giovedì 31 gennaio 2019

Cosmetici in gravidanza: aumentano il rischio di pubertà precoce?

Картинки по запросу Cosmetici in gravidanza       Le bambine esposte in utero ad alcune sostanze chimiche comunemente presenti in dentifrici, trucchi, saponi e altri cosmetici in gravidanza potrebbero essere a rischio di pubertà precoce. Lo sostiene uno studio dell’Università della California a Berkeley.

Le sostanze sotto accusa
       Gli scienziati americani hanno dimostrato che le figlie di donne che avevano maggiori livelli di sostanze come dietilftalato e triclosan durante la gravidanza sono andate incontro a pubertà precoce. La stessa conseguenza non è stata dimostrata nei ragazzi. I ricercatori sospettano che molte sostanze chimiche presenti  nei prodotti per la cura personale possano interferire con gli ormoni naturali e quindi l’utilizzo di alcuni cosmetici in gravidanza andrebbe limitato.

Gli studi in laboratorio
       Alcuni studi sui ratti, spiegano gli studiosi, hanno dimostrato che l’esposizione a queste sostanze chimiche può alterare lo sviluppo riproduttivo. I prodotti chimici implicati includono gli ftalati, che si trovano spesso in prodotti come profumi, saponi e shampoo, i parabeni, usati come conservanti nei cosmetici, e i fenoli come il triclosan. Tutte queste sostanze sono riconosciute interferenti endocrini con effetti sul sistema riproduttivo, sul neurosviluppo, sul sistema immunitario e sul metabolismo lipidico e degli ormoni tiroidei.

Oggetti di uso comune
Картинки по запросу Cosmetici in gravidanza
       L’esposizione a ftalati e altre sostanze chimiche è molto diffusa nella popolazione, comprese le donne in gravidanza, poiché si tratta di molecole contenute in oggetti di plastica di uso comune, che vengono eliminate rapidamente dall’organismo, tuttavia la loro presenza è molto diffusa. Lo dicono i dati scaturiti da un progetto europeo coordinato all’Istituto superiore di sanità. Lo studio ha evidenziato che tutti i bambini e le loro madri sono esposti a ftalati (100% dei reclutati).

Conseguenze sulla salute
       Negli ultimi 20 anni gli studi hanno dimostrato che le ragazze hanno la pubertà a un’età sempre più precoce. Un dato preoccupante, perché è collegato a un aumentato rischio di malattie mentali, cancro al seno e alle ovaie nelle ragazze e cancro ai testicoli nei ragazzi.

Fonte https://www.bimbisaniebelli.it/gravidanza/cosmetici-in-gravidanza-aumentano-il-rischio-di-puberta-precoce-71278

Diabete gestazionale, quello che la donna in gravidanza deve sapere

       Il diabete gestazionale è detto anche diabete mellito gestazionale, oppure, più semplicemente, diabete in gravidanza. Si tratta di un disturbo che si manifesta esclusivamente nelle donne incinte, e che può colpire anche donne che non hanno mai sofferto di diabete prima della gravidanza.

Ragazza in dolce attesa       Questo disordine metabolico si manifesta perché la donna in dolce attesa, a causa dei numerosi cambiamenti e disturbi ormonali, può sviluppare un’intolleranza al glucosio e una maggiore resistenza insulinica.

       C’è da dire che questa tipologia di disturbo può essere considerata come fisiologica della gravidanza, ma ovviamente per prevenire complicazioni è bene tenere sotto controllo l’assunzione di zuccheri e mantenere i valori glicemici entro certi parametri.

Quali sono le cause del diabete gestazionale

       Il diabete mellito gestazionale colpisce circa il 7% delle donne in dolce attesa e spesso può manifestarsi a prescindere dalla storia familiare della neo mamma. Inoltre, è bene ricordare che nel 90% dei casi le donne che sviluppano questa problematica tornano alla normalità subito dopo la nascita del bambino.

       Le cause del diabete gestazionale possono essere ricondotte alla storia clinica della paziente; quindi, se in famiglia vi sono stati casi di diabete la futura mamma potrebbe più facilmente incappare nel diabete mellito.

Donna incinta
       Però in altri casi questo problema si manifesta a prescindere. Quali sono le cause? Durante la gravidanza, e soprattutto nel secondo trimestre, si può manifestare un aumento del bisogno di insulina da parte del feto, questo a sua volta può provocare nella mamma un'intolleranza glucidica.

       Questo aumento della resistenza insulinica porta a un progressivo aumento dei livelli di zucchero nel sangue, che servono al bambino per crescere ma che a loro volta causano l’insorgere del diabete nella futura mamma.

Quali sono i sintomi del diabete gestazionale

       Purtroppo il diabete in gravidanza è asintomatico. Quindi, l’unico modo efficace per la diagnosi è tenere sotto stretto controllo i livelli di glicemia nel sangue attraverso delle periodiche analisi.

Vi sono alcuni casi in cui questa problematica si manifesta con:


  • nausea
  • vomito
  • aumento della sete
  • aumento dell’orinazione
  • vista offuscata
  • infezioni urinarie

Inoltre, bisogna ricordare che vi sono diversi fattori considerati a rischio e che possono favorire l’insorgere del diabete mellito gestazionale, ossia:


  • una ridotta tolleranza al glucosio riscontrata già prima della gravidanza
  • la sindrome dell’ovaio policistico
  • storia familiare e genetica
  • età materna sopra i 35 anni
  • essere in sovrappeso oppure obesi

In più, è stato anche dimostrato che il rischio di diabete in gravidanza aumenta nelle donne fumatrici.

Diabete gestazionale: i rischi per la mamma e per il bambino
Mamma che abbraccia il pancione
       Se viene diagnosticato il diabete gestazionale non vi sono rischi per la vita del nascituro, ma è importante tenere a bada i livelli di zucchero nel sangue perché si può andare incontro a diverse complicanze, tra cui la macrosomia. Questo termine sta a indicare un eccessivo sviluppo del feto, che può essere la causa di sovrappeso nei bambini.

       La macrosomia, inoltre, in caso di parto naturale è la primissima causa di lacerazioni vaginali nella mamma; infatti, in tal caso si ricorre spesso al cesareo. Ma non è tutto, in quanto sono state riscontrate altre complicanze legate al momento della nascita, come la crisi ipoglicemica dovuta al brusco calo di zuccheri a disposizione per il bambino.

       Inoltre, la neo mamma con diabete gestazionale ha più possibilità di sviluppare anche dopo la gravidanza il diabete di tipo 2 e, quindi, essere più a rischio di malattie renali e cardiache.

L’importanza dell’alimentazione in gravidanza
       Seguire una corretta alimentazione per tutta la durata della gravidanza è di fondamentale importanza, non solo per la salute della futura mamma ma anche per il benessere del nascituro.

Donna incinta davanti al frigorifero       La credenza che bisogna mangiare per due è totalmente fasulla e legata ad antiche tradizioni ormai superate; infatti, sempre più spesso medici e ginecologi sottolineano come sia importante che la donna incinta mangi in modo sano ed equilibrato e segua un’alimentazione ricca di tutti i macronutrienti.

       Ma non è tutto, perché oltre alla corretta dieta è fondamentale avere uno stile di vita attivo anche durante i nove mesi, anche praticando semplicemente una camminata a passo moderato di soli venti/quaranta minuti al giorno, oppure, svolgendo attività aerobica a basso impatto o ancora dedicandosi al nuoto. Inoltre, è stato dimostrato che le donne sportive sono soggetti meno a rischio di diabete gestazionale.

        Per quanto riguarda l’alimentazione in gravidanza è meglio ridurre l’assunzione di zuccheri semplici e prediligere i carboidrati complessi, che troviamo nella pasta, nel pane, nel riso e nei cereali oppure nei legumi.

Fonte https://www.foxlife.it/2019/01/31/diabete-gestazionale/

Gravidanza, realizzate mini-placente in laboratorio

      Hanno coltivato in laboratorio delle mini-placente: l’obiettivo è quello di studiare aspetti ancora sconosciuti relativi alla gravidanza e svelare nel dettaglio i cambiamenti fisiologici, metabolici e ormonali che avvengono durante questo delicato periodo. Come spiegano gli studiosi dell’Università di Cambridge (Inghilterra), autori della ricerca pubblicata su Nature, le mini-placente realizzate potranno inoltre risultare utili per testare la sicurezza dell’uso di alcuni farmaci in gravidanza e permetteranno di fare luce su questioni ancora irrisolte, ad esempio sul perché alcune malattie infettive come il virus Zika sono in grado di attraversare la barriera placentare.

Strutture tridimensionali
Gravidanza, realizzate mini-placente in laboratorio      Le placente coltivate in laboratorio – così tanto simili a quelle reali da dare risposta positiva ai test di gravidanza – sono state realizzate partendo da cellule prelevate da placente al primo trimestre di gestazione: messe in coltura, le cellule sono cresciute e si sono organizzate nel giro di due settimane formando delle strutture tridimensionali semplificate e miniaturizzate, ma con tutte le caratteristiche delle placente umane.

L’importanza della placenta
      “La placenta è assolutamente essenziale per sostenere il bambino mentre cresce all’interno della madre”, spiega Margherita Turco, prima autrice dello studio, del dipartimenti di Patologia e Fisiologia, Sviluppo e Neuroscienze dell’Università di Cambridge. “Quando non funziona correttamente, può causare seri problemi, dalla pre-eclampsia all’aborto, con conseguenze immediate e permanenti sia per la madre che per il bambino. La nostra conoscenza di questo importante organo è purtroppo però molto limitata a causa della mancanza di buoni modelli sperimentali”.

Decenni di ricerca
       Un risultato frutto di decenni di ricerca. Graham Burton, co-autore dello studio, spiega che “queste mini-placente si basano su decenni di ricerca e riteniamo che trasformeranno il lavoro in questo campo. Svolgeranno un ruolo importante nell’aiutarci a indagare sugli eventi durante le prime fasi della gravidanza e sulle conseguenze per la salute della madre e della sua progenie. La placenta fornisce tutto l’ossigeno e le sostanze nutritive essenziali per la crescita del feto, e se non riesce a svilupparsi correttamente, la gravidanza può purtroppo finire con un bambino che nasce con un basso peso alla nascita o con un parto prematuro“.

Fonte https://www.bimbisaniebelli.it/gravidanza/gravidanza-realizzate-mini-placente-in-laboratorio-53309

Mamme single: come affrontare una gravidanza da sole

         In poco più di trent'anni, dal 1983 al 2016, il numero di donne sole con figli minori è raddoppiato. Oggi, secondo l'Istat, sono 893mila le mamme single in Italia: sono più grandi, istruite e occupate rispetto al passato.

