domenica 30 aprile 2017

Progesterone: un aiuto per ridurre le nascite pretermine

        In Italia, ogni anno, il 6-7% dei bambini viene alla luce troppo presto. Ciò significa che più di trentamila famiglie si trovano a vivere l’esperienza traumatica di una nascita prematura (in 5-6000 casi avvenuta prima della 26ª settimana) con tutte le difficoltà che questo evento comporta. Prevenire almeno una parte di queste nascite pretermine oggi è possibile grazie a una terapia di cui numerosi studi hanno provato l’efficacia. L’argomento è stato trattato in questi giorni a Milano, in occasione del primo incontro del neonato Gruppo di Lavoro della Società Italiana di Medicina Perinatale, impegnato nella stesura di Linee Guida per promuovere una corretta comunicazione tra medico e famiglia in caso di nascita pretermine.

Il progesterone vaginale riduce il rischio di un terzo

Progesterone: un aiuto per ridurre le nascite pretermine       Gli studi confermano l’efficacia del trattamento con progesterone in capsule vaginali, da applicare quotidianamente, nella dose indicata dal medico, dal momento della diagnosi fino alla 34ª settimana di gravidanza (è questa infatti l’epoca che definisce il parto prematuro più severo che si vuole prevenire). “Ad oggi esistono indicazioni incontrovertibili che confermano che l’assunzione di progesterone in gravidanza ha la capacità di evitare un discreto numero di nascite pretermine”, considera Fabio Facchinetti, direttore dell’UOC di Ginecologia e Ostetricia dell’Azienda Ospedaliera-Università di Modena. I dati sono incoraggianti, si parla infatti di una riduzione di un terzo del rischio di parto prematuro.
       Ma vediamo meglio come “funziona” questa terapia e per quali casi è indicata. “Il progesterone è un ormone che il corpo della donna produce naturalmente, quindi privo di controindicazioni o possibili effetti collaterali per la futura mamma e per il bambino”, spiega Irene Cetin, presidente SIMP e professore ordinario di Ostetricia e Ginecologia presso il Dipartimento di Scienze Biomediche e Cliniche L.Sacco-Università degli Studi di Milano.
       Negli anni gli studi relativi alla somministrazione di progesterone vaginale in caso di minacce di parto prematuro si sono sommati e si è arrivati a un’evidenza scientifica forte. “Si è visto, infatti, che alcuni giorni e spesso alcune settimane prima di un parto prematuro si verifica una modificazione del collo dell’utero, che normalmente, alla prima gravidanza è lungo 3-4 centimetri”, spiega la professoressa Cetin. “Un raccorciamento della cervice uterina è un segnale non trascurabile, poiché può appunto ‘annunciare’ un parto prematuro. Tanto più il collo è raccorciato, tanto maggiore è la probabilità che il bimbo nasca prima del termine. In questi casi la terapia con progesterone vaginale permette di ridurre il rischio del 34% se la lunghezza della cervice, misurata grazie a un’ecografia transvaginale (cervicometria), è inferiore a 25 millimetri. Il dato cresce se la cervice è raccorciata di 15 millimetri: in questo caso il rischio si riduce del 44%”.

Per quali future mamme è indicata questa terapia?

       Viste le evidenze scientifiche, l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) ha riconosciuto il progesterone in capsule vaginali come farmaco di fascia A, inserendolo a pieno diritto tra i farmaci essenziali per la prevenzione del parto pretermine per gravidanze non gemellari (sevono altri studi per le attese multiple), in cui la cervice uterina risulti raccorciata.
Come fare, però, per sapere che il collo dell’utero si sta modificando?
        Ad oggi in caso di gravidanza fisiologica non è prevista la cervicometria, ma questo esame viene effettuato se la futura mamma ha già avuto un parto prematuro in una precedente gravidanza o in presenza di altri fattori di rischio. In base all’esito dello screening, viene prescritto il trattamento a base di progesterone vaginale. “La terapia non è efficace nel 100% dei casi perché le cause di un parto pretermine possono essere diverse – un’infezione, una malformazione uterina – ma, in presenza certa di cervice raccorciata, il progesterone può essere risolutivo”, considera l’esperta.

