sabato 30 aprile 2016

Maternità surrogata, i bambini stanno bene

Maternità surrogata, i bambini stanno bene
         «Condivido con il mio compagno una scelta e un percorso che sono lontani anni luce dalla espressione “utero in affitto”.Questo bambino è figlio di una bellissima storia d’amore, la donna che lo ha portato in grembo e la sua famiglia sono parte della nostra vita». Così Nichi Vendola ha risposto alle critiche dopo l’annuncio della nascita di Tobia Antonio, partorito da una madre surrogata, figlio biologico del suo compagno Eddy Testa. 
         Il tema dei figli delle coppie omosessuali – specie se avuti attraverso «utero in affitto» – è stato il punto più discusso nel dibattito sulle unioni civili, tanto che il ddl Cirinnà, in Senato, è passato solo dopo l’abolizione della stepchild adoption, la possibilità del coniuge di adottare il figlio del partner. «Abbiamo impedito una rivoluzione contronatura», ha commentato il ministro Alfano. Eppure «i bambini che crescono con due mamme o due papà stanno bene. Anzi: a volte meglio», dice Susan Golombok, professoressa di Cambridge, che dal 1970 studia le famiglie di ogni tipo: omogenitoriali e no, formate tramite adozione, fecondazione eterologa, madre surrogata. E anche «convenzionali».
Sta dicendo che non c’è nessuna differenza tra crescere con due genitori dello stesso sesso o con due genitori eterosessuali?                  «Assolutamente nessuna: lo dice la scienza. Chi cita la “natura” si rifà allo stereotipo secondo cui la famiglia “tradizionale” è la sola che funziona. Ma i figli allevati da gay, sia a livello psicologico che di sviluppo, sono identici a quelli cresciuti da etero. E la loro felicità dipende dalla qualità delle relazioni coi genitori, non dalla sessualità degli stessi».

Si sente dire: «Non diventeranno gay anche loro?».
         «No. Abbiamo seguito fino all’età adulta figli di coppie gay, e per la maggior parte si definiscono etero. L’orientamento sessuale dei genitori non condiziona quello dei figli: altrimenti le coppie etero non genererebbero mai omosessuali».

In molti fanno fatica a immaginare due papà che crescono un bambino.
         «Perché si pensa che la donna sia più portata alla genitorialità. Ma anche questo è uno stereotipo: se un uomo vuole, può essere accudente allo stesso modo. Lo confermano gli studi».

Per esempio?
         «Abbiamo preso in esame tre tipi di famiglie adottive: quelle formate da due papà, quelle con due mamme, quelle con una mamma e un papà. In alcuni casi, è risultato che i due papà sono i genitori più coinvolti nella crescita del figlio».

Perché?
         «Sono tante le ragioni. Per esempio, sono uomini che non avrebbero mai pensato di poter realizzare il sogno di diventare genitori. Hanno affrontato ostacoli per esserlo, e ora che lo sono danno il massimo. A volte, più la struttura della famiglia è inusuale, migliori sono le relazioni tra i componenti».

A questi bambini non manca la madre biologica che li ha tenuti in grembo?
         «No: sanno che i genitori sono quelli che li crescono. Abbiamo appena terminato uno studio su 40 famiglie composte da due padri che hanno avuto figli tramite madre surrogata. La ricerca non è ancora pronta, ma posso dire che sono famiglie felici: a nessuno di quei bambini manca la mamma».

Sono in contatto con le madri surrogate?
         «Per la maggior parte sì, ma in nessun caso la madre surrogata svolge una funzione genitoriale. Magari il bambino le è affezionato, ma non la scambia per genitore».

E i bambini nati da eterologa?
         «Alcuni vogliono conoscere il donatore o donatrice, altri no: ma se lo vogliono è solo per completare la costruzione della propria identità. In questo i figli di coppie gay sono addirittura avvantaggiati: crescono sapendo, è impossibile nascondere loro l’esistenza di una madre o padre biologici. E accettano la loro condizione senza problemi. Sono più a rischio le coppie eterosessuali che spesso nascondono la figura del donatore. Ma poi, se i figli scoprono la verità, sono guai seri». 

Fonte http://www.vanityfair.it/news/italia/16/03/05/maternita-surrogata-nichi-vendola-unioni-civili

La musica può aiutare il concepimento

        Lo studio ha dunque portato a nuove scoperte per aumentare i tassi di fertilizzazione, presupposto fondamentale nel campo della fecondazione in vitro.Per realizzare la ricerca sono stati utilizzati degli altoparlanti che trasmettevano musica 24 ore su 24. Sono stati analizzati 985 embrioni provenienti da 114 pazienti diversi. Gli ovuli di ogni paziente sono stati divisi in due gruppi: un gruppo è stato posto in incubatore con altoparlanti e musica e l’altro invece in un incubatore normale. Quello che è emerso è che il tasso di fecondazione è aumentato del 4.8% per gli ovuli che “ascoltavano” la musica.
        Inoltre, sono stati scelti tre differenti generi musicali: Pop, Hard Rock e musica classica, per verificare se la frequenza delle onde sonore influisse in qualche modo. Non sono emerse, però, sostanziali differenze.
        La dottoressa Marisa López-Teijón, responsabile della Riproduzione Assistita presso l’Istituto Marquès ed autore principale di questo studio, ha spiegato i risultati rilevati asserendo che le micro-vibrazioni prodotte dal suono sono in grado di smuovere il terreno di coltura nel quale è posto l’ovulo. In questo modo si verifica una distribuzione più omogenea dei nutrienti posti nel terreno e una dispersione dei prodotti tossici provenienti dal loro accumulo. In sintesi, si vengono a creare i presupposti per una crescita migliore.
        Per quanto riguarda la riproduzione in vitro, da sempre si cerca di ricreare le condizioni tipiche della crescita nell’utero materno. Quindi vengono considerate la temperatura, l’oscurità e la quantità di ossigeno ed anidride carbonica. Quelli che rappresentano i passaggi più complessi da ricreare riguardano i continui movimenti intrauterini. Grazie all’uso della musica ed alle micro-vibrazioni che questa genera, è possibile riprodurre in maniera piuttosto realistica questi movimenti. Assomigliano molto, infatti, ai movimenti peristaltici a livello delle tube di Falloppio, passaggio che l’ovocita imbocca per raggiungere l’utero.
        I risultati incoraggianti di questo studio, hanno portato i ricercatori dell’Istituto Marquès a far partire nuove ricerche per verificare l’impatto della musica nelle altre fasi della crescita embrionale.