          La maggioranza è formata da donne separate o divorziate (sono il 57,6% del totale), ma è cresciuta molto la quota di madri nubili dal 18,9% al 34,6%. È aumentata anche la loro età: quelle tra i 45 e i 54 anni sono passate dal 20,9% al 31,8%, anche se il peso maggiore rimane quello delle madri trai 35 e i 44 anni (45,3%).
mammasinglegravidanza         Nonostante siano tutte molto soddisfatte per quando riguarda le proprie condizioni di salute (88,5%), per le relazioni familiari (84,5%) e amicali (83,5%), rispetto alle madri in coppia i livelli di soddisfazione sono inferiori riguardo a tutte le dimensioni della vita, soprattutto in quella economica.

Le mamme sole
         È questo il quadro tratteggiato dall'Istat che fotografa la situazione delle madri che, per caso o per scelta, oggi in Italia si trovano a far nascere e crescere un bambino senza un compagno. Si tratta di una condizione che presenta specifiche difficoltà, ma che può essere affrontata con serenità, soprattutto se si attivano determinate risorse.

         Il presupposto deve essere chiaro: ​«Qualsiasi tipo di situazione familiare è in grado di essere una buona base per permettere la crescita del proprio figlio -  sottolinea Luana Panichi, coordinatrice del progetto dedicato alle mamme sole di Roma #Crescereinsieme, sviluppato dal centro informazione, maternità e nascita Il Melograno -. Se è vero infatti che "Per crescere un bambino ci vuole un villaggio", ciò vuol dire che anche la famiglia nucleare, da sola, non basta. Per allevare un cucciolo d'uomo è infatti necessaria una molteplicità di relazioni sia per la mamma, il bambino e la coppia (nel caso in cui ci sia)».


Il carico delle mamme single
         «La gravidanza è, per la maggior parte delle donne, un momento delicato in cui possono formarsi ansie e brutti pensieri – continua l'esperta –. Nel caso delle future mamme sole questo carico è ancora più pesante, perché hanno una dose di incertezza ancora maggiore non potendo contare sul supporto di un compagno. Possono soffrire di sensi di colpa e di un grande senso di responsabilità nei confronti della nuova vita che stanno per dare alla luce».

         Per alleviare queste ansie e preoccupazioni, ci sono però una serie di consigli che le donne in questa condizione possono seguire.

1. Dedicare del tempo a sé
         «Per concentrarsi e focalizzarsi sulla dimensione dell'attesa del bambino è d'aiuto, soprattutto per le mamme single, dedicare del tempo a se stesse. Ad esempio, frequentando gruppi di acquaticità per le gestanti, corsi di yoga durante la gravidanza, ecc. Sono tutte attività che aiutano a sciogliere le tensioni e a vivere con maggiore piacevolezza i cambiamenti del corpo lungo l'arco dei nove mesi di gestazione».

2. Costruire una rete di sostegno

         «Le mamme hanno bisogno di supporto e accoglienza per condividere la grande responsabilità di avere un bambino. È importante cercare sostegno negli altri: dagli amici alla famiglia, ma anche in gruppi di genitori, associazioni specializzate o la rete di consultori sparsa sul territorio (qui la mappa). Grazie alla condivisione della propria situazione e al confronto con le esperienze degli altri ci si sentirà meno sole, più comprese e sostenute».

         Diverse sono le risorse disponibili online, ad esempio: Smallfamilies, il portale delle famiglie a geometria variabile; Associazione italiana mamme single; GenGle, genitori single insieme; e OneParent.

3. Dopo la nascita
         Proprio perché si sa che non si avrà il sostegno del partner, è bene già durante la gravidanza pensare a come organizzare i primi giorni dopo la nascita del bambino. «Importante è iscriversi a un percorso post nascita, sempre per avere un confronto con altre neomamme, ma anche pensare a un supporto a casa, come un'ostetrica a domicilio o una doula, che vengano a visitare il neonato e la mamma, condividendo con lei dubbi, domande e problematiche legate alla gestione del bambino. Ovviamente, almeno nei primi tempi, avere il supporto della propria famiglia può essere fondamentale». (Leggi anche: chi è la doula?)


4. Non aver paura di chiedere aiuto

         Se il percorso diventa molto difficile «è importante non avere paura o vergogna di chiedere aiuto e rivolgersi a professionisti o centri specializzati dove la mamma può trovare aiuto per la sua situazione. Nel nostro progetto, ad esempio, forniamo un servizio di “home visiting” in cui un'operatrice viene a visitare la mamma a casa, ma abbiamo anche una serie di famiglie di supporto che aiutano la mamma sola e, ad esempio, la portano alle visite o le fanno la spesa quando lei non può. Se ci fossero problematiche economiche, ci si può rivolgere ai caf per avere una panoramica sugli aiuti previsti per le donne in queste situazioni. Nei casi in cui ci siano fragilità maggiori, invece, ci si può rivolgere ai servizi sociali che hanno degli appositi programmi di aiuto».

Fonte https://www.nostrofiglio.it/gravidanza/come-affrontare-gravidanza-da-sole

L’OLIO D’OLIVA FA BENE COME IL LATTE MATERNO

       In uno studio realizzato da un’equipe italiana, si mette in correlazione l’uso dell’olio d’oliva e la minor incidenza del tumore al colon-retto, patologia quest’ultima, che rappresenta attualmente la terza tipologia di tumore nella triste classifica dei decessi in Italia.
Olio di oliva @       Secondo il dottor Saverio Pandolfi, del CNR – Istituto di Genetica vegetale, l’olio d’oliva sarebbe però addirittura nutriente quanto il latte materno.
       Il ricercatore ha esposto questa tesi durante la “Maratona dell’olio” che si è tenuta a Terni.
In questa occasione ha infatti affermato che gran parte dei pregi dell’olio di oliva derivano dalla forte presenza di Omega 3 ed Omega 6, sostanze nutritive indispensabili, che unite alle proprietà antinfiammatorie, lo rendono un elemento irrinunciabile dell’alimentazione umana.

       Gli Omega 3 e 6 presenti sarebbero molto simili a quelli del latte materno e per questo motivo l’olio viene gradito ed è adatto anche dai bambini più piccoli.
       Il dottor Pandolfi tuttavia sottolinea come i componenti nutrizionali presenti siano preservati solo se in frantoio avviene una corretta lavorazione; per questo motivo consiglia l’utilizzo di olio d’oliva della miglior qualità: quello extravergine.
       Inoltre conferma quanto già evidenziato nello studio americano citato in precedenza, e cioè che l’olio di oliva sarebbe in grado di prevenire alcune condizioni cardiovascolari, grazie alla presenza dell’oleuropeina, in grado di rendere più elastiche le pareti delle arterie, di abbassare la pressione e di ridurre i processi di aterosclerosi.

Fonti
Ruolo dell’olio extravergine d’oliva e di DPE nell’efficacia di cetuximab nel cancro del colon
Olive Oil and cardiovascular health – Covas MI1, Konstantinidou V, Fitó M.

mercoledì 30 gennaio 2019

Viaggiare in aereo in gravidanza: fino a che mese si può prendere l'aereo?

        Prendere l'aereo in gravidanza è rischioso? Fino a che mese o da che mese in avanti può diventarlo? Siamo sicuri che si possa viaggiare in aereo senza che il bambino corra alcun pericolo? Queste sono solo alcune delle tante domande che una futura mamma si pone, nel timore di nuocere alla salute del bambino, ma anche alla propria. E se spesso con le precauzioni si esagera (e così con le paranoie), certe questioni sono più che legittime da parte di una donna in gravidanza!

       Se hai paura di non poter viaggiare in aereo perché sei incinta, sappi che non è sconsigliato durante l'intero periodo della gravidanza e che anzi - se il medico che ti segue non trova alcuna controindicazione riferibile alla tua salute nello specifico - potrai volare per buona parte della tua gestazione senza alcun problema! Continua a leggere e scopri subito assieme a noi fino a che mese si può prendere tranquillamente un aereo e i consigli per farlo in tutta sicurezza. Prima, però, ecco a te un video sulle cose che invece davvero non vanno fatte in gravidanza!

Fino a che mese si può viaggiare in aereo in gravidanza?
       Se sei incinta, puoi prendere senza alcun problema un aereo fino alle 36 settimane, 32 se aspetti dei gemelli. Queste sono le linee guida comunemente accettate per evitare il rischio di parti prematuri durante il volo. Sarebbe bene, inoltre, limitarsi a spostamenti non superiori alle quattro ore di volo e chiedere sempre e comunque la conferma del proprio ginecologo. Per chi ha già avuto dei problemi durante la gravidanza e soffre oppure ha sofferto di emorragie sarà meglio evitare.

       La maggior parte delle compagnie aeree si attiene al limite delle 36 settimane, ma possono esserci anche variazioni specifiche che ti conviene sempre controllare: alcune compagnie, ad esempio, richiedono il certificato del medico che attesti la buona salute della mamma e del bambino già dalle 28 settimane in poi, oppure altri documenti specifici. Informati sempre prima di partire!

       Fino alle 36 settimane, se la tua gravidanza procede per il meglio, non hai di che preoccuparti. La scienza ha provato che volare non aumenta il rischio di aborto spontaneo o di parto prematuro. Vanno inoltre sfatate le leggende che vorrebbero come pericolosi per la salute del bambino i controlli di sicurezza (si pensi alle radiazioni emesse dai metal detector, del tutto innocue), oppure le stesse radiazioni emesse durante il volo: se si tratta un volo ogni tanto, non succede nulla! Potrebbero esserci dei problemi se dovessi volare molto frequentemente, e in quel caso rivolgiti ancora una volta al tuo medico per avere delucidazioni sul tuo caso specifico. Gli stessi cambiamenti di pressione o di umidità all'interno della cabina durante il volo non rappresentano un problema per la salute né tua né del piccolino.

Prendere l'aereo in gravidanza nelle prime settimane o nei primi tre mesi è pericoloso?
       Come abbiamo visto, viaggiare in aereo nelle prime settimane o nei primi tre mesi di gravidanza non è pericoloso, se il tuo caso specifico non presenta delle complicazioni. Non ci sono controindicazioni nel prendere un aereo, né effetti collaterali. Di conseguenza, puoi stare più che tranquilla!

       Il periodo migliore per volare se sei incinta è quello del secondo trimestre di gravidanza, quando le nausee sono un lontano ricordo e il rischio di aborti spontanei o di parti prematuri è molto basso. Se hai possibilità di scegliere, quindi, quando programmare il tuo viaggio, punta su questo periodo!

Consigli per viaggiare al meglio in aereo in gravidanza
       Viaggiare in aereo in gravidanza, come abbiamo visto, è abbastanza sicuro, ma ci sono dei fattori che devi sempre tenere in considerazione, soprattutto se il viaggio è lungo: starai seduta in uno spazio ristretto, il che aumenta il rischio di trombosi venosa profonda, di cui le donne incinte sono già più portate a soffrire. La possibilità che si verifichi se non hai ulteriori problemi di salute (come pressione alta o obesità) è comunque scarsa, ma ci sono degli accorgimenti che puoi prendere in modo da non correre proprio nessun pericolo!