Un gruppo di studio per migliorare la comunicazione

       Gli esperti riuniti a Milano, oltre a confrontarsi a proposito delle indicazioni terapeutiche del progesterone vaginale, hanno partecipato alla prima riunione del neonato Gruppo di Lavoro creato dalla SIMP in collaborazione con l’associazione Vivere Onlus (costituita da genitori di bambini nati pretermine), che si occuperà di redarre delle Linee Guida per una corretta comunicazione in caso di parto pretermine. Un argomento cruciale, dato che la modalità con cui viene data la notizia ai futuri genitori in occasione della diagnosi e la qualità della comunicazione durante le visite successive, prima e dopo il parto, ha un impatto molto forte sul vissuto emotivo dei genitori. La creazione di linee guida da estendere a tutti gli ospedali italiani è un passo importante per le famiglie, ma anche per gli operatori della salute che vivono questa situazione difficile “dall’altra parte” e che spesso non dispongono di strumenti che li aiutino a gestire al meglio gli aspetti emotivi della comunicazione.
       “Il problema del counseling alle famiglie che si trovano ad affrontare un evento di questo tipo è molto sentito dagli operatori”, dichiara Giuseppe Battagliarin, coordinatore del gruppo di lavoro e presidente della commissione Percorso Nascita Regione Emilia Romagna. “Ad oggi, ad esclusione di poche realtà, per la comunicazione tra esperti e famiglie viene utilizzato un approccio piuttosto improvvisato e affidato alla sensibilità individuale”.

Un lavoro di squadra per accompagnare le famiglie

       Sostenere una famiglia con un bimbo nato prematuramente significa accompagnarla dalla diagnosi, al parto, e per tutto il periodo successivo, finché il bambino avrà bisogno di cure ed assistenza.
“La nostra mission è anche quella di far capire che il percorso che va dalla gravidanza al dopo parto, non è una staffetta con passaggio di testimone, ma un gioco di squadra”, commenta Martina Bruscagnin, presidente dell’Associazione Vivere        Onlus. “Un percorso che cambia a seconda del momento, ma che deve essere unico e multidisciplinare. In particolare, per una corretta presa in carico della famiglia è necessario un protocollo comune con un approccio multidisciplinare e condiviso tra le diverse figure che intervengono nel percorso perinatale”.
“Per questo il nostro Gruppo di Lavoro è composto da medici, ostetriche, neonatologi, rappresentanti delle associazioni dei pazienti ed esperti di comunicazione”, conclude la professoressa Cetin. Un lavoro di squadra destinato a migliorare un aspetto importante dell’assistenza, perché prendersi cura di un bimbo prematuro non significa solo occuparsi della sua salute, ma anche delle esigenze, delle difficoltà e del benessere dei suoi genitori.

6 domande sul puerperio

      Il bimbo è nato e avete fatto ritorno a casa. Ora dovrai accudirlo in ogni momento della giornata, ma è anche necessario che tu possa prenderti cura di te stessa per vivere in condizioni ottimali le prime, impegnative settimane con lui. Ecco le risposte alle 6 domande più comuni sul puerperio.

1. Lochiazioni: quanto durano?

6 domande sul puerperio      Nel corso delle prime settimane del puerperio, l’utero si contrae tornando a poco a poco alle condizioni precedenti la gravidanza. Il processo è accompagnato da perdite ematiche, le cosiddette lochiazioni: inizialmente abbondanti, con il tempo passano da un colore rosso vivo a uno roseo-giallastro. Le lochiazioni sono dovute ai processi rigenerativi dell’utero e all’eliminazione dei tessuti gravidici residui. Dal secondo giorno diventano simili a una mestruazione e dopo una settimana si fanno irregolari. Di norma cessano dopo un mese circa dal parto, sebbene nelle donne che non allattano possano protrarsi più a lungo e abbiano un carattere più ematico. È normale che contengano coaguli delle dimensioni di una mandorlai, ma se dopo una settimana sono ancora molto abbondanti e di colore rosso vivo, è necessario effettuare una visita di controllo. L’odore delle lochiazioni ricorda quello del lievito; se dovesse diventare sgradevole, è opportuno segnalarlo all’ostetrica o al medico.

2. Come si cura la ferita dell’episiotomia?

      Può capitare che nella fase espulsiva del parto il passaggio del bimbo produca qualche piccola lacerazione della mucosa vaginale o che si renda necessario praticare l’episiotomia, l’incisione dei tessuti del perineo. In entrambi i casi, l’ostetrica stessa provvederà, dopo la nascita del piccolo, ad applicare alcuni punti di sutura. Di solito, il filo utilizzato è di tipo riassorbibile e non richiede la rimozione dei punti. Nei giorni successivi, fino a quando le lacerazioni o la ferita dell’episiotomia non si sono completamente cicatrizzate, per evitare infezioni conviene usare almeno una volta al giorno  un disinfettante per l’igiene intima e detergere frequentemente i genitali con acqua tiepida, senza saponi. Se è stata praticata l’episiotomia, la ripresa del tono e della consistenza del perineo sarà più lenta e si potrebbero avere problemi nella postura. In questo caso, per rendere meno fastidioso lo stare seduta e facilitare la cicatrizzazione della sutura perineale, si consiglia di usare una ciambella di gomma, utile anche in caso di emorroidi.