Fonte http://www.institutmarques.com/pdf/music-enhances-in-vitro fertilisation.pdf#sthash.ATeQ3NhH.dpuf

La mia piccola guerriera mi ha regalato la felicità

       Vorrei raccontare la mia bellissima storia d'amore e il mio parto, avvenuto con induzione cinque mesi fa, dopo una serie di complicazioni non facili. Nell'aprile 2013 mi laureai in giurisprudenza e decisi, assieme al mio fidanzato, che avrei iniziato la pratica per diventare avvocato a Firenze, dove lui era cresciuto e lavorava (io sono una siciliana e anche lui lo è, di origine). Così a maggio del 2013 iniziammo la nostra convivenza. Cominciai la pratica da avvocato in uno dei migliori studi legali della città. La sera ero sfinita, ma tornare a casa e trovare il mio ragazzo, che nel frattempo aveva preparato la cena, era una sensazione meravigliosa. Andavo a letto stanca, ma felice.
       Ad agosto di quell'anno avrei dovuto iniziare una cura per la tiroide. E il medico mi aveva chiesto se volevamo dei figli. Noi avevamo risposto che intendevamo aspettare. Nonostante ciò, ad ottobre scoprimmo che la nostra principessa "era già in viaggio". Il destino aveva deciso per noi.
       Eravamo increduli, anche perché eravamo stati molto attenti. La mattina in cui io feci il test ero con il mio compagno, Francesco: ci abbracciammo forte e chiedemmo a Dio di benedire la nostra creatura. Eravamo confusi e storditi, ma felici.
PHA-2066691       All'inizio ero anche molto pensierosa, ma le rassicurazioni di Francesco avevano sempre il potere di calmarmi. I primi tre mesi furono un delirio tra vomito, nausee e dolori di ogni genere. Persi 6 chili, anche perché la mia tiroide, nonostante fossi sotto cura, sembrava impazzita. Al quarto mese passò tutto e cominciai a pensare al nome per il bambino, a chi avrebbe somigliato, al colore degli occhi.
       Nel frattempo decidemmo di affrontare il parto a Catania, a casa nostra, vicino alle nostre famiglie. Così a marzo mi trasferii definitivamente in Sicilia. Non lasciai la pratica da avvocato fino all'ultimo, perché la mia gravidanza trascorreva magnificamente. Non ebbi disturbi, presi poco peso e mi sentivo in forma. Andavo anche in tribunale per fare le udienze.
       Ad aprile Francesco mi chiese di sposarlo e decidemmo di farlo a settembre. Felicità, preparativi di matrimonio e corredino. Lui faceva su e giù per lavoro, ma essendo un libero professionista poteva restare anche due settimane in Sicilia. Così sentivo meno la sua mancanza.
       Arrivò il 23 aprile, giorno che non dimenticherò mai. Andammo dal ginecologo per la visita di routine. Ma qualcosa non andava bene. Mia figlia era indietro con la crescita di più di tre settimane e io avevo la pressione altissima.
       Riposo e ansia. Finii più volte al pronto soccorso. Il 1° maggio mi ricoverarono e mi tennero sotto controllo per più di 10 giorni. La mia piccola aveva un rallentamento di crescita e io dovevo curare la pressione, che però si era regolarizzata.
       Mi mandarono a casa perché andava tutto bene. Mi dissero di stare a riposo, inoltre dovevo restare sempre sotto osservazione e se non sentivo la bimba per più di quattro ore, dovevo correre in ospedale. Così accadde dopo appena due giorni. Mi attaccarono subito il tracciato e parlarono di sonnolenza fetale. Io non capii, ma sentivo che qualcosa non andava.
       Mi ricoverarono, dicendomi che mi avrebbero fatto uscire solo quando sarebbe nata la mia bimba. Programmarono il cesareo per il 17 maggio, ma prima vollero provare a farmi l'induzione perché il mio problema di pressione era ormai sotto controllo e la mia piccola stava bene. Però era molto piccolina.
       Accettai e dopo sette ore di travaglio, alle 2.03 nacque la mia scricciola Maria Vittoria, di 2,200 kg. Stava bene. Un giorno nell'incubatrice e qualche giorno nella culla, ma solo in via precauzionale e per via del peso.
       Il neonatologo la mise sul mio petto e io impazzii di gioia. Aprì i suoi occhioni neri e io ringraziai Dio in tutte le lingue per quel dono. Avevo la mia bambina sana, bella e piccolina. La stessa mattina si attaccò al mio seno. Iniziò la nostra storia d'amore.
       Avevo tanta paura, perché la vedevo così piccola e indifesa. Ma lei è stata una guerriera da sempre. La amiamo da impazzire. Adesso ha quasi 5 mesi, è vispa, giocherellona e tanto dolce. Pesa 7,500 kg ed è alta 66 cm. Dio ci ha amato, non ci ha mai abbandonato, anzi. Il 12 settembre Francesco ed io ci siamo sposati e il nostro parroco a fine celebrazione ci ha benedetto assieme a Maria Vittoria.
       Vorrei dire a tutte le mamme di avere fede. Mia figlia ha anche il nome di Santa Rita, perché nella gravidanza sognavo sempre un calendario con una data il 22 maggio e una rosa. Venerdì 22 maggio, quando sono andata in neonatologia, l'infermiera è uscita e mi ha detto "Signora, mi scusi se non è stata avvertita, ma oggi Maria Vittoria viene a casa con voi". Ho pianto di gioia e quando le mie lacrime sono giunte alla bocca, credevo fossero la cosa più dolce che avevo assaggiato. Era la felicità.
di mamma Simona

