faceva o che si doveva fare nell’imminente. Non è poca attenzione, no, questo “disturbo” che più che un disturbo è un sintomo della gravidanza prende il nome di Amnesia da gravidanza, o Momnesia. Ne soffrono la maggior parte delle future mamme in stato interessante e non è dovuto ad un periodo di stress, come in un primo momento si può pensare. La causa di questo sintomo è correlata, invece, a cambiamenti ormonali che durante la gravidanza avvengono naturalmente. Ma quali sono, nello specifico le cause e cos’è l’amnesia da gravidanza? E’ vero che la materia grigia nelle future mamme si riduce? Scopriamolo insieme facendo luce su tali domande

      Molte donne si lamentano della loro memoria, o meglio, della loro perdita di memoria quando restano incinte Diversi studi, segnalano diversi cambiamenti che si producono nel cervello delle future madri. Le cosiddette ristrutturazioni hanno inizio durante la gravidanza e sono ancora evidenti a distanza di due anni dal parto. La gravidanza è un periodo particolare nella vita di una donna: i cambiamenti fisici, psicologici e ormonali si rincorrono e si combinano tra loro, producendo effetti che si riflettono nei diversi aspetti della vita.

      Molte donne sperimentano difficoltà nella concentrazione e nella memoria, soprattutto in aspetti della quotidianità. Non ricordarsi dove si è riposto un mazzo di chiavi e trovarlo dopo ore nel frigorifero, dimenticarsi di dover fare una cosa, non riuscire a farsi venire in mente una semplicissima parola di uso comune: sono tutte piccole amnesie. Una buona percentuale delle donne in gravidanza afferma di sentirsi più sbadata del solito. Perdere il cellulare o le chiavi, dimenticarsi di comprare qualcosa al supermercato, la pentola sul fuoco o un appuntamento di lavoro sono alcune delle situazioni che queste donne segnalano come comuni durante il secondo o il Terzo trimestre di gravidanza.

      Bisogna specificare che il termine amnesia da gravidanza non è stato coniato dalla scienza, bensì dalle convinzioni popolari. Gli specialisti ammettono che alcune donne manifestano una perdita di memoria che potrebbe essere associata ai cambiamenti ormonali o, più semplicemente, alla preoccupazione legata alla gravidanza, che esclude dalla loro mente quello che non è importante. Dopo il parto, inoltre, la stanchezza potrebbe causare queste piccole dimenticanze.

      Per questa particolare condizione di amnesia è stato coniato il termine “momnesia” (dall’inglese mum , mamma + amnesia) . Ad averlo usato per la prima volta è stata la pediatra Tanya Altman in riferimento alle difficoltà di memoria che le future madri riscontrano dalla  ventiseiesima settimana d’attesa fino ai 6 – 12 mesi di vita del bambino.

      L’amnesia è un disturbo della memoria che consiste nell’incapacità di ricordare un’informazione in uno specifico momento. Può essere suddivisa diversamente a seconda della sua durata e delle zone della memoria che va a colpire. Può essere perciò temporanea o permanente, anterograda quando riguarda la formazione di nuovi ricordi o retrograda se intacca quelli passati. Secondo la neuropsichiatra Dr Luann Brizendine, il cervello della mamma ha un grosso impatto sui cambiamenti che una nuova vita apporterebbe sulla propria. Di conseguenza le difficoltà di focalizzazione e memoria sono dovute a un diverso investimento da parte del cervello, che metterebbe al primo piano la protezione e il monitoraggio del nascituro, lasciando in secondo piano il “superfluo”.

gravidanza fobia      Le cause delle problematiche di memoria in gravidanza non sono del tutto certe e variano da donna a donna. Quello che è certo è che i fattori fisici e psicologici rivestono un ruolo molto importante. Agli inizi, la donna è alle prese con stanchezza mattutina, insonnia e fatica in generale. Con il trascorrere della gravidanza aumentano i pensieri e le azioni in preparazione alla nascita del bambino: essere “distratte” da una nuova vita che sta crescendo dentro di sé non dovrebbe suonare poi così strano.

      Quindi in breve i fattori che influenzano l’insorgenza di tale amnesia sono:


  • maggiore stanchezza
  • fatica generale e spossatezza gravidica
  • insonnia e disturbi del sonno
  • Pensieri legati al parto e al benessere del bimbo in genere.
Fonte https://www.chedonna.it/2020/02/29/perche-in-gravidanza-si-hanno-vuoti-di-memoria-le-cause/

Fumo in gravidanza, meglio astenersi subito

      Adesso sono anche i risultati di un nuovo studio pubblicato su BMJ Open a ribadirlo: smettere di fumare prima di pianificare una gravidanza paga: se, infatti, l’astensione dal fumo di sigaretta nel corso del primo trimestre di gravidanza riduce il rischio di nascite sottopeso, questo comportamento non è in grado, però, di proteggere il feto dal nascere più piccolo di come dovrebbe essere per l’età gestazionale e con uno sviluppo dimensionale dell’encefalo più ridotto.