3. Meglio fare il bagno o la doccia?

      Le neomamme che hanno dato alla luce il loro bimbo con parto spontaneo possono rinfrescarsi, se lo desiderano, anche subito dopo la nascita. Le donne che hanno subìto un cesareo, al contrario, dovranno aspettare almeno un paio di giorni prima di bagnarsi. Diversamente da quanto spesso si dice, nelle settimane successive al parto non sono controindicate le docce. Anzi, l’acqua calda sul seno facilita la fuoriuscita del latte dai dotti prevenendo o riducendo l’ingorgo mammario. Il bagno, invece, anche se più piacevole e rilassante, va rimandato di 20-25 giorni poiché germi e batteri possono risalire dalla vagina e passare attraverso la cervice uterina, ancora aperta dopo il parto.

4. Guaina: sì o no?

      È frequente e naturale che dopo il parto la neomamma non si senta del tutto a suo agio con il proprio corpo, in particolare con la pancia, vuota ma prominente. Con il tempo e con  un po’ di attività fisica, i muscoli addominali recuperano tono e nell’arco di due o tre mesi la donna può riacquistare la sua forma abituale. La guaina o altre fasce che stringono l’addome non facilitano il recupero dell’elasticità muscolare, anzi lo ostacolano, perché impediscono ai muscoli di restare in esercizio. Tutt’al più, a chi trovasse fastidiosa la sensazione di vuoto nell’addome e la rilassatezza dei tessuti consiglio di indossare un paio di mutandine leggermente contenitive. A chi è stata sottoposta a cesareo, invece, la pancera può essere utile, ma solo quando si sta in piedi, perché in posizione supina è superflua e ostacola la circolazione.

5. Quanto aspettare per i rapporti sessuali?

      La ripresa dei rapporti sessuali dopo la nascita di un figlio è un momento importante per la neomamma e la aiuta a recuperare la propria identità di donna e l’intimità di coppia all’interno della nuova famiglia. Di norma si consiglia di attendere una ventina di giorni dopo il parto prima di riprendere l’attività sessuale, per consentire alla cervice dell’utero di chiudersi completamente. Si eviterà così il rischio di un’infezione dovuta alla risalita di batteri dalla vagina. Le prime mestruazioni dopo il parto, dette capoparto, avvengono di solito tra la quarta e l’ottava settimana, ma allattando al seno possono ritardare fino a qualche mese dopo il termine dell’allattamento. Per questa ragione, in passato si riteneva che nel puerperio si fosse protette da nuove gravidanze, ma in realtà l’effetto contraccettivo della suzione del bambino è molto limitato e non è sicuro. Fin dall’inizio, è quindi prudente adottare misure contraccettive.

6. Ci si può mettere a dieta?

      È importante che dopo il parto la neomamma dedichi del tempo alla cura del proprio corpo, per superare eventuali sensazioni di disagio legate al peso in sovrappiù che può aver acquisito durante la gravidanza. Tuttavia, durante il puerperio non è il caso di impegnarsi in diete drastiche, soprattutto se la mamma nutre al seno il suo bambino. Se si alimenta in modo corretto e bilanciato, la donna ritroverà progressivamente la sua silhouette. Se si allatta, è importante ricordare che non bisogna mangiare per due, come spesso si sente dire, ma solo nutrirsi secondo quanto richiede l’organismo, regolandosi in base all’appetito. Particolarmente importanti, in questo periodo, sono gli alimenti ricchi di minerali e vitamine. Utili gli integratori naturali, come il lievito di birra e i germogli di soia o di mais. Consigliabile, invece, moderare l’assunzione di carboidrati: pane, pasta e dolci.

Leggere al pancione, un modo per parlare al bebè dentro di te

       Leggere qualche pagina del proprio libro preferito – un romanzo, una poesia, una raccolta di filastrocche – al bebè che sta crescendo nel pancione. Dedicare qualche minuto della giornata a una consuetudine un po’ particolare, che favorisce il relax della futura mamma e allo stesso tempo regala un surplus di coccole sonore e attenzione al suo piccino.

Leggere al pancione, un dialogo un po’ speciale

Leggere al pancione, un modo per parlare al bebè dentro di te       Nell’ultimo trimestre di attesa, il bebè impara a distinguere e ad amare la voce dei genitori e, alla nascita, il suo udito è già particolarmente sviluppato, pronto a ricevere e a memorizzare suoni e voci del mondo esterno ma, soprattutto, a riconoscere i rumori che gli sono già noti nel pancione.
       Le ricerche hanno, inoltre, evidenziato la capacità del neonato di riconoscere una melodia o una filastrocca che ha ascoltato quotidianamente nelle ultime settimane di gravidanza.
       La comunicazione prenatale influisce positivamente sullo sviluppo cognitivo e linguistico del bambino. Leggere a voce alta può essere l’occasione per cominciare a parlare con lui. Il bebè sente e riconosce la voce della mamma, comprende che lei gli sta parlando e, generalmente, risponde con calci e capriole alle sue parole.