       Prima di tutto, viaggia comoda, evitando abiti e scarpe strette, per aiutare la circolazione. Prenota un posto sul lato corridoio, in modo da poterti alzare ogni tanto a fare una passeggiata e, quando sei seduta, muovi piedi e caviglie almeno ogni mezzora! Mantieniti idratata il più possibile e non assumere alcol o caffeina. Tieni la cintura di sicurezza sotto la pancia o sui fianchi e ricorda di controllare sempre dove si trovano gli ospedali nel tuo luogo di destinazione o lì dove si svolgerà la tua vacanza.

Fonte https://www.alfemminile.com/gravidanza/aereo-in-gravidanza-s3009931.html

ALLATTAMENTO E SISTEMA IMMUNITARIO

     L’articolo è stato realizzato dalla collaborazione di un gruppo di ricercatori del National Food Institute dell’Università della Danimarca di Søborg e di un gruppo del Department of Nutrition, Exercise and Sports dell’Università di Copenhagen .
     L’effetto positivo dell’allattamento al seno sullo sviluppo di patologie come obesità, allergie e diabete è noto da tempo, sono invece ancora pochi gli studi che cercano di chiarire il ruolo del latte materno nello sviluppo corretto del sistema immunitario del neonato.
     La professoressa Tine Rask Licht spiega come la ricerca abbia avuto lo scopo di esplorare i fattori dietetici responsabili dello sviluppo della flora microbica intestinale.

      Questa popolazione batterica non è presente nel neonato al momento della nascita, ma si sviluppa successivamente, colonizzando l’intestino nei primi anni di vita.
     Nello studio sono stati esaminati i dati raccolti dall’osservazione di una popolazione di 330 neonati sani danesi.
     I bambini sono stati esaminati all’età di nove, diciotto e trentasei mesi e i relativi dati relativi sulla composizione microbiologica intestinale sono stati raccolti mediante l’uso di PCR quantitativa su campioni fecali.

      Sono stati raccolti anche dati relativi ai parametri nutrizionali e sono stati misurati crescita e composizione corporea.
neonato intestino     Tutti i dati sono quindi stati studiati in relazione allo sviluppo della popolazione microbica ed è emerso che i bambini allattati più a lungo erano quelli che raggiungevano le migliori condizioni fisiche.
     La ricerca ha evidenziato come la variazione più significativa nella composizione della flora batterica si verifica soprattutto con lo svezzamento.

     L’interruzione dell’allattamento al seno materno e l’introduzione di una alimentazione complementare per neonati induce un importante cambiamento nella composizione della flora intestinale.
     Si passa infatti da una popolazione essenzialmente composta da Lattobacilli, Bifidobatteri ed Enterobacteriaceae ad una popolazione caratterizzata dalla presenza di Clostridium e Bacteroides.
     Lo studio mette in correlazione questo cambiamento con un maggior incremento di massa corporea nei bambini nei quali lo svezzamento è precoce, condizione associata a maggior rischio di sviluppo di obesità in età adulta.

      Si evidenzia inoltre che la piena stabilizzazione della flora intestinale si raggiunge ai tre anni di età del bambino.
     Questo si pone in contrapposizione alla teoria che riteneva che tale sviluppo avvenisse completamente nel primo anno di vita.
     Lo studio offre una nuova prospettiva alla comprensione dei complessi meccanismi di sviluppo del sistema immunitario umano.

Fonte
Establishment of Intestinal Microbiota during Early Life: a Longitudinal, Explorative Study of a Large Cohort of Danish Infants

Acido folico in gravidanza: quale prendere, in che dosaggio, quando e per quanto tempo!

       L'acido folico in gravidanza è caldamente raccomandato, ma prima di scoprire assieme se è meglio assumerlo a inizio o prima della gravidanza, quale prendere, in che dosaggio, quando e per quanto tempo, capiamo insieme che cos'è e per quale ragione è così utile alle future mamme.

       L'acido folico altro non è che la vitamina B9, una sostanza utile alle cellule per crescere e moltiplicarsi. Svolge infatti una funzione importante per la sintesi del DNA, delle proteine e la formazione dell'emoglobina. L'acido folico, nonostante la sua importanza, non viene prodotto spontaneamente dal nostro corpo, ma deve essere assunto. Lo si trova naturalmente nelle verdure a foglia verde, nei legumi, nel fegato, in determinata frutta, nel latte, nel cereali, nel lievito. La cottura, purtroppo, distrugge buona parte dell'acido folico presente in questi cibi: sempre meglio, quindi, consumarli crudi.

Acido folico in gravidanza: perché prenderlo?
       Si consiglia di assumere acido folico in gravidanza perché diversi studi scientifici hanno rilevato una connessione tra la presenza di difetti del Tubo Neurale nel bambino e bassi livelli di acido folico nel sangue della mamma. I difetti del Tubo Neurale (ossia la struttura da cui si formano cranio, cervello, colonna vertebrale e midollo spinale) comportano malformazioni del sistema nervoso centrale dell'embrione dovute al mancato richiudersi di questa struttura entro 30 giorni dal concepimento. Se questo non avviene, si possono presentare casi di anencefalia, cefalocele o spina bifida, a seconda della parte che rimane scoperta.

       L'assunzione di acido folico in gravidanza porta a ridurre, secondo quanto dimostrato, del 50-70% l'insorgere di queste malformazioni, che hanno un'incidenza piuttosto varia. In Italia nascono ogni anno tra i 150 e i 200 bambini affetti da spina bifida, mentre negli USA il problema è di più vasta entità. Non a caso, la Food and Drug Administration statunitense ha disposto nel 1998 che venisse aggiunto acido folico a cibi presenti in molti alimenti, come la farina, in modo tale che le donne in gravidanza possano assumerne più facilmente il quantitativo giornaliero raccomandato. Spesso, tuttavia, l'alimentazione non basta ed è necessario integrare la vitamina B9.
Quando prendere l'acido folico, a inizio o prima della gravidanza? Per quanto tempo?
       L'acido folico dev'essere assunto a partire da un mese prima del concepimento, per poi proseguire nei due o tre mesi successivi. Il Tubo neurale si chiude entro trenta giorni dal concepimento, come abbiamo detto, ed è per questo che è importante che la futura mamma abbia già in circolazione nel sangue il giusto quantitativo di acido folico.

       Se decidi di avere un figlio, insomma, non aspettare a prenderlo! Se la gravidanza non era calcolata, invece, comincia subito ad assumerlo, ma sappi che prolungarne l'assunzione oltre il periodo consigliato non serve a nulla.

Quale acido folico prendere e qual è il dosaggio corretto?
       La dose di acido folico raccomandata in gravidanza è di 0,4 mg al giorno. Attenzione, però: se hai già avuto una gravidanza con problematiche di questo genere oppure se soffri di epilessia o di diabete insulino-dipendente dovrai aumentare la dose a 4 mg!

       Come abbiamo visto, l'alimentazione spesso non basta: ti conviene acquistare degli integratori e assumerne 0,4 mg al giorno. I prodotti specifici per la gravidanza sono: Gravigil, Folene, Folingrav, Serengrav e Folacor. Puoi scegliere altrimenti, dopo aver consultato il tuo medico, medicinali come il Fertifol o il Folidex che forniscono la dose consigliata e sono dispensati a carico del Sistema Sanitario Nazionale fino a tre mesi dopo il concepimento. Attenzione infine a non assumere acido folico all'interno di altri multivitaminici non specifici per la gravidanza, perché potrebbero contenere troppa vitamina A, che aumenta il rischio di malformazioni.


Fonte https://www.alfemminile.com/gravidanza/acido-folico-in-gravidanza-s3010934.html

Traumi in gravidanza minano la capacità dei bimbi di gestire l’ansia

        “I drammi vissuti dalle donne in gravidanza possono causare nei bambini un’incapacità nella gestione dell’ansia, che varia in base al carattere dei genitori e alla dimensione del trauma”. A dirlo è Massimo Mari, psichiatra e direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’Ospedale di Jesi AV2 ASUR Marche (provincia di Ancona), che il 7 febbraio presenterà il convegno “Dalla gestazione alla prima età adulta, dalle normali potenzialità evolutive all’adolescente critico”, in programma nell’Hotel Raffaello in via Corridoni 3 a Senigallia.

       “È noto- continua il medico- che alcuni meccanismi di difesa dall’ansia, la capacità di tollerare l’ansia e di costruire reti sociali sono fortemente condizionati dalla presenza o meno di dimensioni traumatiche. Frequentemente le depressioni post partum sono l’aspetto manifesto di conflitti non elaborati prima e durante la gravidanza. Assistiamo spesso ad una serie di esperienze traumatiche che poi giocano fatalmente nella relazione madre-bambino, bambino-mondo e così via. In effetti- racconta Mari-quando si lavora in terapie psicanalitiche profonde queste ‘cicatrici’ nell’Io pelle, come direbbe Anzieu, emergono nei nuclei autistici e immodificabili della personalità, per cui la persona non riesce ad andare avanti nella comprensione di se stessa. In altre parole viene meno la capacità di sentire e di sentirsi in alcuni registri mentali a causa di questa ‘cicatrice traumatica in gravidanza’”.

       Purtroppo, fa sapere lo psichiatra, “la situazione non è rosea. Assistiamo a un aumento esponenziale di un tipo di legame sociale basato sul ‘Si salvi chi può’, ognuno pensi per se’: individualismi stretti ed assenza di comunicazione profonda, con un incredibile incremento di traumi dello sviluppo. Nel Dipartimento di salute mentale sempre di più accogliamo persone contemporaneamente giovani, povere, violente, dipendenti da sostanze e con sintomatologia psichiatrica florida, che alla base presentano un’alessitimia, ovvero una mancanza di capacità di mentalizzare le emozioni piuttosto marcata. La dimensione del non sentimento, della non immedesimazione, è uno dei grandi rischi della nostra meccanizzazione sociale, compreso il vissuto della gravidanza e dello sviluppo del minore”.

       Il tutto è alimentato da una situazione socioeconomica molto complicata: “Nelle Marche abbiamo solo il 2,1% del budget sanitario impiegato in Salute mentale- afferma il medico- è la penultima regione nel finanziamento alla Salute mentale e di fatto i servizi sono progressivamente smantellati. Una vergogna- rimarca l’esperto- una realtà che è segno di una civiltà carente. In Inghilterra la salute mentale copre l’11,5% del budget sanitario, in Italia dovrebbe attestarsi sul 5% ma nella media si aggira sul 3,6%. Combattiamo con le unghie e con i denti, tuttavia-sottolinea- è questo il clima in cui bisogna parlare di promozione alla salute per connetterci con chi ha ancora autorevolezza e per creare un necessario lavoro di squadra”.