     E’ noto da tempo che il fumo in gravidanza aumenta il rischio di outcome avversi legati alla gravidanza non solo nel periodo neonatale, ma anche nelle età successive. Il fumo di tabacco contiene, infatti, migliaia di sostanze chimiche che possono attraversare la placenta e entrare nella circolazione fetale. Di queste, la nicotina è il composto associato ad una moltitudine di eventi avversi sullo sviluppo degli organi, encefalo compreso. Tra le altre sostanze chimiche tossiche altrettanto note, presenti nel fumo di tabacco, vi sono il monossido di carbonio che è in grado di interferire con la richiesta di ossigeno del nascituro.
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     Lo studio in questione ha analizzato 1,4 milioni di coppie madre-figlio finlandesi, allo  scopo di valutare gli effetti del fumo materno limitatamente al primo trimestre di gestazione vs. la mancata astensione successiva al fumo relativamente alla dimensione corporea del nascituro e alle proporzioni delle varie aree corporee.

     I ricercatori hanno confermato il riscontro frequente di donne in gestazione fumatrici: nello studio in questione, a fronte di un 84,5% di gestanti non fumatrici e un 3,5% di donne che hanno praticato l’astensione dal fumo di sigaretta nel corso del primo trimestre di gravidanza, è stato anche documentato che ben il 12% delle gestanti considerate non aveva smesso di fumare anche dopo il primo trimestre.

     Dai risultati è emerso che il fumo materno è associato ad una maggiore riduzione della lunghezza del neonato e della circonferenza del cranio rispetto al peso alla nascita, con conseguente alterazione delle proporzioni tra le diverse aree corporee.

     Gli effetti sulle proporzioni tra le diverse aree corporee derivanti dalla cessazione del fumo di sigaretta nel corso del primo trimestre o dalla mancata cessazione dell’abitudine al fumo nei trimestri successivi di gestazione sono risultati  sovrapponibili, a suffragare l’importanza di una gravidanza precoce come finestra di esposizione sensibile.

     Tra i neonati esposti al fumo materno solo nel corso del primo trimestre di gravidanza, le tre misure utilizzate di dimensione corporea (peso alla nascita, lunghezza del neonato e circonferenza del cranio) mostravano segni di restrizione della crescita e alterazioni delle proporzioni tra le diverse aree del corpo.

     Inoltre, i risultati hanno suggerito un potenziale limitato di riparazione del danno fetale indotto in concomitanza con una gravidanza precoce.

     E’ stato ipotizzato che il fumo materno possa avere un effetto sulla proliferazione cellulare durante l’organogenesi nello sviluppo iniziale prenatale, con conseguenze negative che si trascinerebbero nel corso della vita intera della progenie di queste madri.

     Nel commentare i risultati, i ricercatori hanno osservato che “…la scoperta più importante dello studio è quella che, a fronte di una riduzione del rischio di nascita sottopeso derivante dalla cessazione del fumo di sigaretta nel corso del primo trimestre di gravidanza, non si ha un miglioramento della dimensione cerebrale e della lunghezza del neonato in relazione al peso corporeo.
     Ciò sottolinea l’importanza di smettere di fumare già prima dell’inizio della gravidanza, dal momento che l’abitudine al fumo anche nei primi mesi di gestazione potrebbe avere effetti devastanti sulla salute della progenie nel lungo termine.

Bibliografia
Rumrich I et al. Effects of maternal smoking on body size and proportions at birth: a register-based cohort study of 1.4 million births. BMJ Open 2020;10:e033465. doi: 10.1136/bmjopen-2019-033465

Fumo in gravidanza collegato a maggior rischio di fratture in bambini durante primo anno

       Un nuovo studio mostra ancora una volta quanto fumare durante la gravidanza possa essere sconsigliato in relazione a varie patologie che il fumo stesso può provocare sul nascituro.
Questa volta lo studio, pubblicato su BMJ, mostra che fumare durante la gravidanza può essere collegato ad un aumento del rischio di fratture del bambino durante il suo primo anno di vita.

       Lo studio osservazionale, condotto da ricercatori svedesi, non mostra che esistono effetti duraturi sul rischio delle fratture dopo l’infanzia e fino alla prima età adulta: ciò suggerisce che le madri fumavano in gravidanza provocano un’influenza a breve termine sulla salute delle ossa dei loro bambini, influenza non per questo meno grave.

       Come sottolinea ricercatori, il numero di studi che correlano il fumo della madre durante la gravidanza e il rischio di fratture nei bambini delle diverse fasi delle loro vite è abbastanza scarso e questa ricerca va a colmare un po’ questo vuoto.
       I ricercatori hanno analizzato i dati di 1, 6 milioni di persone nate tra il 1983 e il 2000 in Svezia da donne che fumavano oppure che non fumavano all’inizio della gravidanza.