Malattie in gravidanza: Epatite B, C e Aids

     L'epatite B, l'epatite C e l'AIDS hanno modalità di trasmissionesimili; l'infezione può avvenire con:
    malattie in gravidanza
  • trasfusioni di sangue (anche se da alcuni anni il sangue utilizzato viene accuratamente controllato);
  • scambio di siringhe tra tossicodipendenti;
  • contatto accidentale con siringhe abbandonate o altro materiale infetto;
  • rapporti sessuali con partner portatori del virus.
     Va specificato comunque che il virus dell'AIDS è meno "resistente" di quello dell'epatite, e dunque relativamente meno contagioso o almeno più facimente sopprimibile attraverso l'attuazione di idonee misure igieniche. Che cosa accade nella madre e nel feto in queste malattie se vengono contratte in gravidanza?
     Per quanto riguarda l'epatite B si manifesta nella donna in gravidanza con caratteristiche cliniche uguali a quelle delle donne normali.
     Va precisato che circa il 10% delle pazienti che si infettano con il virus non si sviluppano la malattia ma diventano portatrici sane o affette da epatite cronica attiva; dunque sono potenziali fonti di contagio per altri individui così per il feto, spesso senza saperlo.
     Il passaggio del virus attraverso la placenta è possibile per tutta la gravidanza, ma il rischio di contagio per il feto è particolarmente alto quando l'epatite materna si manifesta in forma acuta nell'ultimo trimestre di gravidanza; il contagio è possibile anche durante il parto e con l'allattamento in quanto l'HBsAg è presente nel latte in circa il 70% dei casi, ma la trasmissione per via orale richiede una carica virale molto virale più elevata (la prova dell'avvenuto contagio è la presenza nel sangue del neonato dell'antigene specifico HBsAg o la sua comparsa entro sei mesi).
     Molti dei bambini infettati dal virus diventeranno dei portatori cronici, alcuni svilupperanno forme lievi di malattia, rari sono quelli destinati a sviluppare precocemente una forma grave di epatopatia.
     Come ci si deve regolare oggi di fronte ad una situazione di questo tipo? Innanzi tutto tutte le gestanti vengono sottoposte al test per la ricerca dell'HBsAg ed eventualmente di altri "makers" rilevatori specifici per la malattia e per l'epatite C.
     Tutti i bambini nati da madri HBsAg positive, cioè potenzialmente infette, vengono sottoposti al trattamento preventivo con immunoglobuline e vaccino entro le prime 12-24 ore di vita: l'associazione del vaccino con le gammaglobuline consente di prevenire l'infezione del neonato nel 90-95% dei casi e permette alla madre di allattare il bambino. Per quanto riguarda la madre la prevenzione viene fatta solo con immunoglobuline.
     Per quanto riguarda l'epatite C la percentuale di neonati da madri HCV positive che hanno contratto l'infezione è di circa il 5-6%. Questa percentuale aumenta notevolmente nel caso la madre abbia anche l'infezione da HIV (14-17%).
     Contrariamente a quanto osservato per la trasmissione dell'HIV, nel caso dell'HCV l'esecuzione del parto con taglio cesareo non si è dimostrata utile nel ridurre il rischio di infezione neonatale, così come non è stata dimostrata la trasmissione dell'infezione mediante l'allattamento, che pertanto non è controindicato.
     Per quanto riguarda l'AIDS, il rischio di trasmissione del virus della madre al feto è stimato intorno al 30 - 50% anche se esistono alcune casistiche con percentuali di trasmissione molto più alte. In alcuni centri vengono sottoposte a ricerca (test) per l'AIDS solo le donne appartenenti alle cosiddette categorie a rischio.
  • tossicodipendenti;
  • eterosessuali con molti partner;
  • politrasfuse;
  • eterosessuali che hanno rapporti sessuali con individui appartenenti alle sopraelencate categorie.
     In altri centri il test viene eseguito a tutte le gestanti. Molte, ma non tutte le donne esposte al contatto con il virus, si infettano diventando così "sieropositive" cioè portatrici sane del virus che hanno nel sangue anticorpi specifici contro il virus.
     Gli anticorpi materni passano nel sangue del feto attraverso la placenta: pertanto il neonato di una donna sieropositiva sarà sicuramente sieropositivo, cioè avrà gli anticorpi, ma solo il 15-40% di essi si ammalerà di AIDS. Il parto mediante l'utilizzo del taglio cesareo si è dimostrato utile a ridurre il rischio di contagio per il neonato.
     Queste donne così possono essere fonte di contagio pur essendo sane e molto spesso non a conoscenza del loro stato; una certa percentuale svilupperà poi, dopo alcuni anni, la malattia conclamata.
     La gravidanza può peggiorare il quadro clinico della donna infetta, sia sieropositiva, che già affetta da malattia conclamata. Per quanto riguarda il neonato questo, se infetto, ha circa il 50% di possibilità di sviluppare la malattia conclamata entro due anni.
L'infezione aumenta inoltre di circa tre volte il rischio di aborto così come di diminuito sviluppo fatale e parto pretermine.
     La prova del contagio si ha comunque solo ricercando gli anticorpi specifici (IGM) ed il virus nel sangue del cordone ombelicale del neonato nei primi mesi di vita.
In conclusione si consiglia a tutte le donne di effettuare un test di ricerca per l'AIDS (HTLV3) prima di affrontare una gravidanza.
Fonte http://www.vitadidonna.it/gravidanza/malattie-infettive/malattie-in-gravidanza-epatite-b-c-e-aids.html