       La promozione della salute mentale nel vissuto della gravidanza “avrebbe un’efficacia incredibile nel creare degli spazi di accoglienza nella persona. La gestazione, come le grandi catastrofi, è un momento in cui si riaprono spazi di umanità dove poter costruire un dialogo profondo. E il poter introiettare persone in grado di sostenere dialoghi profondi in quel momento esistenziale è importante per tutta la famiglia. Un’efficace promozione della salute mentale- aggiunge Mari- deve quindi prevedere la costruzione di una rete dialogante con le figure dell’ostetrico e del ginecologo, non per proporre uno psicologo della gravidanza, ma perché la dimensione della personalità autorevole sia colta anche negli aspetti psicopatologici della madre che emergeranno poi in età adulta nei figli”.

       Al centro del convegno il tema della transgenerazionalità. “La salute mentale si determina in 3 o 4 generazioni, tanto che per fare una persona molto malata sono coinvolte almeno tre generazioni. Però ci sono momenti come le nascite, le gravidanze, le morti e la scuola in cui si hanno chance elaborative di cambiamento profondo se ben accompagnate. Rappresentano delle chiavi di maturazione- afferma Mari- delle persone e di lettura della complessità alla base delle loro scelte. Lavorare bene in questi periodi ci aiuterà a lavorare meno dopo”.

       Prevenire è importante perché “da 4-5 anni osserviamo un peggioramento diffuso della modalità con cui si presentano i quadri psicopatologici. Aldilà delle nosografie, l’entità e l’intensità dei disturbi è molto più elevata e si sposta da un versante nevrotico verso uno di tipo più prettamente psicotico”.

       Lo assicura Anna Maria Cester, psicoterapeuta e pediatra responsabile del centro clinico Mosaico, che interverrà al convegno sul tema ‘Corpo, generazione, destino: l’ambiente delle cure, il mondo del bambino’. “La presa in carico diventa anche più complessa in concomitanza con dei quadri neuropsicologici, perché prevede un dialogo e la costruzione sia di una rete con le figure della neuroriabilitazione che- conclude Cester- la necessità di coinvolgere il bambino, la famiglia, la scuola e le reti sociali”.

Fonte http://www.dire.it/30-01-2019/287372-traumi-in-gravidanza-minano-la-capacita-dei-bimbi-di-gestire-lansia/

Gravidanza: bere tè o caffè può essere rischioso per il bambino

Bere tè o caffè in gravidanza mette a rischio il bambino
       Bere un cappuccino o una tazza di tè sembra un gesto innocuo anche durante la gravidanza, tuttavia potrebbe non essere così. Assumere grandi quantità di caffeina durante i nove mesi di gestazione, potrebbe mettere a rischio la vita del nascituro anche dopo il parto. Se durante la gravidanza ci si concede un caffè, magari al mattino, non comporta grandi problematiche ma se prima di concepire, si aveva l’abitudine di consumare molto caffè e molto tè, allora sarebbe bene cambiare questa abitudine.

       L’Organizzazione Mondiale per la Salute ha posto un grande punto interrogativo sull’effettivo beneficio di bevande contenenti caffeina ma non nutre nessun dubbio sulla negatività dell’assumerle durante la gravidanza. Il rischio per il bambino esiste nonostante la maggior parte dei medici ginecologi non indichino di astenersi dall’assunzione di tali bevande.

Caffeina in gravidanza, quali sono i reali rischi per il bambino
Caffeina in gravidanza: quali sono i reali rischi per il bambino       Secondo alcuni studi dell’American Journal of Clinical Nutrition assumere tè e caffè durante la gravidanza potrebbe rappresentare un reale rischio per la vita del nascituro. Partorire bambini sotto peso è una delle conseguenze dell’assunzione di caffeina durante la gravidanza.

       Il British Medical Journal sostiene che bere caffeina in gravidanza potrebbe anche far nascere  bambini troppo grandi per la loro età gestazionale, che potrebbero sviluppare obesità infantile dalla nascita fino a raggiungere il picco all’ottavo anno di vita. Stesso problema lo darebbero le bibite energizzanti che contengono caffeina in quantità pari a quella di una tazza di tè nero.

       Se non si vuol rinunciare proprio alla tazza di caffè o di tè durante la gravidanza, che sia una al giorno. Esistono poi molte alternative per godere di una pausa di relax, come il caffè d’orzo, le tisane a base di frutta, il caffè di cicoria, ed esistono molte qualità di tè prive di caffeina.

Fonte https://www.chedonna.it/2019/01/30/gravidanza-bere-te-o-caffe-puo-essere-rischioso-per-il-bambino/

martedì 29 gennaio 2019

Distacco della placenta

       Si tratta di una complicanza rara, si verifica in meno dell'1% delle gravidanza, ed è più frequente nel terzo trimestre di gravidanza.

Lieve distacco della placenta nel primo trimestre
distacco della placenta       Se si verifica nei primi due mesi di gravidanza viene definito distacco trofoblastico e può comportare una perdita di sangue rosso. Se l'ecografia mostra un'attività cardiaca nell'embrione la gravidanza generalmente andrà avanti senza complicazioni, basta seguire le indicazioni del ginecologo, generalmente rivolte all'astinenza sessuale, al riposo, all'assunzione di farmaci opportunamente prescritti. In caso di assenza di battito cardiaco il distacco della placenta è uno dei sintomi di un aborto spontaneo: l'embrione verrà espulso spontaneamente in molti casi, mentre in altri sarà necessario sottoporsi al raschiamento.

Quali sono le cause del distacco di placenta?
       Non sono ancora del tutto chiare. Esistono, tuttavia, dei fattori di rischio che possono giocare un ruolo chiave come


  • ipertensione,
  • preeclampsia,
  • dipendenza dal fumo

I sintomi del distacco di placenta
       Un dolore improvviso e intendo all'altezza dell'addome, che non passa: è questo uno dei sintomi più frequenti del distacco di placenta. Possono manifestarsi anche perdite di sangue coagulato, quindi di colore scuro. I movimenti del bambino sono più radi. Un'ecografia confermerà la diagnosi.

Quali sono le conseguenze del distacco placentare
       Il distacco di placenta è una delle più gravi emergenze ostetriche che possono presentarsi e il rischio coinvolge sia la mamma che il bambino. La zona staccata della placenta non funge più da fornitore di ossigeno e sangue e il feto può andare incontro ad un'ipossia, cioè a una carenza di ossigeno. Ciò può comportare gravi danni o la morte in utero.

Per la mamma il rischio è soprattutto quello di sanguinamento ed emorragie.
        In caso di distacco di placenta la donna viene sottoposta a parto cesareo d'urgenza per far nascere al più presto il bambino.

Fonte https://www.paginemamma.it/distacco-della-placenta

Neuropsicofonia per restare incinta e sconfiggere l’infertilità

      A causare l’infertilità sono moltissimi fattori e spesso il principale responsabile di tanti tentativi falliti è lo stress.

      Come risolvere il problema? Un aiuto può arrivare dalla neuropsicofonia, una nuova disciplina che consente di superare tutti i blocchi emotivi che impediscono di rimanere incinta. Ma andiamo con ordine. L’infertilità è , ancora oggi, un vero e proprio mistero per gli scienziati, che da anni studiano i meccanismi della riproduzione e i fattori che la possono ostacolare.

      Fra questi c’è senza dubbio lo stress. A volte infatti il problema non è “fisico”, ma semplicemente psicologico. Accade a quelle coppie che cercano di avere un figlio, ma non ci riescono a causa dell’ansia eccessiva e della frustrazione. La voglia di iniziare una gravidanza e la difficoltà nel riuscire a raggiungere questo obiettivo, creano uno stato di nervosismo nella donna.

Картинки по запросу Neuropsicofonia per restare incinta e sconfiggere l’infertilità      Questo stato di stress agisce su tutto il corpo, liberando degli ormoni che ostacolano la gravidanza e si comportano come un anticoncezionale. Il risultato? La coppia non riesce ad avere un figlio, l’angoscia cresce e l’organismo rilascia dosi eccessive di cortisolo, l’ormone dello stress che interferisce sul concepimento, causando uno stato di infertilità.

      Come risolvere il problema? Un aiuto può arrivare dalla musica, che favorisce il rilassamento e consente di superare tutti quei fatto psicologici che impediscono la riproduzione. La neuropsicofonia è una forma evoluta della musicoterapia, ideata da Adriano Formoso, esperto di psicoterapia e psicoanalisi.

       Adriano Formoso, ideatore del metodo terapeutico (una forma evoluta e nuova della musicoterapia) spiega come questa terapia dei suoni abbia portato una paziente su due a rimanere incinta. La neuropsicofonia consente di migliorare la respirazione, favorisce il rilassamento, ma soprattutto la fertilità. Mentre nella musicoterapia è necessario suonare uno strumento, le sedute di neuropsicofonia prevedono l’ascolto di alcuni tipi di musica che agiscono sul subconscio liberando la mente della donna dal blocco in cui si era finita e aiutandola ad eliminare lo stress.

Fonte https://dilei.it/mamma/neuropsicofonia-restare-incinta-sconfiggere-infertilita/578660/

Acido folico in gravidanza: dosaggio, quale prendere e per quanto tempo

        Mamme e future mamme non dovrebbero mai sottovalutare l’importanza dell’acido folico in gravidanza. La vitamina B9 o acido folico è fondamentale per il benessere e lo sviluppo del bambino. Ci sono alimenti ricchi di acido folico che si possono inserire nella propria dieta durante la gravidanza, ma in questo periodo così delicato spesso non sono sufficienti ed è necessario ricorrere ad integratori. Rispetto agli alimenti con vitamina B9 gli integratori possono dare alcune controindicazioni se non si rispetta un preciso dosaggio. Per questo motivo è importante sapere  a cosa serve l’acido folico in gravidanza, dove trovarlo, in quali dosi assumerlo e per quanto tempo.

L’acido folico a cosa serve?
        Lo scopo principale per cui si assume l’acido folico in gravidanza è quello di contribuire allo sviluppo del condotto neuronale (dei neuroni) nel feto, azione che inizia con il concepimento e che si conclude con la formazione della colonna vertebrale.

        E’ facile intuire dunque come una carenza di acido folico possa essere pericolosa dal momento che se assumiamo acido folico aiutiamo il nostro bambino a crescere sano e riduciamo il rischio che possa sviluppare malformazioni del tubo neurale gravissime per la salute come l’anencefalia o la spina bifida. La vitamina B9, infatti, è fondamentale per lo sviluppo delle funzioni cognitive del nascituro e, se la mamma è in carenza di acido folico, la crescita del feto può essere compromessa.