Una pausa di relax

       Oltre a favorire il rapporto e la comunicazione tra mamma e bebè, leggere al pancione offre alla futura madre un’occasione per rallentare i ritmi spesso frenetici della vita quotidiana e ritagliare uno spazio e un tempo da dedicare esclusivamente al proprio benessere psico-fisico e al proprio piccino.
       In quei momenti la mamma si concentra sul bambino, si concede un po’ di tempo per fantasticare e immaginarlo, è pronta a cogliere i movimenti con cui lui risponde alla sua voce e condivide con lui un’attività piacevole e rilassante. Si è visto, inoltre, che le mamme che durante l’attesa hanno sperimentato  la lettura ad alta voce portano avanti questa consuetudine – che assicura tanti benefici al bambino in termini di relazione, ma anche di sviluppo cognitivo – anche dopo la nascita.

Come organizzarsi

       Perché l’appuntamento con la lettura sia effettivamente un’occasione di relax, è però importante creare la giusta “atmosfera”.
       Il primo suggerimento è scegliere un luogo tranquillo e mettersi in una “postazione” comoda. Se possibile, l’ideale sarebbe eliminare eventuali fonti di distrazione (radio, televisione e così via), creando un ambiente silenzioso che favorisca la comunicazione tra mamma e bebè. Per chi lo gradisce, un sottofondo musicale potrà favorire lo stato di benessere.
       Naturalmente, non ci sono regole riguardo la frequenza di questa pratica, anche se l’ideale sarebbe riuscire a “ritagliare” appuntamenti quotidiani: basta anche mezz’ora.
       Ma quali testi si dovranno scegliere? La futura mamma potrà privilegiare il romanzo che ama particolarmente, la sua poesia preferita, una fiaba che l’ha accompagnata durante l’infanzia. Condividere questa lettura con il bimbo sarà un modo per accoglierlo nel proprio mondo. Per chi non ha voglia di cimentarsi con un romanzo, i libri destinati ai bambini sotto l’anno sono perfetti sia durante l’attesa sia dopo la nascita. In particolare, esistono belle raccolte di filastrocche, ninne nanne e canzoncine che, grazie alla ripetizione, al ritmo lento, alla cantilena risultano molto gradite ai bimbi, sin dai primissimi mesi di vita.

e dopo la nascita…

       Nel 1999, per iniziativa dell’Associazione Italiana Biblioteche (AIB), dell’Associazione Culturale Pediatri (ACP) e del Centro per la Salute del Bambino (Onlus per la formazione, ricerca e servizi per la maternità, infanzia e adolescenza) ha preso il via il progetto nazionale Nati per leggere che, grazie alla collaborazione di pediatri e bibliotecari, si pone l’obiettivo di promuovere la lettura ad alta voce ai bambini, sin dai primi mesi di vita. Grazie al moltiplicarsi di iniziative che hanno coinvolto famiglie, scuole ed enti locali, molti bimbi hanno imparato ad amare la lettura grazie a un gesto d’amore: un adulto che legge per loro.
Il rapporto quotidiano con il libro, la familiarità con il tempo lento e quieto della lettura costituiscono, fra l’altro, la premessa ideale per sviluppare nel bambino l’interesse e la gioia di leggere.

Dai tono ai muscoli pelvici

       A provocarlo è l’indebolimento dei muscoli pelvici che si sono rilassati sotto l’effetto del progesterone, attivato durante la gravidanza, e degli “stiramenti” verificati in fase espulsiva. Il problema, in genere, può essere risolto in un paio di mesi effettuando una corretta ginnastica vaginale.
       Ecco i consigli di Elena Casolati, ginecologa, Responsabile Ambulatorio di urodinamica, Unità Operativa di Ostetricia e Ginecologia, Ospedale Luigi Sacco, Milano.