Infertilità maschile raccontata da Lu

fecondazione
        Si è vero sono un uomo infertile! Quanta ipocrisia su questa parola: molto semplicemente non posso ingravidare la mia donna… con il lavoro dei miei lombi come si diceva nell’ottocento. Questo uomo è crollato ed è risalito grazie ad una donna eccezionale e ad un aiuto esterno, poi ci ho messo del mio. Ora va meglio ma ti senti un uomo fallato e vuoto, hai vergogna di te stesso verso di lei, la vergogna ti fa credere di essere perfino inadatto a fare l’amore con lei, come se due numeri su un foglio di carta ti avessero portato via tutta la sicurezza e la complicità in quell’atto. Prima magari ridevi in quei momenti di stanchezza: “scusa amore si vede che non ne vuole sapere, coccole?”; ora diventa una conferma della tua inadeguatezza, della tua inutilità: “vedi, non sono capace nemmeno di…”
          Questa spirale è stata spezzata quando sono riuscito a vedere al di là del problema a riprendermi l’orgoglio così ferito da me stesso, perché sei tu che ti fai le paranoie, sei tu che alimenti il malessere che questa condizione ti pone. La vicinanza e il duro lavoro della mia donna è stato fondamentale, ancora oggi mi stupisco quando mi dice che è fortunata ad avermi con sè, penso sempre che l’affare l’ho fatto io! Il senso di colpa esiste, persiste e mi accompagnerà nella mia vita, non posso fare finta di non pensare che con un uomo diverso lei sarebbe già madre… ma non sarebbe giusto neanche relegare i nostri 12 anni insieme ad una sentenza infausta.
             Quello che mi premeva segnalarvi amiche care è che, come ho sempre detto, il vostro rapporto deve andare al di là di tutto. Il vostro rapporto, il vostro amore è una cosa così bella che sarebbe un’ingiustizia se fosse appiattito sotto questa ricerca spasmodica di qualcuno che sicuramente completa l’essenza vera dello stare insieme. Non deve però diventare la fonte di tensione, l’unico interesse primario o malauguratamente l’unico scopo del vostro rapporto.   Prima della ricerca eravate voi due e la vostra storia, ora non lasciatevi sopraffare dal desiderio, che ci deve comunque essere, ricordate che vi siete scelti non come riproduttori ma come persone, avete unito le anime e le carni per qualcosa di più alto che nessun foglietto con quattro numeri potrà mai scalfire. Non esiste comunque una regola.
        Ognuno reagisce alla sua maniera e francamente mi sono ulteriormente convinto che voi donne siete l’architrave di tutto il nostro mondo, siete voi che avete in mano i strumenti per muovere gli ingranaggi della nostra vita e vi ammiro per questo e vi ringrazio.
  Un Uomo 

Infertilità: l’isterosalpingografia cos’è?

fot_esami_preconcezionali       Proprio con questa metodica si ha la possibilità di localizzare un’eventualeostruzione tubarica. In cosa consiste?
       La paziente non viene sedata nel corso dello studio, effettuato proprio nei giorni immediatamente successivi alla mestruazione (nella fase follicolare, prima dell’ovulazione) proprio perché in questo modo non vi è alcun dubbio di possibile concepimento. E’ sempre opportuno escludere la presenza di infezioni proprio per evitare che ci possa essere un’invasione delle vie genitali superiori.
       La donna viene posta su un lettino radiologico e, appena messa in evidenza attraverso uno speculum, la portio dell’utero, si procede con l’isterosalpingografia.
       Attraverso un piccolo catetere e degli isteroiniettori (cervicale di materiale plastico con palloncino) viene inserito del liquido di contrasto (generalmente idrosolubile o oleoso) all’interno della cavità uterina che attraverso un meccanismo del catetere stesso riesce a mantenersi all’interno dell’utero senza fuoriuscire.
       Naturalmente il mezzo di contrasto viene iniettato molto lentamente proprio per evitare che possano essere tralasciate delle anomalie importanti.
       Più o meno vengono inseriti 10-20 cc di liquido di contrasto, cercando di limitare al minimo la dose di irradiazione. Vengono così scattati dei radiogrammi sia durante l’introduzione del liquido di contrasto sia dopo 10 minuti, così da evidenziare il riempimento e lo svuotamento della cavità uterina e delle tube soprattutto, così come il mezzo di contrasto si distribuisce.
       Infatti, l’isterosalpingografia garantisce la corretta valutazione della situazione a livello tubarico ed il grado di pervietà, individuando eventuali nodi fibrosi, polipi o sinechie (alterate aderenze) ecc. Naturalmente un sospetto di gravidanza deve inequivocabilmente bloccare l’idea di quest’esame diagnostico, così come la presenza di sanguinamenti anomali, stati allergici, casi di tumore endometriale accertato, stati infiammatori.
Isteroscopia       L’isterosalpingografia darà diverse immagini che saranno correttamente interpretate dal medico radiologo e ginecologo per poter procedere con un iter terapeutico sulla base di quanto definito con questa potente arma diagnostica.
       Curioso è come, inoltre, l’isterosalpingografia possa avere non solo uno scopo diagnostico, ma terapeutico. Com’è possibile? La pressione esercitata dall’inserimento del liquido di contrasto potrebbe andare a sbloccare dei restringimenti o dei “passaggi” momentaneamente bloccati e che possono provocare impossibilità di passaggio degli spermatozoi con associata fecondazione
ovocitaria.