Dove si trova l’acido folico?
        Ci sono diversi cibi che contengono naturalmente vitamina B9 e che dovrebbero essere presenti in una dieta sana e equilibrata, soprattutto in un periodo delicato come la gravidanza. Oltre agli alimenti con acido folico ci sono cibi che non ne contengono in maniera naturale ma che, nel processo di lavorazione, vengono arricchiti con questa vitamina; si tratta dei cosiddetti alimenti fortificati.

        In gravidanza e in allattamento però la dieta può non bastare e occorre ricorrere a specifici integratori, si tratta solitamente di folina da 0,4 mg; le dosi comunque dovrebbero essere sempre concordate insieme ad un medico.

Alimenti che contengono acido folico
        Quando impostiamo la nostra dieta in gravidanza non dobbiamo dimenticare di inserire nel nostro piano alimentare delle fonti di vitamina B9.  Verdure a foglia verde, uova e ceci sono solo alcuni dei cibi contenenti acido folico che vi aiuteranno a evitare una carenza vitaminica.

        Se vuoi saperne di più, qui trovi la lista degli  alimenti con acido folico e i nostri consigli per cucinarli al meglio.

Quando assumere acido folico e il dosaggio consigliato
Картинки по запросу Acido folico in gravidanza: dosaggio, quale prendere e per quanto tempo        Se tutte le mamme conoscono l’importanza dell’acido folico in gravidanza, è anche vero che spesso si sottovaluta quanto questa vitamina sia importante anche per chi cerca di rimanere incinta e sia utile sin dal momento del concepimento.

        Il nostro corpo non produce autonomamente vitamina B9 e quindi per evitare carenze si dovrebbe seguire una dieta ricca di alimenti contenenti acido folico. Per le mamme però la dose consigliata aumenta e non basta mangiare asparagi, insalata, agrumi e cereali ma spesso diventa fondamentale ricorrere ad alcuni integratori.


        Per impostare una giusta integrazione farmacologica è meglio parlare con il proprio ginecologo. In linea di massima comunque, l’Istituto Superiore di Sanità consiglia per l’acido folico in gravidanza una dose giornaliera di 500 μg (microgrammi) e durante l’allattamento di 600 μg.

Per quanto tempo
        Visti i benefici di questa vitamina ti starai chiedendo quando assumere l’acido folico e per quanto tempo. Il consiglio è di cominciare con gli integratori di vitamina B9 almeno un mese prima del concepimento. Chiariamo però che l’acido folico non aiuta a restare incinta; se stai cercando di avere un bambino questa vitamina è importante per salvaguardarlo da malformazioni e problemi di salute. Per questo è bene assumere l’acido folico tramite l’alimentazione o con integratori di folina consigliati dal tuo medico.

        Non sempre la gravidanza è programmata, in questi casi il consiglio è di iniziare ad assumere acido folico appena possibile e continuare almeno fino alla fine del primo trimestre.

Fonte https://mamma.pourfemme.it/articolo/acido-folico-in-gravidanza-dosaggio-quale-prendere-e-per-quanto-tempo/9603/

ALLERGIE: IN AUMENTO LA SENSIBILITÀ AI CIBI ESOTICI

         Chi soffre di allergie o di intolleranze ad alcuni alimenti dovrebbe aver già reso propria la buona abitudine di controllare attentamente le etichette dei cibi confezionati. La dicitura presente in etichetta, che indica che quel prodotto "può contenere tracce" di un determinato alimento, è il segnale della presenza di diversi livelli di contaminazione.

         Le prime linee guida europee in merito ad allergia ed anafilassi sono state presentate di recente a Milano in occasione del World Allergy and Asthma Congress 2013. In Italia, le persone allergiche ad uno o più cibi sono almeno 2 milioni. È in crescita il numero degli allergici ad alimenti come la soia o il sesamo. I bambini ipersensibili a cibi come frutta secca, latte e uova sono raddoppiati nel corso dell'ultimo decennio, per raggiungere un totale di circa 600 mila.

allergie cibi esotici sesamo soia
         Come prevenire le allergie? La prevenzione delle allergie avviene fin dall'infanzia, grazie all'allattamento al seno esclusivo nei primi 4-6 mesi, secondo quanto dichiarato da parte degli esperti. Non occorre, invece, che la mamma elimini dalla propria dieta determinati alimenti durante la gravidanza, nella speranza che nel bambino che nascerà non si manifestino allergie. Nei bambini a rischio di allergia al lattosio, in base alla storia famigliare, i medici consigliano l'utilizzo di latte vaccino ipo-allergenico.

         Ad influire sulle allergie nei bambini sarebbero invece le condizioni di vita della mamma prima della nascita, che sarebbero in grado di influenzare l'attività del sistema immunitario nel bambino. Le allergie sorgono quando le difese immunirarie reagiscono in maniera sproporzionata nei confronti di alimenti che in casi normali sono considerati del tutto innocui.


         Gli esperti suggeriscono ulteriori miglioramenti delle diciture in etichetta riguardanti il contenuto di allergeni degli alimenti confezionati, per un aumento della sicurezza degli allergici. In molti allergici anche una quantità minima del cibo non tollerato può provocare shock anafilattico. Urge dunque una maggiore tutela contro i rischi di reazioni indesiderate che possono portare a conseguenze per la salute anche molto gravi.

Fonte https://www.wellme.it/dieta-e-alimentazione/disturbi-alimentari/6646-allergie-cibi-esotici-sesamo-soia

Doula

       La Doula aiuta la donna sin dalle prime fasi di gravidanza e dopo la nascita del bambino: è una donna che aiuta, che serve la futura mamma perché si parte dal presupposto (che nella gran parte dei casi si rivela sbagliato) che la mamma sappia già tutto, non abbia bisogno di aiuto e invece molto spesso avere un sostegno si rivelerà di fondamentale importanza.

       Affiancare la futura mamma durante tutti i nove mesi, durante il parto e anche dopo la nascita del bambino può contribuire a ridurre la depressione post partum e a combattere il senso di inadeguatezza e difficoltà che spesso colpisce la mamma.

       La Doula accompagna la mamma alla quale resta la scelta definitiva in ogni momento importante e la aiuta a vivere la gravidanza, il travaglio e il parto con la giusta e fisiologica naturalità, stimolando la sua autostima e rafforzando la sua forza interiore.

Cosa fa la Doula?
doula       Accompagna la futura mamma per tutta la durata della gravidanza.
       Durante il travaglio le pratica dei massaggi e la aiuta a trovare le posizioni più comode, la sostiene e le offre conforto.

       Dopo il parto, aiuta la mamma ad allattare in maniera corretta per evitare il rischio di ragadi, le offre supporto fisico e pratico quando la mamma ha bisogno di riposo e un supporto emotivo in caso di sbalzo di umore o malinconia.
       Alcuni studi hanno confermato che la presenza di una doula al fianco della partoriente può ridurre il ricorso all’anestesia epidurale e inoltre l’82,5% delle donne assistite dalla doula ha riferito di aver avuto una buona esperienza di parto, contro il 67,4% delle partorienti che non avevano avuto questo sostegno.

Cosa non è una doula
       La doula è una figura che trova sempre più spazio sia sui media sia in sala parto. Ma attenzione a non confonderla con l’ostetrica, una figura professionale preparata e competente che è l’unica figura, insieme al ginecologo, in grado di assistere adeguatamente la donna che sta per partorire.

       A sentire l’esigenza di voler chiarire questa importante distinzione è stato il Comitato Centrale della Federazione Nazionale Collegi Ostetriche (Fnco), in risposta ad alcuni articoli apparsi online e che definivano “poco chiara” la differenza tra la doula e l’ostetrica.

La differenza è invece chiara: se la doula non ha alcuna qualifica formativa e professionale, non è riconosciuta dal sistema sanitario e non può in nessun modo dare certezza rispetto alle proprie competenze sulla cura della donna durante la gravidanza, il parto e il puerperio, la professione dell’ostetrica è garantita da una formazione sanitaria specifica, certificata da una laurea e da un esame di Stato ed è comprovata dall’accesso in strutture ospedaliere e in consultori. Far passare il messaggio che chiunque, dopo qualche weekend di formazione, possa esercitare la professione di ostetrica è assurdo e rischioso

queste le parole del Comitato affidate ad una nota stampa.

Insomma, le ostetriche tengono a precisare che è importante garantire trasparenza delle informazioni e correttezza:

le donne devono sapere che queste nuove figure presentate come ‘ostetriche indipendenti’ non sono in nessun modo preparate e competenti sulla presa in carico della madre e del bambino

Fonte https://www.paginemamma.it/doula

lunedì 28 gennaio 2019

Stress in gravidanza e sviluppo del bambino: studio internazionale nato tra Lecco e Como

       Markers biologici di stress e di infiammazione nelle mamme durante il terzo trimestre di gravidanza sono associati ad outcomes alterati nel neonato: lo rivela uno studio italiano e britannico pubblicato su Psychoneuroendocrinology, che ha indagato le conseguenze sul feto dello stress e dell’umore materno in gravidanza. Si tratta di uno studio internazionale nato tra Lecco e Como.

Studio internazionale nato tra Lecco e Como
       Lo studio EDI (Effetti della Depressione sull’Infante), nato in collaborazione tra l’IRCCS Medea e il Research Department of Clinical Educational and Health Psychology dello University College di Londra, valuta gli effetti dello stress e dell’umore materno in gravidanza sullo sviluppo del bambino in un campione di 110 mamme e bambini sani reclutati negli ospedali Valduce di Como, Mandic di Merate, Fatebenefratelli di Erba e nel consultorio La Famiglia di Como e seguiti dalla gravidanza fino ai 3 anni di vita.

Gli effetti dello stress in gravidanza sullo sviluppo del bambino
       Negli ultimi anni un numero crescente di studi ha messo in luce un’associazione tra sintomi di stress, ansia e depressione in gravidanza e alterazioni a livello fisiologico e comportamentale nella prole sin dalla prima infanzia e più a lungo termine. Tuttavia i meccanismi attraverso i quali lo stress materno viene “comunicato” al feto, influenzandone lo sviluppo, sono ancora da chiarire.

IRCCS Medea, La nOstra Famiglia di Bosiso
       “Il cortisolo, il più noto ormone dello stress, è stato finora il mediatore più studiato delle influenze dello stress materno sul feto, tuttavia vi è ragione di credere che altri meccanismi legati alla risposta allo stress e infiammatoria possano essere implicati”, sottolinea il primo autore Sarah Nazzari, ricercatrice nell’ambito della Psicopatologia dello Sviluppo del Polo di Bosisio Parini dell’IRCCS Medea: “Il nostro studio ha valutato per la prima volta quanto avviene non solo a livello dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, il cui principale marker è il cortisolo, ma anche nel sistema nervoso simpatico e nel sistema di risposta infiammatoria che si ritiene possano essere alterati in donne che sperimentano sintomi di stress e depressione in gravidanza”.