Gli esercizi di Kegel

       Si tratta di una particolare “ginnastica” che prende il nome dal dottor Arnold Kegel, che l’ha ideata.
Dai tono ai muscoli pelvici       Come prima cosa è necessario riconoscere i muscoli pelvici per saperli esercitare. È possibile farlo facilmente, contraendo la vagina come per trattenere qualcosa al suo interno. Bisogna concentrarsi solo sulla muscolatura pelvica: le natiche e le gambe non devono essere coinvolte. Sarà più facile esercitarsi stando sdraiate a terra con i piedi appoggiati sul pavimento e le gambe divaricate. Inizio: eseguire 10 contrazioni della durata di 10 secondi, dopo rilassare il muscolo per 20 secondi. Ripetere compiendo 10 contrazioni della durata di due secondi e stare in posizione di relax per quattro secondi. Ripetere questi due esercizi tre volte nell’arco della giornata. I primi giorni sarà difficile arrivare a 10 contrazioni: l’importante è non scoraggiarsi e darsi una settimana di tempo per raggiungere l’obiettivo. Quando si è “padrone” dell’esercizio, provare a contrarre la muscolatura vaginale quando si sta per tossire, starnutire, correre, saltare, sollevare un peso, ridere.

C’è anche una variante

       Un altro modo per effettuare gli esercizi di Kegel sfrutta i cosiddetti coni vaginali. Sono tutti uguali ma il peso è differente. L’obiettivo consiste nel trattenere per 4-5 secondi i coni in vagina, iniziando da quello più leggero fino ad arrivare gradualmente al più pesante. Si cambia cono quando l’esercizio riesce per due volte di fila. Proseguire con questa tecnica per due settimane. I coni si possono acquistare in farmacia, o nei negozi di articoli sanitari.

Se il disturbo persiste

       Se l’incontinenza non si risolve con gli esercizi di Kegel è necessario rivolgersi al proprio ginecologo per valutare se continuare la ginnastica pelvica con l’aiuto di elettrostimolatori o biofeedback che inducono “elettricamente” il gioco contrazione-rilassamento.

Stimolazione ovarica: cos'è e come funziona questa tecnica per rimanere incinta

         Dunque, certe volte, l'infertilità femminile è dovuta a un problema ovarico (assenza di ovulazione o ovulazioni rare e/o di qualità mediocre). Fortunatamente, esistono diverse soluzioni per porre rimedio a questa condizione, soluzioni che vittoriosamente conducono ad una gravidanza. La stimolazione ovarica è uno di questi rimedi.

Cos'è la stimolazione ovarica?

         La stimolazione ovarica consiste nel somministrare degli ormoni ad una donna per aumentare la produzione di follicoli maturi da parte delle ovaie, ottenendo così una buona ovulazione. Questo perché, come saprete, gli ovuli sono prodotti dalle ovaie (che sono due e si trovano sui due lati dell'utero). In alcuni casi, tuttavia, la loro produzione è troppo debole o di cattiva qualità per permettere la fecondazione. È il caso delle sterilità dette "ormonali", nelle quali l'ovocita (ovulo) non è efficiente perché l'ovaio funziona male. La stimolazione ovarica è usata anche in caso di inseminazione artificiale o di una FIVET (fecondazione in vitro).

Stimolazione ovarica: come funziona questa tecnica?

Se si desidera davvero intraprendere la strada della stimolazione ovarica, bisogna passare attraverso una serie di analisi e test vincolanti e indispensabili, finalizzati a moltiplicare le possibilità di restare incinta.

Ecco alcuni passaggi da affrontare prima di intraprendere la stimolazione ovarica:
- esami clinici approfonditi presso il tuo medico generico
- misurazione della curva della temperatura basale per diversi mesi, al fine di determinare il periodo di ovulazione
- analisi del muco cervicale successiva ad un rapporto sessuale (post-coital test o test di Hühner)
- dosaggio ormonale (FSH, LH e estradiolo)
- ecografia pelvica, da fare in un laboratorio specializzato, per visualizzare eventuali anomalie dell'utero, delle tube o delle ovaie.
         Nello specifico, la stimolazione ovarica agisce al livello dell'ipofisi, una ghiandola che fa parte del sistema nervoso, situata sotto il cervello. Agisce sulle ovaie secernendo, tra l'altro, tre ormoni: l'FSH, l'LH e la prolattina.
Il cattivo funzionamento dell'ipofisi è individuabile attraverso la curva della temperatura, capace di dare informazioni sulla presenza e la qualità dell'ovulazione.

Stimolazione ovarica effetti collateraliLa stimolazione ovarica è efficace?

         Lo è nel 30% dei casi: permette di sbloccare la situazione in certe donne (3 su 10 circa si ritrovano incinte dopo questo trattamento). In più, si tratta di un metodo per rimanere incinta velocemente: la maggioranza delle gravidanze ottenute attraverso questo tipo di cura, arrivano già tre mesi dopo l'inizio del trattamento.