       I soggetti sono stati seguiti fino ad un’età media di 21 anni (fino ad un’età massima di 32 anni).
Effettuando anche analisi comparativa tra fratelli, i ricercatori trovavano che il fumo da parte della madre poteva essere associato a un tasso di fratture più alto nei figli durante il primo anno di età.

       I dati in generale suggerivano che il rischio di fratture dopo l’infanzia e fino alla prima età adulta cominciava invece ad essere ricondotto a fattori familiari piuttosto che all’esposizione al fumo materno nell’utero.
       Il collegamento, sottolineando comunque che si tratta di uno studio osservazionale che non può stabilire una causa diretta, sembra dunque esistere solo per il primo anno di vita del bambino.

Fonti
Healthy habits in middle age linked to longer life free from disease | BMJ (IA)
Maternal smoking during pregnancy and fractures in offspring: national register based sibling comparison study | The BMJ (IA) (DOI: 10.1136/bmj.l7057 )

Astenospermia o scarsa motilità degli spermatozoi ed infertilità maschile

       L’Italia, nelle statistiche europee è uno dei fanalini di coda per indice di natalità del vecchio continente. Secondo recenti dati dell’Istat, nel nostro paese nel 2018 ci sono state 9.000 nascite in meno rispetto all’anno precedente e nell’arco di dieci anni (dal 2008 al 2018) risultano 128.000 nascite in meno. Oltre a ragioni sociali o scelte di vita, uno dei principali motivi di questo calo è da individuare nell’incremento dei casi di infertilità. Secondo uno studio su 300.000 matrimoni all’anno circa il 20% delle coppie non riesce ad ottenere una gravidanza dopo 12 mesi di rapporti mirati non protetti. Le cause sono ripartite statisticamente in maniera equa fra fattore femminile e maschile. Tuttavia, negli ultimi 10-15 anni si è assistito ad un rilevante aumento dei casi di infertilità maschile. Quest’ultima, infatti, coinvolge circa il 10% della popolazione e ha come fattore prevalente, da un punto di vista generale, le alterazioni dei parametri del liquido seminale con una conseguente incapacità del seme maschile di fecondare l’ovocita. Fra le cause più rilevanti, da questo punto di vista, è da annoverare la astenospermia che consiste in una condizione di alterazione del liquido seminale che si caratterizza per una scarsa motilità degli spermatozoi.


La differenza con l’aneiaculazione
Картинки по запросу "Astenospermia o scarsa motilità degli spermatozoi ed infertilità maschile"       Prima di trattare nel dettaglio l’astenospermia occorre distinguerla da altre forme di alterazioni che coinvolgono la fase dell’eiaculazione o il liquido seminale. Sotto il primo profilo, occorre annoverare l’aneiaculazione che consiste nell’assenza completa di eiaculazione retrograda o anterograda con la conservazione della sensazione di orgasmo. Quest’ultima può avere un’origine nervosa, farmacologica (come conseguenza dell’assunzione di antidepressivi o antipsicotici) o fisiologica, se per esempio è determinata da un’occlusione congenita od acquisita dei dotti eiaculatori. Le cure dell’aneiaculazione sono correlate alla natura del disturbo che ha determinato questa alterazione.

       La differenza con altre forme di alterazioni del liquido seminale – L’astenospermia, inoltre, deve essere distinta da altre forme di alterazioni del liquido seminale, che possono essere all’origine di infertilità maschile e con la quale potrebbe essere confusa. Fra queste va annoverata l’aspermia che si concreta nell’assenza di eiaculato spesso determinata da eiaculazione retrograda. Questa alterazione, nella maggior parte dei casi, è la conseguenza di un intervento chirurgico. L’azoospermia, invece, consiste nell’assenza totale di spermatozoi nell’eiaculato e si distingue in non ostruttiva (o secretoria) e ostruttiva (o escretoria). Nel caso di azoospermia non ostruttiva, le cause generalmente sono di carattere genetico, mentre nella seconda ipotesi gli spermatozoi non sono assenti, ma restano bloccati nella sede di produzione. I nostri ricercatori spagnoli, grazie all’impiego rivoluzionario del Micro-TESE sono riusciti a sviluppare una tecnica di recupero degli spermatozoi nei pazienti affetti da azoospermia non ostruttiva, che in passato era considerata uno dei principali ostacoli alla fertilità maschile. L’ultima alterazione che deve essere distinta dall’astenospermia è l’oligospermia che si verifica nelle ipotesi in cui la concentrazione degli spermatozoi sia inferiore a 20 milioni/ml e che assume un carattere severo se questa è inferiore a 3 milioni/ml.