Come fuinziona l’analisi
       Alle mamme, durante il 3° trimestre di gestazione, è stato chiesto di compilare due questionari per valutare la presenza di sintomi depressivi e ansiosi (Edinburgh Postnatal Depression Scale e State/Trait Anxiety Inventory) e di effettuare dei prelievi di sangue e di saliva al fine di misurare i livelli di alcuni markers infiammatori, come l’Interleuchina-6 e la proteina C reattiva, e di alcuni markers dei sistemi biologici di risposta allo stress, come il cortisolo e l’alfa amilase salivari. I bambini sono stati valutati tra le 48 e 72 ore dopo la nascita misurando la loro risposta comportamentale e fisiologica al test di screening, un piccolo prelievo di sangue dal tallone che viene effettuato di routine in ospedale dopo la nascita.

I risultati
       Lo studio ha evidenziato che alti livelli di cortisolo materno in gravidanza predicono un’alterata risposta allo stress nel neonato, ovvero una marcata reattività comportamentale e una ridotta reattività fisiologica al test di screening effettuato a poche ore dalla nascita.

       Inoltre, l’esposizione prenatale a livelli più elevati di Interleuchina-6 materna, uno specifico marker infiammatorio, è risultata associata ad una minore circonferenza cranica nel neonato mentre i livelli di alfa amilase sono risultati correlati al peso alla nascita.

       La natura osservativa di questi dati non consente inferenze causali, tuttavia i risultati dello studio suggeriscono che alterazioni nei livelli fisiologici di stress durante la gravidanza possano influenzare la crescita e lo sviluppo del feto con potenziali rischi a lungo termine.

La responsabile dello Studio EDI Alessandra Frigerio
        “Valutare i neonati a poche ore dalla nascita” evidenzia la responsabile dello Studio EDI Alessandra Frigerio “fornisce un’opportunità unica per noi ricercatori di studiare gli effetti dell’ambiente prenatale sullo sviluppo fetale indipendentemente dall’influenza dell’ambiente postnatale in cui il neonato nasce e cresce. Quello che vogliamo valutare ora è se le alterazioni riscontrate alla nascita si mantengano nel corso dei primi anni di vita e come l’ambiente nel quale il bambino si trova a crescere e, in particolare, la qualità della relazione che si instaura con la mamma, possa moderare l’impatto dei fattori di rischio prenatali. Il fine ultimo sarà quello di mettere a punto strategie di prevenzione e intervento tempestivi che aiutino mamme e bambini ad iniziare al meglio la loro vita insieme”.

Fonte https://giornaledilecco.it/attualita/stress-in-gravidanza-e-sviluppo-del-bambino-studio-internazionale-nato-tra-lecco-e-como/

Endometriosi, operazione: quanto dura e come si esegue l'intervento

endometriosi        L'endometriosi è una malattia femminile che si manifesta quando fuori dall'utero c'è un accumulo anomalo di cellule endometriali, che dovrebbero invece trovarsi all'interno. Chi ne soffre spesso lo scopre quando la malattia è in fase avanzata e provoca infiammazione cronica che causa dolori davvero molto forti e intensi, che nella maggior parte dei casi vengono sottovalutati.
        La diagnosi avviene prima per elenco dei sintomi dell'endometriosi (dolori intensi durante il ciclo mestruale e prima del ciclo, oltre che nel periodo dell'ovulazione, ma anche dolori pelvici, nei rapporti sensuali, stanchezza cronica). Spesso però è asintomatica. Ma anche grazie a visita dal ginecologo e con diversi esami diagnostici: esplorazioni rettali, risonanza magnetica, ecografia pelvica, ecografia transvaginale, esami del sangue.

Cure per l'endometriosi
        Come si cura l'endometriosi? L'operazione è una delle terapie più efficaci, con asportazione dell'endometrio in laparoscopia. Un intervento poco invasivo che si può anche ripetere. Di solito l'intervento è sconsigliato in caso di sintomi lievi, scarsi o completamente assenti, a meno che la terapia farmacologica non abbia dato pessimi risultati.

        Un'altra terapia usata è quella a base di progestinici. Gli effetti collaterali a lungo termine non devono però essere sottovalutati. Esistono altri farmaci che possono essere usati più a lungo, ma si tratta di farmaci più costosi che comunque vanno prescritti dallo specialista.

Endometriosi, operazione
        L'operazione per l'endometriosi va eseguita in laparoscopia n ei centri specializzati. Rispetto alla chirurgia tradizionale consente una degenza più breve e anche un recupero migliore. Ovviamente non bisogna sottovalutare gli effetti collaterali, con una possibile diminuzione della fertilità della donna. Ovviamente la durata dell'intervento varia a seconda della complessità dell'operazione stessa. Si va da una mezz'ora per arrivare anche a due ore.

Fonte http://scienzaesalute.blogosfere.it/post/585845/endometriosi-operazione-quanto-dura-intervento

Quando il figlio desiderato non arriva: l’esperienza della sterilità

Картинки по запросу Quando il figlio desiderato non arriva: l’esperienza della sterilità         Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’American Fertility Society (A.F.S.) possiamo parlare di sterilità quando uno o entrambi i coniugi sono affetti da una condizione fisica permanente che non rende possibile la procreazione; viceversa, l’infertilità si riferisce all’incapacità della coppia di concepire un bambino dopo più di un anno di rapporti sessuali non protetti. La sterilità è quindi una condizione molto più grave e in qualche modo assoluta rispetto all’infertilità. L’infertilità può essere ulteriormente distinta in primaria quando la coppia non ha mai concepito e secondaria se in passato c’è stato un periodo di fertilità che ha portato ad una o più gravidanza ma ora non si riesce più ad averne.

         Secondo una stima dell’OMS, circa il 15-20% delle coppie dei paesi industrializzati, soffre di problemi di infertilità. In particolare, l’infertilità di coppia è legata nel 35% dei casi a problemi a carico delle donne, nel 30% dei casi a cause attribuibili all’uomo, nel 20% di casi ci sono problemi in entrambi i partner e nel 15% dei casi si parla di sterilità “idiopatica” o inspiegata.

         L’infertilità maschile può essere dovuta a: ostruzioni nelle vie della produzione spermatica che provocano azoospermia, condizioni cromosomiche come la sindrome di Klinefelter, problemi eiaculatori come eiaculazione retrograda, prostatiti, anticorpi anti spermatozoi. L’età non è considerata un fattore di possibile infertilità nell’uomo ma ovviamente al suo aumentare il livello di desiderio e di capacità sessuale diminuisce.

         Nella mancata gravidanza di una donna, invece, tra i fattori responsabili più comuni troviamo: mancanza di ovulazione, patologia tubarica e pelvica, endometriosi, fibromi o polipi e sterilità idiopatica (Chianese, De Simone, Del Duca, Vajro, in Lucariello, 2008). Per sterilità idiopatica si intende quello stato di sterilità involontaria nella quale tutte le indagini appropriate hanno dato risultati negativi. Sostanzialmente ci troviamo di fronte a problematiche inconsce di tipo psicologico che si traducono, a livello somatico, in un’impossibilità a concepire (Froggio, 2000).

Il significato psicologico della sterilità per la donna
         Di fronte ad una diagnosi di sterilità possiamo assistere a reazioni differenziate tra uomo e donna che rimandano a diverse dinamiche interne proprie di ogni genere. La donna che fin dall’infanzia ha coltivato nelle sue fantasie più profonde un bambino, prima da condividere con la madre e poi da ricevere dal padre nel momento della fase edipica, di fronte all’ostacolo procreativo sente di essere deprivata di una parte essenziale di sé subendo una ferita nella propria identità.

         Le fantasie tramandate di madre in figlia sulla gravidanza, il parto, l’allattamento vengono congelate o meglio spente nella loro possibilità biologica. La difficoltà a concepire un figlio finisce per inscriversi in un’area psico-emotiva e culturale come un marchio, un segno di imperfezione o di malformazione di cui ci si sente colpevoli. Dobbiamo sempre tenere presente che creare una nuova vita costituisce l’ultimo atto dello sviluppo psicosessuale femminile in quanto rassicura la donna di essersi appropriata dell’attività generativa materna come atto simbolico della temuta rivalità verso l’immagine genitoriale interiorizzata e come superamento definitivo della vicenda edipica.

         Le emozioni comunemente riscontrate in donne sterili riguardano il lutto, la rabbia, la depressione, la colpa, lo shock e il rifiuto ad accettare questa situazione (Dunkel-Schetter, Lobel, 1991). Ciascuna di queste reazioni può essere considerata per certi versi “normale” a patto che sia limitata nel tempo e porti la coppia verso l’adattamento e la risoluzione, contrariamente se si cristallizza limitando sia la vita personale che quella relazione finisce per assumere una valenza “patologica”.

         Un altro elemento importante da considerare è il contesto sociale; la donna infertile infatti riceve meno supporto anche perché spesso si accompagna ad una rete di amiche che con il tempo sperimentano la gravidanza e quindi diventando madri e riducendo gli spazi e i momenti di condivisone la lasciano senza il giusto supporto emotivo.

Il significato psicologico della sterilità per l’uomo
         La sterilità nell’uomo viene percepita come un “verdetto” improvviso e inaspettato che può determinare una reazione depressiva, un appiattimento ideativo ed emotivo se non addirittura una regressione infantile con la moglie. Vengono seriamente minacciate la potenza sessuale, da sempre associata alla capacità fecondativa e l’identità personale e sociale. La perdita di virilità in qualche modo sperimentata con la sterilità finisce per ledere il senso di autostima dell’uomo danneggiando anche il rapporto con la compagna.

         I sentimenti prevalenti al momento della scoperta di questa verità sono di vergogna, di grave imbarazzo rispetto all’esterno a volte con notevole restrizione dell’ambito delle relazioni sociali, senso di colpa molto forte verso la compagna e la propria famiglia d’origine accompagnati a un senso di perdita e di fallimento. Tipico dell’uomo infertile sembra essere negare ed evitare le preoccupazioni legate alla diagnosi ricevuta.

         Da un punto di vista psicoanalitico la sterilità può rappresentare un momento di competizione con il proprio padre che potrebbe causare l’esordio di disturbi psicopatologici (Gerstel, 1963): se l’uomo non ha stabilito un rapporto positivo con il padre, configurandolo come un genitore “sufficientemente buono”, è probabile che il suo senso di virilità dipenda dalla capacità di procreare. Ne consegue che un uomo infertile possa facilmente confondere la virilità con la fertilità e quindi il fallimento riproduttivo, come perdita delle funzioni sessuali, finisce per corrispondere alla perdita totale della propria mascolinità.