La stimolazione ovarica può avere effetti collaterali

         In genere i trattamenti di stimolazione ovarica sono tollerati abbastanza bene, tuttavia possono causare degli effetti secondari leggeri: disturbi della vista, vampate, emicrania, stordimento e nausee. In alcuni casi, possono anche provocare forte irascibilità e insonnia. I problemi più evidenti possono derivare dall'aumento delle dimensioni dell'ovaio dovuti alla stimolazione: si passa dalle dimensioni di una mandorla a quelle di un'arancia. Aumento che può creare tensione addominale, gonfiori e fastidi vari. Possono insorgere, con percentuali più basse, problemi più rilevanti, come la torsione dell'ovaio (da operare chirurgicamente) o la iperstimolazione ovarica, che sono vere e proprie urgenze mediche a cui porre rimedio.         Per la sua delicatezza, la stimolazione ovarica va necessariamente fatta presso centri specialistici con monitoraggio costante di tutte le attività.

Stimolazione ovarica e FIVET

         In caso di fecondazione artificiale, la stimolazione ovarica è un passaggio obbligato, anche se la paziente ovula normalmente. La fecondazione in vitro (FIVET) è praticata quando gli ovociti e gli spermatozoi non riescono a produrre un embrione in modo naturale.
         Questo perché la stimolazione ovarica rappresenta la prima delle 5 tappe della fecondazione in vitro, a cui seguono:
- innesco dell'ovulazione
- raccolta degli ovociti e degli spermatozoi
fecondazione in vitro (lo sperma è mescolato a 2 o 3 ovociti, poi messo in coltura in una provetta a 37°C)
- l'impianto degli embroni nell'utero, che avviene in ospedale.

A chi bisogna rivolgersi per intraprendere una stimolazione ovarica?

         Meglio consultare uno specialista, perché la stimolazione ovarica richiede una doppia sorveglianza: biologica ed ecografia. Le ecografie permettono di misurare i follicoli e quindi di seguire la loro crescita, e i dosaggi ormonali servono a valutare la qualità della loro secrezione ormonale. Questo monitoraggio permette anche di adattare il trattamento ai bisogni di ogni donna, di prevenire i rischi di gravidanza multipla, indicare la data ideale per avere rapporti sessuali o, eventualmente, stimolare l'ovulazione.
di Sara Dicostanzo

sabato 29 aprile 2017

Lo spermiogramma

      Per l’uomo, l’esame consiste in uno spermiogramma. È tuttavia preferibile eseguire più di un’analisi perché non si possono trarre delle conclusioni precise con i risultati di un solo spermiogramma.

A cosa serve lo spermiogramma

      Lo spermiogramma è un esame che permette di valutare la fertilità maschile analizzando lo sperma. Lo spermiogramma rileva con precisione alcuni parametri quali il numero, le dimensioni e la forma degli spermatozoi, la loro motilità, il volume dell’eiaculato e il dosaggio di alcune sostanze in esso presenti.

Come si svolge lo spermiogramma?

      Gli uomini sono spesso scettici di fronte all’idea raccogliere un campione di sperma per fare uno spermiogramma. Il paziente deve masturbarsi in una stanza isolata del laboratorio di analisi e raccogliere lo sperma in un contenitore sterilizzato che gli viene fornito dai medici. Per facilitarsi il compito è possibile farsi accompagnare dalla propria partner dato che l’ospedale di per sé non è un luogo molto erotico!
      Lo spermiogramma deve essere preceduto da tre giorni di astinenza sessuale. In ogni caso, puoi rassicurare il tuo partner: l’esame è forse un po’ imbarazzante, ma non è né doloroso né impegnativo.

Cosa si misura con lo spermiogramma?

- il volume dell’eiaculato
- il numero di spermatozoi in un millilitro
- la motilità e la vitalità degli spermatozoi
- il PH e la viscosità dello sperma
- la presenza di agglutinati e di globuli bianchi nello sperma

Sperma normale o anormale?

      Uno sperma “normale” è più ricco di spermatozoi, che sono anche più rapidi e più vivaci di quelli di uno sperma ‘anormale”. Anche la presenza di sangue, di leucociti o di agglutinati è sintomo di uno sperma alterato.

Il test di Hühner (post-coital test)

      Questo test permette di studiare il numero e il comportamento degli spermatozoi all’interno della vagina tra le 8 e le 12 ore che seguono un rapporto sessuale. Oltre allo sperma questo esame consente di esaminare anche la consistenza del muco vaginale durante l’ovulazione.

Piercing e tatuaggi: come faccio in gravidanza

       Oggi sono tante le donne giovani e non più giovanissime che mostrano con disinvoltura piercing e tatuaggi in gravidanza. Ma che cosa ne è dell’anellino o del tatuaggio quando c’è un bimbo in arrivo, la pancia cresce e la pelle si tende? Il foro di un piercing al capezzolo può compromettere la capacità di allattare al seno? E ancora, è prudente fare tatuaggi in gravidanza? Comporta rischi per la salute della futura mamma e del nascituro? Ecco le risposte.