venerdì 29 aprile 2016

La varicella zoster in gravidanza

Cos'è la varicella
        Come noto la varicella è una malattia infettiva dovuta al virus Varicella Zoster, che fa parte della famiglia degli Herpes Virus.
   E' una malattia contagiosa tipica dell'infanzia che, una volta contratta, rende permanentemente immune. Colpisce unicamente gli esseri umani e il contagio avviene attraverso lo scambio di saliva, con uno starnuto un colpo di tosse o con il siero delle vescicole.
        Una volta verificatosi il contagio il virus inizia un periodo di incubazione che può durare fino a 3 settimane nel corso delle quali non si avvertono sintomi.
Il momento più a rischio per il contagio è quello che coincide con l'inizio delle eruzioni cutanee.

Il sintomo
        Se avete un po' di febbre e dopo qualche ora compaiono delle piccole bolle di colore rosa (papule) sulle gambe o sul viso o sul petto (possono apparire anche in altre parti del corpo), avete la varicella!!
        Le eruzioni cutanee, che possono proseguire per 2 o 3 giorni, provocano prurito; successivamente le papule evolvono in vescicole per poi seccare formando delle croste destinate a cadere.
        La malattia guarisce in genere entro il decimo giorno dalla comparsa dei sintomi che normalmente si limitano a quanto appena descritto. In alcuni casi può insorgere una forte tosse ma, in genere, le complicazioni sono rare e colpiscono prevalentemente persone immunodepresse come i malati di AIDS (fate attenzione ai neonati).
Come si cura 
Varicella, malattie in gravidanza        Non si cura ma si possono alleviare i sintomi; il prurito può essere trattato con degli antistaminici e la febbre con degli antipiretici (Tachipirina ecc.) Nei casi decisamente a rischio si può aiutare il sistema immunitario a difendersi con degli antivirali o con la somministrazione di immunoglobuline.

Le donne in gravidanza e la varicella
        Se siete state a contatto con qualcuno che ha la varicella e non l'avete avuta potete chiedere di essere sottoposte a profilassi con immunoglobuline specifiche contro la varicella.
        La varicella è una malattia infettiva considerata a basso rischio se contratta durante il primo trimestre ma con qualche rischio nei mesi successivi.
        E' necessaria un'attenta consulenza con un centro specializzato in malattie infettive in gravidanza.
        Se prendete la varicella in vicinanza del parto e si verifica la nascita durante l'esantema, il neonato si troverà a combattere il virus senza gli anticorpi materni e non ancora in grado di utilizzare i propri, il reparto di neonatologia si prenderà cura del bambino.
Fontehttp://www.vitadidonna.it/gravidanza/malattie-infettive/la-varicella-zoster-in-gravidanza.html

Infertilità di coppia: accade di amare

         Già perché la coppia cresce, nonostante tutto, nonostante i no e nonostante gli ostacoli. Cresce la coppia che attende l’altra parte di sé, come se fosse solo una metà rispetto a ciò che verrà. Passa il tempo e tutto cambia, è un ciclo continuo si dice, ma non è ovvietà. Delle volte le coppie attendono che qualcosa cambi davvero, che il sogno si concretizzi e che qualcuno inizi a strillare in casa togliendo il sonno. Mentre tutte le forze si concentrano su quel che sarà, dentro un piccolo filo leggero e resistente tesse la sua trama e lega, gira e rigira la coppia indelebilmente. E’ una ragnatela indistruttibile che unisce, cementa e annoda sempre di più sino a farne un bozzolo unico.
            Ecco il punto. Ecco ciò che, mentre si palesano i no davanti agli occhi e sulle carte con memorabili -1 delle beta e cose simili, deve accadere. L’infertilità una volta diagnosticata diventa il pensiero fisso di ognuno di noi, è inevitabile. Le giornate diventano un concentrato di pensieri il cui perno è questo dato di fatto indigesto. La coppia scivola man mano in secondo piano senza volerlo e si arena a riva schiaffeggiata dalle ondate di un mare di emozioni in piena, un intreccio di amore e odio, intolleranza, colpevolizzazione e scuse continue.
            Lacrime e tristezza non aiutano certo la coppia a rimettersi in viaggio ma la appesantiscono buttandola a fondo. Bisogna però ricordare che l’infertilità non è un ostacolo insormontabile ma semplicemente un cambio di strada e come tale va affrontato. E’ una strada tortuosa ma non la si può affrontare senza il proprio navigatore esattamente come nel rally, il co pilota è fondamentale! Ci vuole certo del tempo per metabolizzare una notizia che ti stravolge il futuro ma se questo dolore prende il sopravvento si finisce per allontanare la nostra dolce metà, nessuno ha colpe da espiare e nessuno si deve sentire in debito per qualcosa che madre natura non gli permette di fare.
selfie            Uomo infertile o donna infertile crea una coppia infertile. Coppia. Non si cura solo una persona ma la coppia e tale deve rimanere per tutta la durata del viaggio e dopo aver metabolizzato il tutto bisogna riportare l’equilibrio all’interno della coppia. Lo status di coppia non ha una data di scadenza e fino a che è presente va coltivato come il primo giorno, con qualunque mezzo possibile, il fatto che noi abbiamo deciso che fosse venuto il tempo di portare a termine questo status non significa che questo sia morto e sepolto, la natura ha deciso il contrario e, in attesa di aiutare la natura a cambiare la situazione, si deve continuare a vivere e godere di quello che si ha senza dimenticarsi che nell’infertilità si è coinvolti in due, senza colpe e senza scuse.
         E quando tutto il resto si allontana, dopo tutta la bufera iniziale accade che ci si senta uniti, accade che ci si senta cosa unica, magari incompleta ma unica e indissolubile; accade che proprio quando quell’equilibrio inizia a sentirsi la coppia torni a galla un pò ammaccata ma felice di esserci e accade che qualcosa spunti un pò lontano…. un nuovo viaggio? un nuovo mondo? Terra? Terra!   Accade a tutte le coppie l’importante è non smettere di amare! 