Le caratteristiche dell’astenospermia
       L’astenospermia consiste in una condizione di ridotta motilità degli spermatozoi. Questo termine, di origine greca, significa letteralmente “mancanza di forza nel seme”. Da un punto di vista medico e clinico, questa alterazione viene rilevata qualora il numero di spermatozoi che sono contenuti nell’eiaculato è inferiore al 50% o se quelli che si muovono con una buona velocità e seguono una traiettoria rettilinea sono inferiori al 25%. Questa alterazione, inoltre, può essere distinta in complessa o semplice. La prima classificazione ricorre qualora l’astenospermia sia associata ad altre condizioni di alterazione del liquido seminale come l’oligospermia. Questa, invece, è considerata semplice qualora è determinata da cause che possono essere anatomiche, infettive, immunologiche, determinate da alterazione dei parametri del liquido seminale, da alterazioni di natura chimica, biochimica o del DNA mitocontriale. Inoltre, l’astenospermia può anche essere classificata sulla base della gravità in modesta, discreta o severa. Generalmente, dopo una o due ore dall’eiaculazione, negli uomini che non sono affetti da questa alterazione la motilità progressiva deve risultare almeno pari al 50%. Qualora questa rientri, invece, in un range fra il 30% e il 40% si parla di astenospermia modesta. Se la motilità, invece, è compresa fra il 20% e il 30% questa condizione è considerata come discreta. Qualora i parametri risultino inferiori al 20%, questa condizione viene considerata come severa. Occorre precisare che, in questi casi, le problematiche connesse all’infertilità maschile sono proporzionate alla gravità dell’alterazione.

Una panoramica sulle cause dell’astenospermia
       Come abbiamo precisato le cause di questa disfunzione possono essere molteplici. In particolare, e nella maggior parte dei casi, l’alterazione può essere determinata da infiammazioni (ad esempio orchiti) o da patologie che interessano il sistema vascolare del testicolo come il varicocele. L’astenospermia, inoltre, può essere determinata da malformazioni di carattere congenito o da precedenti infezioni, come la gonorrea, che hanno colpito l’apparato genitale. Questa disfunzione colpisce, inoltre, frequentemente gli ex pazienti oncologici ed è una delle possibili conseguenze di trattamenti come la chemioterapia o la radioterapia. Questa condizione può anche essere determinata dalla presenza di anticorpi antispermatici prodotti in seguito ad eventi traumatici che hanno coinvolto i testicoli. Anche uno stile di vita non adeguato può influenzare la motilità degli spermatozoi: questa condizione, infatti, è stata rilevata di frequente in soggetti che fanno un uso eccessivo di alcol, che utilizzano droghe o che non seguono uno stile alimentare corretto. Da quest’ultimo profilo, gli studiosi hanno rilevato come i soggetti che assumono con la dieta adeguate quantità di vitamina E, D, C, zinco, acido folico, selenio e fibre hanno una riduzione del 51% del rischio di astenospermia.


Картинки по запросу "Astenospermia o scarsa motilità degli spermatozoi ed infertilità maschile" La diagnosi
       L’esame più diffuso e indicativo per valutare le alterazioni del flusso seminale, compresa l’astenospermia, è lo spermiogramma. Quest’analisi comprende la valutazione di parametri macroscopici e microscopici dell’eiaculato. I parametri ottenuti devono essere raffrontati a quelli indicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. La valutazione della motilità spermatica viene effettuata al massimo entro un’ora dall’eiaculazione e tiene conto anche di alcuni indicatori biochimici di funzionalità prostatica e vescicolare. Per escludere la presenza di infezioni del tratto riproduttivo che possono essere all’origine di un danno agli spermatozoi, normalmente viene anche eseguita una spermiocoltura e/o un’urinocoltura.

La cura
       La possibile ricorrenza di una pluralità di cause all’origine dell’astenospermia, determina che non sia possibile individuare un percorso di cura univoco, ma ogni caso necessiti un trattamento ad hoc. Ad esempio, qualora questa derivi da un’orchite generalmente si procede all’assunzione di antibiotici o cortisonici, mentre se questa è originata da un varicocele l’intervento chirurgico consente il ripristino di un’adeguata motilità degli spermatozoi. Qualora questa dipenda da cause sconosciute generalmente si procede alla cura attraverso una terapia a due fasi mediante la somministrazione di arginina e coenzima Q10.

venerdì 28 febbraio 2020

Fertilità: in Italia un problema per il 15% delle coppie. Ecco il decalogo per proteggerla

       Non trascurare le infezioni, tenere sotto controllo il peso, fare sport, evitare fumo e droghe. Sono alcuni consigli per proteggere la fertilità contenuti nel decalogo curato dagli esperti del Registro nazionale procreazione assistita dell'Istituto superiore di Sanità, in occasione della Giornata nazionale della fertilità, in calendario domenica 22 settembre. Secondo la definizione dell'Organizzazione mondiale della Sanità "l'infertilità è una patologia che si manifesta con assenza di concepimento dopo 12/24 mesi di rapporti mirati non protetti. Si stima che in Italia le coppie che soffrono di infertilità sono il 15%", si legge in una nota dell'Iss.

      Tra coloro che in Italia hanno fatto ricorso a tecniche di procreazione assistita, secondo i dati del Registro, risulta che nel 2017 più di 78mila coppie infertili si sono rivolte a centri di Pma per avere un bambino. Nel 41% dei casi con una diagnosi di infertilità femminile, nel 23,6% a causa di un'infertilità maschile, nel 18,9% per un'infertilità sia maschile che femminile. Mentre per il restante 16,6% delle coppie la causa dell'infertilità è rimasta inspiegata.