È rischioso fare un piercing o tatuarsi durante l’attesa?

       “Decisamente sì, risponde Claudio Ivan Brambilla, ginecologo di Milano. “La gravidanza abbassa le difese immunitarie della donna, che risulta più vulnerabile alle infezioni locali e a patologie infettive più gravi come l’epatite. Inoltre, durante l’attesa la pelle è più sensibile e aumenta anche il rischio di reazioni allergiche e di rigetto ai pigmenti del tatuaggio e al metallo del piercing. È una condizione di vulnerabilità che prosegue anche durante l’allattamento. Il consiglio è quindi di evitare questo genere di interventi fino a quando la mamma ha smesso di allattare”.

Piercing e tatuaggi: come faccio in gravidanza?       L’aumento di peso dovuto alla gravidanza e la crescita del pancione deformano in modo permanente i tatuaggi fatti in precedenza?

“La pelle è elastica e lo sono anche i tatuaggi, benché entro certi limiti”, dice Jonatan  Carducci, titolare dello studio Jona tattoo Art di Tolentino, in provincia di Macerata. “Un aumento o una diminuzione di peso consistente, fino a dieci chili, non deforma in modo permanente il disegno. Il discorso cambia se il tatuaggio si trova proprio sulla pancia, dove la cute è sottoposta a una tensione eccezionale ed è molto probabile che dopo il parto il tatuaggio non riesca a recuperare forma e dimensioni originarie”.

       Eventuali smagliature rovinano il disegno? È possibile correggerlo in seguito?

“Le smagliature alterano il tatuaggio”, dice Carducci. “L’entità del danno, ovviamente, dipende da quante smagliature compaiono. È possibile ritoccarlo, ma difficilmente tornerà come prima”.

Chi ha un piercing all’ombelico deve toglierlo?

V“Io raccomando di rimuoverlo, soprattutto a gravidanza avanzata, quando la pelle della pancia è molto tesa e l’ombelico tende a sporgere”, risponde Carducci. “In questi casi, lasciando l’anellino sul posto si rischia di lacerare la pelle. Meglio toglierlo e rimetterlo dopo il parto. Se il foro dovesse chiudersi parzialmente, non è difficile riaprirlo”.

La presenza di un piercing o del foro di un piercing sul capezzolo comporta qualche rischio in gravidanza e durante l’allattamento?

       “Pericoli durante la gravidanza non ci sono”, dice Claudio Ivan Brambilla. “La presenza di un anellino o del foro sul capezzolo non interferisce con il processo di maturazione del seno e in vista  dell’allattamento. Non è necessario rimuovere il piercing durante l’attesa, ma spesso è la  donna a farlo spontaneamente, infastidita dalla maggiore sensibilità del capezzolo. Durante l’allattamento, ovviamente, il piercing va tolto e non va rimesso fino allo svezzamento. Togliere e rimettere l’anellino tra una poppata e l’altra può portare i batteri all’interno del dotto galattoforo, aumentando il rischio di mastiti  per la madre e di trasmettere infezioni batteriche al neonato. Infine, se il foro attraversa un dotto galattoforo, cioè uno dei sottili condotti che portano il latte dalle ghiandole al capezzolo, il latte stesso tende a fuoriuscire dal forellino, ma questo non è un problema se il bambino poppa correttamente, prendendo in bocca l’intero capezzolo e non solo la punta”.

E dopo la gravidanza, per evitare brutte sorprese…

       Se si desidera fare un tatuaggio dopo la gravidanza, per decorare la pelle all’insegna della sicurezza la prima regola da seguire è diffidare di tatuatori dilettanti e piercer improvvisati. Bisogna sempre rivolgersi a un centro specializzato in possesso della certificazione rilasciata dalla ASL competente, dove si utilizzano strumenti monouso o sterilizzati e la pelle viene disinfettata prima di procedere. È altrettanto importante curare la propria igiene personale e prepararsi all’appuntamento lavando accuratamente con acqua e sapone l’area destinata ad accogliere il tatuaggio o il piercing. Il foro del piercing andrà poi disinfettato due volte al giorno fino a completa guarigione, per un periodo di tempo variabile a seconda della parte del corpo dove è stato praticato. I tatuaggi non vanno disinfettati, ma lavati con acqua e sapone e idratati due volte al giorno, preferibilmente con una crema neutra a base di olio d’oliva, per circa tre settimane.