PMA: Non chiedermi “perché”…

      Chi si trova ad affrontare un percorso di PMA e decide di non tenerlo segreto, si trova spesso a confrontarsi con molti inusuali “perché”.
 “Ma perché vuoi un figlio a tutti i costi?Ma sei proprio sicura di volerlo?” 
“Perché avete deciso di fare un percorso così pesante per la tua salute?”
 “Perché non adotti?”

      Rispondere a chi insensibilmente ci rivolge queste domande, non è mai facile. Forse perché sono domande che, irrazionalmente, facciamo a noi stessi prima che chiunque le pensi ad alta voce. Forse perché esiste un certo “senso di colpa” nel non riuscire a portare a termine naturalmente l’atto più naturale e “semplice” del mondo…      Sono domande che non si fanno mai a chi ha un figlio “normalmente”, ma ci si sente autorizzati a chiederlo a chi affronta un percorso già sufficientemente difficile e pesante senza l’aggravio di domande del genere. Eppure, fermarsi a riflettere prima di avere un bambino è qualcosa che tutti dovrebbero fare, per il benessere del bimbo che portano al mondo.

      E adottare, tutti possono farlo. Eppure sono ben poche le coppie senza problemi di sterilità che decidono di affrontare quest’altro “calvario” (e a queste poche va tutta la mia stima e ammirazione!). Ma queste domande si fanno solo a “noi”, gente sterile che vuole un figlio a tutti i costi..
E allora lasciatemi rispondere, qui, pubblicamente e forse un po’ insolentemente…

“Ma perché vuoi un figlio a tutti i costi? Sei sicura di volerlo?”      Io non voglio un figlio a tutti i costi. Io vorrei accogliere una vita, per aiutarla crescere e diventare una persona consapevole, capace di amare, aperta alle esperienze.. un’anima in cammino, con il suo cammino diverso dal mio, degno di rispetto e libertà.
Per questo vorrei accogliere una vita.

      Non perché mi “manca” qualcosa, ma perché per la prima volta nella mia vita mi sento completa, ho una relazione stabile e consolidata, e mi sento pronta a donarmi.
Io non voglio un figlio a tutti i costi. Se non verrà me ne farò una ragione e la mia vita continuerà.
      Ma io sono pronta ad essere madre perché non ho bisogno d’altro per rendere completa me stessa. Io sono già “madre”, anche se non ho figli.

“Perché avete deciso di fare un percorso così pesante per la tua salute?”Perché una madre non si ferma davanti a nulla per i suoi figli. Tanto meno davanti a punture ormonali, pick up dolorosi, transfer senza successo, test ed esami di ogni tipo.. attese interminabili e piene di paure e paranoie, rinunce.. all’immobilità se serve..
Una madre farebbe qualunque cosa per i suoi figli, anche ipotetici.
Quindi no, non mi pesa nulla di questo percorso perché sono madre “dentro” anche se ancora non sono madre “fuori”.

“Perché non adotti?”      Molto semplicemente: perché non sono pronta.
Se un giorno lo sarò, pur se avessi dei figli geneticamente miei, adotterei.
Ma adottare un figlio non è come andare al supermercato a prendere un litro di latte. Non lo si deve fare per colmare una propria esigenza o mancanza.

      No, è l’atto di amore più assoluto e completo che due persone possano compiere.
Spero, lo spero davvero, un giorno di essere pronta a questo passo. Se e quando lo sarò, avessi pure già dei figli, percorrerò anche quel cammino.
Perché tutti possono adottare, se sono pronti.


      Ma prima di concludere, vorrei anche io fare una domanda a chi fa queste domande a me:
“perché non siete capaci di capire che ci sono percorsi di vita diversi dai vostri, ugualmente degni di rispetto, di comprensione, di accettazione?
Perché ci chiedete “perché” quando la risposta alla vostra domanda è così ovvia e semplice che milioni di persone non se la pongono nemmeno?
Davvero, basta solo l’amore.