Ecco dieci consigli per preservare la fertilità:

1) La fertilità va mantenuta con cura;

2) Non trascurare mai una banale infezione, può portare a conseguenze irreversibili;

3) Un eccesso o forte diminuzione del peso corporeo possono compromettere la fertilità, mantieni il tuo peso con una alimentazione corretta;

4) Nel programmare una gravidanza considera che dopo i 30 anni per la donna e dopo i 40 per l'uomo peggiora la qualità genetica di ovociti e spermatozoi. (segue)

5) Proteggiti dalle malattie sessualmente trasmissibili. Molte, non curate, possono compromettere la fertilità.

Fertilità: in Italia un problema per il 15% delle coppie. Ecco il decalogo per proteggerla6) Se fai molto sport e vuoi sviluppare la tua massa muscolare, fallo solo allenandoti; gli anabolizzanti assunti per aumentare velocemente la massa muscolare possono danneggiare per sempre la fertilità.

7) Fumare tabacco, oltre ad aumentare il rischio di avere durante la vita una patologia al cuore o ai polmoni, riduce la fertilità. Non iniziare a fumare oppure rivolgiti ad un centro antifumo e fatti aiutare a smettere.

8) L'uso anche saltuario di alcune droghe può interferire con la normale produzione di ormoni e nuocere alla fertilità.

9) Fai sempre ogni giorno almeno trenta minuti di attività fisica all'aria aperta: migliora il tono dell'umore, la secrezione ormonale e mantiene il tuo peso in equilibrio.

10) Per essere sicura/sicuro che tutto sia 'in ordine' non aspettare, fai un controllo in un consultorio o da uno specialista.

Fonte https://www.repubblica.it/salute/medicina-e-ricerca/2019/09/21/news/giornata_nazionale_della_fertilita_il_decaogo_per_proteggerla-236577008/

Coronavirus in gravidanza: ecco cosa emerge da una recente indagine

Coronavirus in gravidanza
      Il coronavirus (anzi, per meglio dire, il virus chiamato Covid-19) sta facendo preoccupare moltissime persone, perché l’elevato numero dei contagi sembra dimostrare che si tratti di una sindrome respiratoria acuta molto più preoccupante rispetto ad una normale influenza. Per quanto il numero dei decessi ad oggi registrato in Italia generi paura, ansia e preoccupazione tra le persone, è comunque molto importante che venga sempre effettuata un’informazione il più possibile corretta e completa in merito a questa patologia: e questo riguarda chiaramente, con un occhio di riguardo, soprattutto le categorie considerate più deboli, come ad esempio le donne in gravidanza. Quali sono i rischi per le donne in dolce attesa? Vi sono rischi di trasmissione intrauterina?

      Sembra ancora presto per stabilire con esattezza la situazione, ma secondo un recente studio effettuato su un campione (chiaramente ridotto) di donne in dolce attesa (che si trovano all’ultimo trimestre di gravidanza) affette dal virus, pare che la trasmissione per via verticale, da madre a feto, della patologia, non sia così certa. Anzi, i risultati delle numerose indagini eseguite sembrano essere parecchio incoraggianti, pur ammettendo ovviamente i normali limiti relativi all’esiguità del campione.

      Emerge pertanto che, anche se la trasmissione del virus non può essere esclusa nel primo o nel secondo trimestre (in quanto l’infezione sarebbe più aggressiva in questi casi), le donne incinte in stato avanzato di gestazione potrebbero essere meno esposte a questa possibilità.

Fonte https://www.fecondazioneeterologaitalia.it/coronavirus-in-gravidanza-cosa-emerge-da-un-recente-studio/

Come incide l’obesità sulla fertilità maschile

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      L’infertilità, secondo una classificazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, è un problema evincibile anche dall’assenza involontaria di un concepimento dopo almeno dodici mesi di rapporti sessuali mirati e non protetti. Secondo le stime dell’OMS questa condizione coinvolge il 15-20% delle coppie in Europa. Da un punto di vista statistico l’incidenza dell’infertilità su scala mondiale è distribuita  in maniera pressoché equa, fra fattori femminili (30%) e fattori maschili (30%). L’Istituto Superiore di Sanità, sotto questo profilo, ha rilevato come una delle problematiche che incidono in maniera più rilevante sulla fertilità sia rappresentata dall’obesità. Secondo l’ISS, infatti, l’obesità (e dal lato opposto l’eccessiva magrezza) sono responsabili del 6% di casi di infertilità primaria e del 12% di casi di infertilità totale. Questa condizione, in particolare, colpisce il sesso maschile: secondo i dati dell’European Society of Human Reproduction and Embriology (ESHRE) soltanto il 30% degli uomini europei dispone di una qualità ottimale di spermatozoi. I soggetti obesi, generalmente, hanno un eiaculato con 9 milioni di spermatozoi in meno rispetto a chi rientra in parametri standard di peso. La correlazione fra obesità e fertilità maschile, quindi, appare evidente ed è stata oggetto di moltissimi studi recenti. Qualora questa problematica persista, nonostante un intervento mirato alla perdita di peso, la soluzione più opportuna per dare corso ad una gravidanza consiste nella fecondazione assistita ed in particolare in una tecnica come l’ICSI.