Le conseguenze della sterilità sull’equilibrio di coppia
Картинки по запросу Quando il figlio desiderato non arriva: l’esperienza della sterilità
         Un fattore importante che non va dimenticato è che la sterilità colpisce la coppia in una delle sue caratteristiche fondamentali ovvero l’apertura alla continuità della vita e alla perpetuazione della specie e anche se il contesto socioculturale del mondo occidentale è cambiato e la finalità elettiva di un rapporto risiede perlopiù nell’appagamento reciproco e nel dialogo amoroso, il figlio continua a rivestire un ruolo fondamentale, soprattutto nel momento in cui è avvertito come una mancanza. Non a caso, coloro che non hanno ancora avuto dei figli dopo qualche anno di matrimonio, sono spesso esposti a una mole di critiche e finiscono per essere additati come egoisti e incapaci di assumersi delle responsabilità.

         L’esperienza clinica mette in luce come spesso la mancanza del figlio rinnovi antichi conflitti finendo per allontanare i due partner creando un’ostilità più o meno palese all’interno della quale emergono reciprocamente accuse sulle responsabilità del fallimento procreativo che minano la stabilità coniugale e familiare (Wyatt, 1979). La coppia si trova quindi ad affrontare una vera e propria “crisi di vita” che coinvolge tanto il singolo quanto la coppia dando origine a stress, frustrazione, inadeguatezza e senso di perdita (Menning, 1980).

         La coppia deve infatti affrontare diversi livelli di confronto nel proprio vissuto. Un primo livello è quello rappresentato dal confronto con la collettività, ovvero quella dimensione culturale che definisce l’istinto genitoriale come il desiderio di avere dei figli per proseguire il proprio patrimonio genetico: la potenzialità riproduttiva rappresenta l’elemento principale per essere considerati delle “coppie normali”. Le coppie senza figli si trovano, di conseguenza, a dover affrontare il proprio fallimento per non essere stati in grado di creare la vita e soddisfare le aspettative dei propri genitori e della società. Un ulteriore livello è quello rappresentato dalla dimensione della sessualità, pesantemente contaminata dalla sterilità. In casi estremi, le relazioni sessuali finiscono per essere semplicemente un mezzo per il “concepimento ad ogni costo” in cui i ritmi del desiderio e del piacere sono sostituiti dai momenti di fertilità della donna.

          L’infertilità quindi vissuta come trauma narcisistico può essere superata non solo attraverso possibilità concrete di risoluzione del problema ma anche attraverso la struttura caratteriale dell’individuo e dall’equilibrio che la coppia riesce a ristabilire. A livello intrapsichico la coppia deve riuscire ad accettare il problema, far fronte alle pressioni sociali, elaborare il lutto per la perdita dell’Io ideale e della propria immagine corporea valutando successivamente se sia il caso di affrontare l’iter terapeutico-diagnostico relativo all’infertilità.


Fonte : https://www.stateofmind.it/2019/01/sterilita-conseguenze-psicologiche/

Fertilità maschile: boxer meglio degli slip

       Negli uomini che portano i boxer invece degli slip aumenta la fertilità maschile. Secondo uno studio dell’Harvard TH Chan School of Public Health e del Fertility Clinic del Massachusetts General Hospital, gli uomini che indossano solitamente i boxer hanno concentrazioni più elevate di sperma e una più alta conta totale di spermatozoi.

Ricadute positive
Fertilità maschile: boxer meglio degli slip       Tra i 656 partecipanti allo studio, il 53% ha riferito di indossare di solito i boxer. L’analisi dei campioni di seme ha mostrato che questi uomini avevano il 25% in più di concentrazione di spermatozoi e il 17% in più di conta spermatica totale rispetto agli uomini che indossavano altri tipi di biancheria. Negli uomini che indossavano i boxer è stata accertata una percentuale più elevata di mobilità spermatica o di spermatozoi che sono in grado di muoversi attraverso il sistema riproduttivo femminile e fecondare un ovocita. La differenza più significativa nella concentrazione di spermatozoi è stata vista tra gli uomini che indossavano boxer e quelli che indossavano slip. Inoltre, l’analisi dei campioni di sangue raccolti da 304 partecipanti allo studio ha dimostrato che i primi avevano il 14% in meno di livelli di ormone follicolo-stimolante (FSH) rispetto agli altri.

In vista del concepimento
       Questi risultati indicano un cambiamento relativamente facile che gli uomini possono fare quando le partner stanno cercando di rimanere incinte, affermano gli autori. Oltre a fornire ulteriori prove che le scelte di biancheria intima possono avere un impatto sulla fertilità maschile, lo studio fornisce prove, per la prima volta, che una scelta semplice potrebbe avere profondi effetti sulla produzione di ormoni negli uomini.

Sotto i pantaloni… niente
       Ancora meglio sarebbe fare a meno del tutto della biancheria intima. Secondo Sara Brewer, medico e nutrizionista, infatti, dormire nudi può incrementare la fertilità maschile grazie al rilascio di testosterone, che avviene proprio durante la notte e che potrebbe essere ridotto o rallentato se si riposa in ambienti molto caldi.

Fonte https://www.bimbisaniebelli.it/concepimento/fertilita-maschile-boxer-meglio-degli-slip-18256

Test del DNA fetale. Cos’è e quando si fa

Картинки по запросу Test del DNA fetale. Cos’è e quando si fa        Alcune patologie genetiche sono ereditarie, mentre altre, come la sindrome di Down, in genere non lo sono e possono presentarsi in qualunque gravidanza. Benché il rischio di sindrome di Down aumenti con l’età, la maggior parte dei bambini che ne sono affetti nasce da donne in età inferiore ai 35 anni. Ecco perché l’American College of Obstetricians and Gynecologists raccomanda di proporre a tutte le gestanti un test di diagnosi prenatale indipendentemente dalla loro età.

Cos’è quindi il DNA fetale?
        Durante la gravidanza, nel sangue materno circolano frammenti di DNA fetale.
Questo tipo di test ci permette di analizzare il DNA fetale nel sangue materno per verificare il rischio di sindrome di Down (trisomia 21) e di altre due patologie genetiche, la trisomia 18 (sindrome di Edwards) e la trisomia 13 (sindrome di Patau). Valuta anche i cromosomi sessuali X, Y e offre la possibilità di valutare le patologie legate a questi cromosomi, come la sindrome di Turner o di Klinefelter.

        Il test non è diagnostico, pertanto non sostituisce la diagnosi prenatale invasiva. Indica però una percentuale di rischio. A tale proposito test clinici hanno dimostrato che è in grado di identificare il rischio nel 99 % dei casi di sindrome di Down, nel 97 e 92% dei casi rispettivamente di trisomia 18 e trisomia 13.

In cosa consiste il test?
        Questo test prenatale necessita di un unico prelievo di sangue e può essere effettuato già a partire dalla 10° settimana di gravidanza. Si suggerisce di eseguire il test dall’11° settimana abbinandolo all’ecografia del I trimestre (tra la 10+6 e la 14 settimana). In genere i risultati sono disponibili dopo 10-14 giorni dal prelievo. La maggior precisione e il basso tasso di falsi positivi rispetto ai test tradizionali riducono al minimo la necessità di effettuare altri esami a causa di un risultato positivo. Gli esami di approfondimento comprendono procedure invasive quali villocentesi o amniocentesi.

È però opportuno ricordare anche i limiti di questo test, ovvero:


  • la sua affidabilità si riduce proporzionalmente alla riduzione della frazione fetale (FF), in almeno il 2% delle gravidanze il campione acquisito non è idoneo. Molti sono i fattori biologici che ne influenzano la quantità, il suo valore soglia (identico per tutti i test in commercio), affinché il test non dia risultati falsi negativi, è del > uguale 4% di FF.
  • Il test attualmente non è in grado di rilevare circa il 30% delle anomalie del cariotipo presenti nella popolazione a rischio, anche se è in evoluzione l’applicazione di nuove tecniche per espandere le possibilità diagnostiche.
  • Non è attendibile nelle gravidanze monocoriali, nel caso di 3 o più feti.


A chi è indicato?
        Ovviamente ogni donna può liberamente scegliere di eseguire questo tipo di test dalla 10° settimana di gravidanza in poi. Rimane però il miglior test nei seguenti casi:


  • gravidanze in cui è controindicata la diagnosi invasiva
  • screening del primo trimestre con esito di rischio intermedio/alto (test biochimici alterati)
  • età materna avanzata
  • anamnesi familiare di anomalie cromosomiche
  • poliabortività
  • nel caso di gravidanze singole o bigemine bicoriali ottenute con le diverse tecniche di fecondazione assistita

Per concludere ricordatevi sempre che:

  • Il test non è diagnostico pertanto ogni risultato con rischio elevato deve essere confermato dalla tecnica invasiva.
  • Il test deve essere preceduto da un controllo ecografico tra la 11° e la 14° settimana di gestazione. Anche in questo caso, se il rischio è elevato, è opportuno considerare direttamente test diagnostici invasivi.
  • Il risultato del test fa riferimento alle caratteristiche genetiche del citotrofoblasto (placenta) che, in rari casi, possono essere discordanti rispetto a quelle del feto (discrepanza feto-placentare).
  • Resta comunque un test con bassa percentuale di falsi positivi (< 0.1% per la trisomia 21, inferiore allo 0,5% per tutte e tre le trisomie sopra menzionate), per questo motivo riduce il ricorso ai test invasivi ed è da ritenersi un test di screening di 1° livello in tutte le gravide.


Fonte https://www.multimedica.it/news/test-del-dna-fetale/

domenica 27 gennaio 2019

ALLERGIE O INTOLLERANZE?

        È doveroso ricordare che, in presenza di queste manifestazioni, è bene effettuare tutte le analisi prescritte dal proprio medico di base, per escludere eventuali patologie correlate. L'intolleranza si differenzia dall'allergia alimentare perché mette in atto una vera e propria reazione chimica nell'organismo. Le intolleranze alimentari comunemente portano a un aumento di peso. La buona notizia è che quando si eliminano questi cibi, i chili in più vengono quasi immediatamente eliminati.

        Quali sono i sintomi di una intolleranza alimentare? per quanto riguarda l'area gastroenterica, si possono manifestare diarrea subito dopo i pasti (molto spesso accompagnata da senso di costrizione e nause), meteorismo, gonfiore addominale e dolori di stomaco simili a crampi. Oltre ad essi, vi sono altri sintomi meno evidenti come mal di testa, rigidità articolare, artrite, stanchezza psicofisica, mancanza di concentrazione, nervosismo ed eruzioni cutanee pruriginose.

        Una intolleranza alimentare a volte può essere difficile da identificare con certezza. Mentre la maggior parte dei sintomi compare subito dopo aver mangiato il cibo incriminato, altri possono manifestarsi dopo 48 ore. Al fine di identificare i cibi "no", è molto utile tenere un diario alimentare. Scrivete tutto quello che mangiate e le reazioni corrispondenti, sia nel breve che nel lungo termine.
       