Una donna

IL CAMMINO DELLA PMA: FATICA ED EMOZIONI

sentieroQuesto Cammino mi ha cambiato la vita, entrambe le volte. Non mi dilungherò a spiegare il come e il perché, ma la persona che è partita da Saint Jean non è la stessa persona che è arrivata a Santiago, anche se il mio aspetto esteriore non è cambiato! Ogni volta che sono tornata, ho desiderato ripartire… E oggi, mentre aspettavo di fare il secondo monitoraggio per la mia prima ICSI ho capito che questo percorso verso la maternità, è in sé un Cammino, diverso ma simile a quello che mi ha condotta a Santiago.

In entrambi vi è dolore. Il dolore fisico, del corpo cui viene richiesto un impegno fuori dal normale, che sia camminare ogni giorno 30 chilometri, o iniettarsi ormoni che impongono al corpo un “comportamento” anomalo e forzato.
Ma vi è anche un dolore psicologico ed emotivo: perché entrambi i Cammini ci obbligano a confrontarci con noi stessi, a farci domande e darci risposte. Il silenzio che si sperimenta camminando in solitudine, anche circondanti da tanti altri pellegrini, e il silenzio che si fa dentro di noi nei momenti in cui si attende l’esito della stimolazione o dell’impianto, non sono momenti “vuoti”. Al contrario, sono pieni di pensieri e riflessioni che lasciano spazio alla parte più vera e intima di noi stessi.

In entrambi i casi, vi è aspettativa e timore. Chi parte per giungere a Santiago desidera arrivare alla fine e non pensa di potersi fermare lungo la via. Ma dopo pochi giorni, la durezza del Cammino rende chiaro che raggiungere la mèta non è cosa scontata; e anzi, via via che alcuni compagni di viaggio abbandonano e rinunciano, si teme di non farcela.

Così la PMA. Chi inizia a percorrere questo difficile Cammino, da un lato è pienamente consapevole che non tutti riusciranno a coronare il loro sogno; dall’altro spera ardentemente di farcela.
Ci sono molte altre similitudini, ma vorrei chiudere con questa: chi percorre il Cammino resta per sempre un pellegrino e si sente per sempre legato a tutti i pellegrini che, dal Medioevo in poi, hanno percorso o percorreranno quella stessa via.

Così la PMA. L’ho capito oggi: io sarò per sempre una donna della PMA, in qualche modo “sorella” di tutte le donne della PMA. Anche se non dovessi farcela.. Se un domani, anche fra anni, vedrò una donna in attesa del suo monitoraggio – come io oggi – lo capirò e nel mio cuore le augurerò di giungere alla mèta. Un legame effimero ma profondo che ci accomuna tutte, perché tutte stiamo andando o andremo verso la stessa mèta, con lo stesso dolore, gli stessi timori e la stessa speranza nel cuore.

E così senza volere mi trovo nuovamente in Cammino, pur se non per scelta ma per necessità. So che, comunque vada, mi porterà i suoi doni, come ogni Cammino, perché so che alla fine del viaggio sarò una persona diversa, spero cresciuta e maturata che saprà guardare in modo diverso la maternità, i figli e la vita.

Il Cammino di Santiago mi ha cambiato la vita.. spero che il Cammino della PMA me la stravolga!

Una Donna

Cosa significa “svezzare”?

svezzare
Prendiamo ad esempio la parola “svezzare”. La usiamo per indicare il procedimento graduale, solitamente attorno al sesto mese di vita, dell’inserimento di nuovi ingredienti nella dieta di un neonato, composta fino ad allora da esclusivo latte, meglio se materno. Però l’idea generale della società è quella che “prima si fa, meglio è” e così spunta chi lo consiglia già dal quarto mese o l’amica che non s’è fatta problemi a proporre la pappa prima di quando è suggerito.   Tutto questo potrebbe essere legato al fatto che etimologicamente il verbo “svezzare” significa: togliere il vezzo, far perdere un vizio o una cattiva abitudine? Come se allattare fosse un errore a cui porre rimedio al più presto…? Chissà… Ad ogni modo, l’OMS (Organizzazione Mondiale per la Sanità) raccomanda l’allattamento al seno esclusivo per almeno i primi sei mesi di vita, per poi protrarlo a piacimento anche oltre i due anni di età abbinato ad un’alimentazione adeguata ma, in ogni caso, anche se una mamma decidesse di interrompere l’allattamento prima di quando ce lo si aspetti, non credo proprio lo faccia perché lo ritiene un vizio!
   Purtroppo se ne sentono tanti di ragionamenti assurdi riguardo i capricci dei bambini… Non metto in dubbio l’esistenza del capriccio (parola che secondo alcuni, deriva da “capra”: pensiero insensato che balza in testa come una capra che saltella) ma i neonati per alcuni giorni non si rendono neppure conto di essere nati e di non essere più un effettivo tutt’uno con la madre, figuriamoci se hanno la mente abbastanza diabolica per fare un dispetto e frignare per farsi coccolare, cullare o allattare! Qui si tratta di bisogni primari, non di vizi… 
Quindi, se proprio dovremo “svezzare” da una brutta abitudine i nostri figli, ci penseremo quando si rosicchieranno le unghie… 