La definizione di obesità
      Nella popolazione adulta l’obesità viene valutata attraverso un parametro di carattere biometrico definito indice di massa corporea (IMC) un valore calcolabile dalla correlazione tra il peso con l’altezza. L’IMC si ottiene dividendo il peso (espresso in Kg) per il quadrato dell’altezza (espressa in metri). Occorre precisare come il risultato ottenuto sia un parametro del peso forma soltanto a livello indicativo, perché per stabilire il peso ideale (e di conseguenza per accertare un’eventuale obesità) occorre prendere in considerazione anche altri parametri come l’età, le condizioni di vita ed alcuni fattori genetici. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità la condizione di sovrappeso sussiste qualora l’indice di massa corporea sia compreso fra 25 e 29,9 kg/m2, mentre qualora l’IMC risulti superiore a 30 si rientra in una condizione di obesità.

Le statistiche
      L’istituto superiore di sanità ha rilevato come, partendo dal parametro dell’IMC, in Italia gli adulti in sovrappeso sono il 35,3% del totale, mentre gli obesi rappresentano il 9,8%. La ripartizione di questa condizione fra i due sessi, però, appare molto sbilanciata in senso negativo per gli uomini: il 44% della popolazione maschile, infatti, risulta in sovrappeso (contro il 27,3% di quella femminile), mentre gli uomini obesi rappresentano l’11% del totale di fronte al 9% delle donne. Complessivamente il 45,1% dei soggetti con un’età maggiore ai 18 anni ha un peso superiore rispetto alla norma.

L’obesità e le problematiche correlate alla fertilità maschile
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      Recenti studi hanno confermato come nell’ultimo decennio la qualità del liquido seminale maschile abbia subito, generalmente, un notevole peggioramento. Questa flessione ha costretto addirittura l’Organizzazione Mondiale della Sanità ad abbassare i limiti di normalità di alcuni parametri dello spermiogramma. La bassa qualità spermatica, secondo una ricerca pubblicata sulla rivista Fertility&Sterility, può subire un miglioramento seguendo una dieta sana ed equilibrata. Gli scienziati, infatti, hanno rilevato una stretta correlazione fra elevato indice di massa corporea e problematiche correlate alla fertilità maschile. Le ricerche, infatti, hanno evidenziato come gli uomini sovrappeso e quelli obesi, in molti casi, subiscono un’alterazione dei parametri seminali che comporta come effetto una riduzione dei valori di concentrazione e motilità degli spermatozoi, un aumento della frammentazione del DNA spermatico e anomalie morfologiche nello sperma. In particolare, uno studio pubblicato sulla rivista Current Pharmaceutical Design ha messo in rilievo la diretta correlazione fra una patologia metabolica come l’obesità e un complesso sistema di disfunzioni ormonali che possono sfociare in problematica relative alla fertilità.

La relazione fra l’obesità e la riduzione dei livelli di testosterone
      La riproduzione maschile è presieduta da un complesso sistema di interazioni fra il cervello e l’apparato riproduttivo. L’asse ipotalamo-ipofisi-gonadi ha la funzione di coordinare il rilascio delle gonadotropine LH e SFH sotto il controllo dell’ipotalamo e consentire che queste, una volta raggiunto il testicolo, permettano la progressione della spermatogenesi. L’accumulo di adipe può produrre un’interferenza in questo meccanismo e determina un’alterazione sia del livello degli ormoni sia del metabolismo testicolare. In particolare, una condizione di obesità può comportare una riduzione del testosterone per effetto di un aumento della sintesi dell’aromatasi, un enzima che ha il compito di trasformare gli androgeni in estrogeni, ossia gli ormoni maschili in ormoni femminili. Secondo uno studio condotto dall’IRCCS San Raffaele Pisana, dall’Unità di Endocrinologia del S. Eugenio, dall’Università Tor Vergata e dal Dipartimento di Fisiopatologia medica dell’Università La Sapienza, pubblicato sulla rivista International Journal of Endocrinology, il tessuto adiposo agisce alla stregua di un vero e proprio organo, capace di produrre e rilasciare alcune sostanze, dette adipochine, che oltre ad influire sul funzionamento di diverse funzioni dell’organismo, incidono anche sulla fertilità maschile. Il grasso in eccesso, in particolare, determina un aumento del livello di leptina che ha come effetto l’interruzione nella produzione di testosterone. A sua volta, la carenza di testosterone può portare a un aumento del tessuto adiposo innescando un vero e proprio circolo vizioso.