        Ogni persona è un mondo a sè, ma gli alimenti che solitamente procurano più disturbi sono latte, grano, glutine, mais, soia, patate, riso, frutta con guscio e pomodori. Eliminate quindi tutti gli alimenti che nella vostra dieta vi causano problemi, per almeno otto settimane. Quando fate la spesa, leggete sempre molto attentamente le etichette, in modo da non comprare accidentalmente i cibi "vietati". Nel caso dei bambini, invece, non esitate a chiedere il consulto del pediatra, per evitare problemi di crescita e per correggere immediatamente la dieta, integrandola con sostanze ugualmente nutritive.

        Passate le otto settimane, provate a reintrodurre i cibi eliminati, procedendo con estrema cautela, mangiandone una piccola quantità una volta al giorno. Se i problemi si manifestano nuovamente, avrete la certezza di poterli eliminare definitivamente.

        Esaminiamo ora le allergie alimentari. Da recenti ricerche, è emerso che il 5% della popolazione soffre di allergie alimentari (fonte: sito web ufficiale Food Allergy). A differenza delle intolleranze, le allergie sono più invasive. Infatti basta anche il solo contatto con una minuscola quantità di allergene su una posata non lavata perfettamente per far comparire i sintomi (ovviamente questo vale solo per i casi estremi).

allergie intolleranze        I sintomi più comuni sono orticaria, gonfiore e problemi alle alte vie respiratorie. Soggetti con allergie conclamate di una certa importanza possono addirittura incorrere in problemi respiratori gravi. Se non rientrate in questo caso, ma sospettate semplicemente di essere allergici a qualche alimento, comportatevi come per le intolleranze: tenete un puntuale diario alimentare che includa dettagliatamente il tipo e la quantità degli alimenti e farmaci che consumate e tutti i sintomi derivanti. Successivamente, andrete ad eliminare i cibi sospetti per una o due settimane, in modo da notare tutti i cambiamenti nei sintomi.

        Sarebbe molto utile sottoporsi ad esami specifici presso uno studio di un allergologo (o anche in ospedale, previa impegnativa medica). Qui, l'esperto vi applicherà sulla pelle piccole quantità di allergene, facendolo penetrare in profondità con un ago. Se compaiono rossori, eczemi o piccoli brufoli, significa che siete allergici a quella particolare sostanza. Prima di sottoporvi a questo tipo di esami però, è indispensabile eseguire anche un esame approfondito del sangue, che misurerà gli anticorpi immunoglobulina ematici, indici di una risposta del sistema immunitario a un allergene alimentare. In ogni caso, non allarmatevi: oltre ad una modificazione delle abitudini alimentari, potete tranquillamente controllare i disturbi con l'assunzione di medicinali idonei.

Fonte: Women's health and fitness

Che cos’è l’inositolo, la vitamina che aumenta la fertilità

         Spesso quando si affronta il tema della gravidanza si sente parlare di inositolo, la vitamina che aumenta la fertilità.

         Si tratta in particolare di una molecola, denominata vitamina B7, che si è rivelata molto efficace per trattare la sindrome dell’ovaio policistico, per questo motivo sarebbe utile per le donne che cercano una gravidanza. L’inositolo è un nutriente essenziale per il benessere dell’organismo. Si assume tramite l’alimentazione, ma viene prodotto anche dal nostro corpo.
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         Principalmente stimola la produzione di lecitina, una sostanza che ripulisce le arterie, riducendo il colesterolo nel sangue, inoltre aiuta il fegato ad eliminare i grassi in eccesso e migliora il funzionamento del cervello, contrastando l’invecchiamento delle cellule nervose e lo stress.          L’inositolo è anche legato alla fertilità, come hanno dimostrato alcuni studi in cui si è rivelato fondamentale per la cura dell’ovaio policistico. A destare clamore è stato soprattutto uno studio realizzato dall’Università Ipus di Chiasso in Svizzera e dalla Commonwealth University della Virginia (USA).

         La ricerca ha coinvolto alcune donne affette da questa patologia, che hanno assunto l’inositolo per migliorare la funzionalità ovarica. Al termine della terapia l’80% delle pazienti è tornata ad avere un regolare ciclo mestruale, mentre il 55% ha avuto una gravidanza spontanea pochi mesi dopo. Non a caso l’inositolo è stato soprannominato “vitamina della fertilità”.

         Dove si trova questa molecola miracolosa? Possiamo assumerla consumando specifici alimenti, come i cereali integrali (grano saraceno, avena, orzo e riso), la lecitina di soia, il lievito di birra, gli agrumi, le noci, le arance, le banane e il tuorlo d’uovo. L’inositolo si trova anche in alcune tipologie di carne, come il fegato. In ogni caso le donne che cercano una gravidanza dovrebbero seguire un’alimentazione sana ed equilibrata che contempli tutti i nutrienti, fra cui l’inositolo.

          Infine questa sostanza si può integrare anche assumendo apposite pasticche, sempre dopo aver consultato il proprio medico curante e stabilendo una terapia.

Fonte https://dilei.it/mamma/inositolo-vitamina-aumenta-fertilita/563556/

Mal di testa in gravidanza: cause e rimedi

Картинки по запросу Mal di testa in gravidanza:
         Il mal di testa in gravidanza colpisce circa il 30% delle future mamme ed è un problema che si verifica soprattutto durante il primo trimestre, trascinandosi alcune volte anche oltre. Ma quali sono le cause? E quali i rimedi? L’emicrania che affligge le future mamme è un dolore acuto e localizzato in uno degli emisferi cranici, che spesso viene anticipato da formicolii e alterazioni visive, che annunciano il manifestarsi di un prossimo attacco e che le persone che soffrono abitualmente di mal di testa conoscono molto bene.


         Il mal di testa nella donne è di solito associato alle fluttuazioni ormonali legate al ciclo mestruale. Quasi la totalità degli episodi di emicrania e di cefalea a cui va soggetto il sesso femminile infatti si manifestano in concomitanza con le mestruazioni. Ora, appurato questo, va da sè che durante la gravidanza si dovrebbe avere sollievo da questo disturbo così fastidioso, e in effetti è proprio ciò che accade. Una buona percentuale di donne che soffrono abitualmente di mal di testa durante i nove mesi dell’attesa sperimentano una piacevole tregua, complici gli estrogeni nel sangue. Viceversa, durante la gravidanza può insorgere un’emicrania improvvisa in donne che non ne hanno mai sofferto, un mal di testa nel maggior numero dei casi nel primo trimestre, ma che può protrarsi anche nel secondo e nel terzo trimestre.
         I sintomi tipici sono un dolore a livello delle tempie bilaterale oppure localizzato sulla fronte, associato ad una sensazione di pesantezza o si cerchio alla testa, accompagnati anche da rigidità muscolare a spalle e collo.


Le cause della cefalea gravidica
         Le cause del mal di testa in gravidanza non sono ancora state accertate, ma la comparsa di cefalea sembra essere dovuto alle variazioni ormonali che avvengono durante il periodo gravidico, ma anche alle variazioni vascolari e muscolari, alle alterazioni del ritmo sonno-veglia e allo stress psico-emotivo.

Le terapie farmacologiche
         In gravidanza ogni tipo di disturbo, oltre a creare disagio, rappresenta un problema perchè non può essere trattato con i farmaci analgesici prescritti di norma, in quanto i principi in essi contenuti potrebbero nuocere alla salute del bebè. E allora cosa prendere per il mal di testa in gravidanza?
paracetamolo gravidanza
         Quel 30% di future mamme che lamentano frequenti episodi di mal di testa devono considerare la terapia farmacologica come una sorta di extrema ratio, proprio perchè anche blandi medicinali, entrando in circolo nel sangue materno, possono essere assorbiti dal feto e creare dei problemi al suo sviluppo.
         Tra quelli accettati, il farmaco migliore è il paracetamolo, che non avrebbe effetti collaterali sul bebè.
Anche l’aspirina è un antinfiammatorio considerato innocuo anche assunto nei primi mesi di gestazione.
         Se la patologia è molto debilitante e non si attenua con il prosieguo della gravidanza, potrebbe essere necessaria una cura a base di triptani (nimesulide, ad es.), ma solo su prescrizione medica e per brevissimi periodi di tempo.
         Come regola generale comunque,sarebbe auspicabile limitare l’assunzione di qualunque analgesico, e prediligere i rimedi naturali e le terapie non farmacologiche.


Curare il mal di testa con i rimedi naturali
I rimedi naturaliI rimedi naturali
         Siccome prevenire è meglio che curare – un vecchio adagio sempre valido – per curare il mal di testa in gravidanza è bene seguire alcuni accorgimenti preventivi.
         Ad esempio mangiando bene, prediligendo cibi leggeri e poveri di grassi, perchè spesso l’emicrania è conseguenza di una cattiva digestione.
Gli alimenti da evitare se soffrite di mal di testa sono:


  • il cioccolato
  • i crostacei
  • i formaggi stagionati
  • le banane
  • le nocciole

         E’ bene anche cercare di riposare il più possibile e svolgere una leggera attività fisica, due principi cardine delle abitudini salutari.
         Ma qualora l’attacco di mal di testa si dovesse comunque presentare, potete provare qualche rimedio naturale come:



  • fare degli impacchi freddi
  • avvolgere delle fettine di limone in un panno bagnato da premere sulla fronte e sulla tempia dolorante
  • stare sdraiate al buio in silenzio facendovi massaggiare la zona cervicale. Il massaggio può essere eseguito con oli essenziali al sandalo, l’eucalipto, la menta perita o la lavanda, sostanze naturali efficaci a ridurre l’emicrania.
  • bere un caffè forte (il caffè è un eccellente vasocostrittore)

Terapie non farmacologiche per combattere il mal di testa
agopuntura gravidanzaagopuntura gravidanza
         Se nessun rimedio naturale per il vostro mal di testa risulta essere valido e il disturbo non accenna ad attenuarsi con l’inizio del secondo semestre potreste optare per alcune terapie non farmacologiche.
          Ad esempio potreste provare con l’agopuntura, una tecnica antica di origine cinese ma molto diffusa e praticata anche da noi. Non ha controindicazioni di alcun genere, neppure in gravidanza. Un ciclo dura più o meno 10-12 settimane con sedute bisettimanali all’inizio, che poi si riducono ad una.
Altra terapia senza farmaci efficace per il mal di testa in gravidanza è il biofeedback, una tecnica di rilassamento che viene sperimentata con l’aiuto di appositi macchinari. Questi, applicati alla donna, sono in grado di evidenziare quando il livello di stress è talmente elevato da originare un’emicrania. Alla paziente viene allora insegnato come riconoscere i segnali di stress per imparare a rilassarsi autonomamente con le tecniche del training autogeno.

Fonte https://mamma.pourfemme.it/articolo/mal-di-testa-in-gravidanza-cause-e-rimedi/9287/