Che cosa avvia le contrazioni del parto? Una nuova scoperta

contrazioni          I risultati della ricerca, pubblicati sulla prestigiosa rivista di settore Nature Communications, rilevano anche come nelle donne tendenti al sovrappeso questo meccanismo di interruzione funzioni venga alterato per cui la frequente assenza o irregolarità delle contrazioni, determina un maggior ricorso al taglio cesareo. 
            Il team di ricercatori ha formulato la propria ipotesi dopo aver vagliato nei campioni di muscolatura uterina appartenenti a 70 donne in dolce attesa, tutti i segnali di tipo elettrico che stanno alla base delle contrazioni.
             L’analisi ha evidenziato che le gestanti che riescono a mantenere un peso contenuto e nella norma mantengono attivo per tutta la durata della gravidanza l’efficacia anticontrazione data dalla proteina hERG che, invece, viene interrotta quando arriva il momento delle prime contrazioni uterine, utili per promuovere la dilatazione. Al contrario, nelle future mamme che si trovano in una condizione di sovrappeso, l’inattivazione della proteina HERG non si verifica e, di conseguenza, le partorienti vanno incontro a dilatazioni irregolari che, nella maggior parte dei casi, determinano difficoltà o distocie del parto.
             La scoperta, di notevole importanza anche per contrastare eventuali parti prematuri, apre nuove strade e nuove prospettive per evitare che le future mamme possano incorrere in possibili complicanze durante il travaglio e il parto. Il problema  dell’assenza di contrazioni o di contrazioni irregolari a termine di gravidanza, può essere risolto con un trattamento sicuro e specifico, grazie all’identificazione del meccanismo che sta alla base del fenomeno.           Le future mamme hanno un motivo in più per mantenere una dieta equilibrata e un costante esercizio fisico giornaliero.
Fonte http://www.nature.com/ncomms/2014/140617/ncomms5108/full/ncomms5108.html#sthash.BsEFYYQS.dpuf

Chi ha paura del parto?

Paura del dolore, di non essere capace, di  lacerarsi, di morire, delle complicazioni, dei medici e degli ospedali, paura della paura… Quanti nomi e quanti significati, diversi per ogni futura mamma, può avere la paura! Ma oltre alla paura, di madre in figlia, di parto in parto, noi donne non saremo forse riuscite a tramandare qualcosa d’altro?  Mi riferisco ad un saper partorire, anch’esso ancestrale, e scolpito nei nostri corpi come in quello dei bambini che portiamo in grembo.
           E allora, forse, è come se assieme alla paura ciascuna donna abbia in dotazione anche il suo antidoto. Per scoprire se è realmente così, facciamoci guidare dalle Mamme stesse,  in un viaggio attraverso le paure del parto.   salaparto

Angi78: Carissime Mammole, che sentimenti contrastanti! Da un lato non vedo l’ora che mio figlio nasca, di stringerlo tra le mia braccia, di vedere il suo visino… Dall’altra, anche se faccio fatica ad ammetterlo, inizio ad avere pura del parto. Non so se anche a voi capita: non è la paura del dolore, ma proprio di non essere capace di partorire! Le ostetriche al corso dicono che viene naturale, che ogni donna sa come fare… io ci credo: succede da millenni! Il mio problema è proprio la paura stessa: non vorrei cioè che mi blocchi a livello psicologico e… fisico (tipo che mi impedisce la dilatazione o simili) Che mi dite?   

Cindy79 presente… pure io ho paura del parto… e nello specifico non dei dolori, ma proprio del momento in cui il bambino uscirà... mi terrorizza pensare che da… li sotto… uscirà un bimbo! che sarà pure piccolo, ma è oggettivamente grosso! poi però penso… lo affronterò… ce la farò pure io… e prego Dio di non dover fare il cesareo….

   MicMiky eccomi… anch’io comincio ad avere un po’ di strizza… ma non tanto x il dolore o l’uscita della trottolina…. ho paura di avere delle complicanza di salute… ho paura che x il dolore e lo sforzo… non mi regga il cuore!!! o che succeda qualcos’altro… insomma, di non farcela fisicamente… ok… siete libere di ridere!!! Però questa cosa mi agita molto… e non l’ho mai detto a nessuno…   

Elsa75 Ho letto che durante i mesi di gravidanza si sviluppino paure ed ansie per il buon proseguimento della gravidanza stessa… mentre alla fine dei nove mesi le paure vengono dirottate tutte sul parto… incapacità di partorire, paura del parto, problematiche durate il travaglio ecc ecc… Questo è un fattore psicologico abbastanza frequente nelle donne in dolce attesa… Le tue paure sono normalissime… Tranquilla che al momento tanto atteso saprai anche tu come fare, grazie anche all’aiuto dell’ostetrica, metti in atto la teoria di respirazione che ti hanno insegnato durante il corso pre-parto e tutto andrà per il meglio!

  77Xela volevo, per quanto possibile tranquillizzare le future mamme alle prese con la paura. Non c’è nessun blocco… è incredibile quanto sia perfetta e sincronizzata la natura umana, capirai quando è il momento giusto e, se ascolti il tuo corpo e i movimenti del tuo piccolo saprai ciò che devi fare. Lo so è facile scrivere dopo che ci sei passata e tutto è finito, ma credimi è un’esperienza stupenda, unica ed indescrivibile. Devi solo lasciarti andare... e pensare (almeno con me ha funzionato un sacco) che da che mondo e mondo le donne hanno sempre partorito e, se il Signore ci ha dato la possibilità di restare incinte, ci ha dato anche la possibilità di far nascere il ns cucciolo. Respira profondamente… e vedrai che andrà tutto bene!   E allora Respiriamo profondamente e diamo voce alle nostre emozioni. Raccontateci della vostra paura del parto!