      Secondo recenti stime, che confermano questa ricerca, circa il 60% dei soggetti obesi presenta un certo grado di ipogonadismo con alti livelli di estrogeni e basse concentrazioni di testosterone.

L’obesità e lo stress ossidativo
      La condizione di sovrappeso o di obesità può influenzare la fertilità anche da un altro punto di vista. Il deposito di grasso che può essere localizzato nel basso addome, ma anche nel pube e nello scroto, può comportare un aumento di temperatura a livello testicolare superando il livello ottimale (35°) necessario per un’adeguata spermatogenesi. Questo incremento di temperatura stimola l’accumulo di radicali liberi e produce uno stress ossidativo che si può rivelare dannoso per gli spermatozoi determinando dei difetti nella struttura del DNA degli stessi ed inficiando la loro funzionalità. Il tessuto grasso, inoltre, può favorire l’accumulo di inquinanti ambientali che esercitano una funzione tossica sugli spermatozoi e possono comportare alterazioni nei parametri funzionali degli stessi.


Antibiotici macrolidi assunti durante gravidanza, trovato collegamento con difetti alla nascita

       Alcuni antibiotici macrolidi prescritti a donne incinte potrebbero provocare difetti alla nascita ai bambini secondo un nuovo studio pubblicato su The BMJ e secondo il relativo comunicato che lo presenta.
       Secondo i ricercatori i difetti alla nascita sarebbero perlopiù legati all’apparato cardiaco.

       Come afferma lo stesso comunicato stampa (vedi il primo collegamento più sotto), i ricercatori credono che i macrolidi dovrebbero essere assunti con cautela da donne incinte e dovrebbero essere prescritti, da parte dei medici, antibiotici alternativi, almeno fino a quando più approfondite ricerche saranno effettuate sugli stessi macrolidi in relazione alla gravidanza.

       I macrolidi sono un gruppo di antibiotici di cui fanno parte l’eritromicina, la claritromicina e l’azitromicina.
       Di solito sono prescritti per contrastare le infezioni batteriche come alternativa alla più classica penicillina (ad esempio vengono prescritti ai soggetti allergici alla penicillina).

       I ricercatori hanno valutato il collegamento tra l’utilizzo da parte delle madri di antibiotici macrolidi nel corso della gravidanza e le principali malformazioni dei bambini alla nascita nonché con quattro disturbi dello sviluppo neurologico: paralisi cerebrale, epilessia, ADHD e disturbo dello spettro autistico.

       Analizzando i dati di più di 200.000 bambini, una parte dei quali aveva visto la loro madre assumere macrolidi oppure penicilline prima della gravidanza, e facendo raffronti con i fratelli utilizzati come gruppo di controllo, i ricercatori scoprivano che malformazioni venivano registrate in 186 casi su 8.632 bambini le cui madri avevano assunto macrolidi in qualsiasi momento nel corso della gravidanza e in 1666 casi su 95.973 bambini le madri dei quali avevano assunto penicillina durante la gravidanza.

       Dopo aver considerato vari altri fattori, i ricercatori giungevano alla conclusione che l’assunzione di macrolidi durante i primi tre mesi di gravidanza poteva essere collegata ad un rischio maggiore di malformazione alla nascita da parte dei bambini rispetto all’utilizzo da parte delle madri di penicillina, e ciò valeva soprattutto per quanto riguarda le malformazioni cardiovascolari.

       L’aumento di rischio non veniva osservato però nei bambini le cui madri avevano assunto macrolidi dal secondo al terzo trimestre nel corso della gravidanza.
Si tratta di uno studio osservazionale che non può direttamente stabilire che i macrolidi possono essere la causa delle malformazioni ma i risultati sono comunque molto interessanti e meritevoli di ulteriori analisi più approfondite.

       “Questi risultati mostrano che i macrolidi devono essere usati con cautela durante la gravidanza e che devono essere prescritti antibiotici alternativi fattibili fino a quando non saranno disponibili ulteriori ricerche”, riferiscono i ricercatori.

Fonti
Some antibiotics prescribed during pregnancy linked with birth defects | BMJ (IA)
Associations between macrolide antibiotics prescribing during pregnancy and adverse child outcomes in the UK: population based cohort study | The BMJ (IA) (DOI: 10.1136/bmj.m331 )

Gravidanza, mai superare le 40 settimane se il cuore è malato

        Le donne cardiopatiche che portano avanti una gravidanza, dovrebbero portarla a termine non oltre la 40 settimana di gestazione. Questa una delle raccomandazioni contenute nelle nuove linee guida ESC sulla gestione delle malattie cardiovascolari in gravidanza, pubblicate su European Heart Journal,1 e sul sito ESC2, in concomitanza con l'inizio dei lavori del congresso annuale ESC a Monaco di Baviera.
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        “Oltre le 40 settimane di gestazione non vi sarebbero benefici aggiuntivi per la salute del bambino ma, al contrario, vi potrebbero essere effetti negativi – ha affermato il prof. Jolien Roos-Hesselink, Co-portavoce della Task Force che ha implementato le nuove Linee Guida Erasmus Medical Centre Rotterdam, Paesi Bassi. “La gravidanza è un periodo a rischio per la donne cardiopatiche in quanto aggiunge stress ulteriori al cuore. Di qui l'invito degli estensori delle Linee Guida ad indurre il parto o a ricorrere al Cesareo a 40 settimane”.

        Le malattie cardiovascolari rappresentano la ragione principale per la quale le donne muoino in gravidanza nei paesi occidentali. Rispetto alle donne gestanti in buona salute, quelle cardiopatiche presentano un rischio 100 volte più elevato di morire per insufficienza cardiaca.

        La maggior parte delle donne con problemi cardiovascolari porta a termine la gravidanza senza problemi. Tuttavia, queste donne dovrebbero essere consce del fatto che, a differenza delle gestanti non cardiopatiche, hanno un rischio maggiore di andare incontro a complicanze ostetriche quali il parto prematuro, la pre-eclampsia, e le emorragie post-parto. Si stima che una percentuale di neonati pari al 18-30% vada incontro a complicanze (morte neonatale nel 4% dei casi).

        Le cardiopatie in gravidanza sono date in crescita in quanto un maggior numero di donne affette da cardiopatie congenire raggiunge l'età adulta, grazie ai progressi delle terapie. A ciò si aggiunge un innalzamento dell'età della prima gravidanza, accompagnato da tassi più elevati di coronaropatia ischemica nelle donne più attempate rispetto a quelle più giovani. Tra i fattori di rischio cardiovascolari riconosciuti abbiamo, anche in questi casi, l'ipertensione, il diabete e la condizione di sovrappeso.

Metodi di fertilizzazione e contraccezione
        Le nuove Linee Guida forniscono raccomandazioni sulla fertilizzazione in vitro (IVF), la contraccezione e il termine della gravidanza nelle donne cardiopatiche. IVF spesso necessita di somministrazione di dosi elevate di ormoni, che aumentano il rischio di trombosi e di insufficienza cardiaca. Per queste ragioni, le donne affette da malattie CV necessitano di consulto cardiologico che confermi la sicurezza del metodo. Dal momento che la gestazione di più di un bambino arreca maggior stress al cuore, si raccomanda alle donne cardiopatiche sottoposte a procedure di IVF di trasferire un singolo embrione. Le ragazze con malattia cardiaca congenita necessitano di consulto medico sui metodi contraccettivi per evitare gravidanze indesiderate, Inoltre, sono controindicati alcuni metodi contraccettivi in pazienti con alcuni tipi di cardiopatia.

Farmaci cardiologici utilizzati in gravidanza
Картинки по запросу "Gravidanza, mai superare le 40 settimane se il cuore è malato"        Le Linee Guida hanno stilato una lista di informazioni sugli eventi avversi legati al loro impiego, realizzata in base ai dati provenienti da studi condotti nell'animale e sulla donna.

        A tal riguardo, la prof.ssa Vera Regitz-Zagrosek, portavoce della Task Force che ha implementato le Linee Guida, Director of the Institute for Gender Medicine, Charité University Medical Centre Berlino, Germania, ha affermato: “Quando le aziende farmaceutiche non hanno dati sulla sicurezza di un farmaco in gravidanza o durante l'allattamento, tendono a dire che il farmaco non è raccomandato. Potrebbe essere invece appropriato somministrare un farmaco a una donna severamente malata se non ci sono effetti collaterali critici notati nei database elencati nelle linee guida”.

Controindicazioni alla gravidanza
        La gravidanza è controindicata nelle pazienti affette da alcune cardiopatie – ad esempio, l'ipertensione arteriosa polmonare, la dilatazione severa dell'aorta, o in presenza di ridotta abilità del cuore a pompare sangue.

Counselling pre-concepimento
        Le donne cardiopatiche che vogliono avere un bambino necessitano di una valutazione del rischio pre-gestazione e di counselling. Quelle a rischio di complicanze da moderato ad elevato dovrebbero essere visitate da un team ad hoc comprendente un cardiologo, un ostetrico, un ginecologo e un anestesista. Dovrebbe essere allestito con loro un piano dettagliato da attuare al parto a 20-30 settimane, specificando la modalità del parto (vaginale o Cesareo), il ricorso eventuale all'anestesia epidurale e la durata del ricovero ospedaliero post-parto.

        A tal riguardo, il prof. Roos-Hesselink ha affermato: “Il piano dettagliato da attuare al parto dovrebbe essere disponibile 24 ore su 24 di modo che, quando la gestante cardiopatica arriva in ospedale per portare a termine la gravidanza, lo staff ospedaliero sappia esattamente cosa fare.”

Bibliografia
12018 ESC Guidelines for the management of cardiovascular diseases during pregnancy. European Heart Journal. 2018. doi: 10.1093/Eurheartj/ehy340
2ESC Guidelines on the ESC website: www.escardio.org/guidelines