Come prevenire le reazioni allergiche ai pigmenti dei tatuaggi? I colori usati per tatuare contengono pigmenti in concentrazione maggiore o minore a seconda del risultato che si vuole ottenere. Per chi ha la pelle molto sensibile meglio impiegare colori con basse concentrazioni. Nel caso, poi, di una persona soggetta a reazioni allergiche, consiglio di sottoporsi a un test specifico prima di procedere con l’applicazione dei pigmenti.

La crioconservazione sociale

       Attendere, però, alla lunga potrebbe diventare un problema. Perché bisogna sempre ricordare che con il passare degli anni, il numero di ovociti nelle ovaie declina per un processo naturale. La quantità massima di ovociti (6-7- milioni) è presente nel feto femminile intorno alla 20ma settimana di gestazione. Già alla nascita, però, la bambina ha una quantità di ovociti nettamente inferiore (1-2 milioni), quantità che diverrà di 300/5000 mila alla pubertà, di 25 mila all’età di 37 anni, e infine di soli 1.000 ovociti all’età di 51 anni. Si può dunque ricorrere alla crioconservazione degli ovuli, che in Italia è realizzata nelle strutture sanitarie pubbliche solamente per pazienti a rischio di menopausa precoce per motivi di salute. In tal caso si tratta di donne o ragazze affette da malattie come cancri, endometriosi, cisti ovariche recidive le cui terapie possono portare alla sterilità.
      La ricerca tardiva della gravidanza è divenuta nella società moderna un problema sociale ed è all’origine di molte delle problematiche riproduttive che si incontrano nel campo della riproduzione assistita. Difatti la fertilità della donna decresce progressivamente con l’avanzare dell’età in quanto il patrimonio ovocitario di ciascuna donna viene determinato già alla nascita e negli anni si osserva un progressivo depauperamento del numero di ovociti rimasti ed un progressivo decadimento della loro qualità che si traduce in una difficoltà crescente nel corso degli anni di iniziare e portare a termine una gravidanza. Per questo oggi, basandosi sull’esperienza ottenuta con la procreazione assistita nel campo della crioconservazione ovocitaria e sulle esperienze di conservazione a lungo termine degli ovociti in pazienti la cui fertilità futura era compromessa da tumori e chemioterapia, è stata ipotizzata la possibilità di conservare i propri ovociti in giovane età in modo da permettersi di posticipare la maternità superando futuri problemi di fertilità legati al progredire dell’età. Questo tipo di intervento è chiamato nei Paesi Anglosassoni “social freezing”, vale a dire congelamento e conservazione degli ovociti per motivi sociali
orologio biologico       Come funziona il procedimento? Si procede a delle stimolazioni ormonali per condurre l’ovaio a fare una decina di uova. Non basta congelare un uovo per avere un figlio, la garanzia si dà con 20. Poi le uova vengono prelevate dalle ovaie con una siringa in anestesia locale e si congelano. Altrimenti si può congelare anche del tessuto ovarico da auto trapiantare una volta guarita dalla malattia. In analogia con quanto accade nella fecondazione in vitro la paziente viene prima sottoposta ad una sottoposta a stimolazione ormonale che consiste nella auto somministrazione quotidiana di ormoni per indurre la crescita di un numero di follicoli adeguato e quindi la maturazione di un numero di uova considerato sufficiente per l’intervento. Dopo circa 10 – 15 giorni di terapia, in anestesia locale ed in regime ambulatoriale senza quindi necessità di ricovero, come le pazienti sottoposte a fecondazione in vitro, avviene il prelievo degli ovociti che vengono analizzati e crioconservati.      Le uova possono essere congelate all’infinito. La tecnica più innovativa è la vetrificazione: con il congelamento l’acqua diventa vetro invece che ghiaccio e arreca meno danni alle uova.
      Ma attenzione: dai 50 anni la gravidanza può essere pericolosa per la vita di una donna. Meglio comunque scegliere di farlo prima. Ma, considerando che dopo i 35 anni la fertilità decresce a picco e dopo i 44 è pari a zero, è un modo per posticiparla.
Per ricorrervi è fondamentale rivolgersi a centri specializzati per la fecondazione assistita. Per quanto riguarda il social freezing di solito lo fanno solo quelli privati.
Fonte http://www.alfemminile.com/concepimento/crioconservazione-sociale-s781719.html

Concepiti in vitro, diventano migliori amici. Poi scoprono di essere fratelli

       Georgia e Jack diventano migliori amici fino a quando, solo qualche giorno fa, hanno scoperto di essere anche fratelli. Le loro madri infatti hanno avuto lo stesso donatore. A seguito della scoperta, la ragazza ha commentato su Twitter: “Avevamo sempre scherzato sul fatto di poter essere fratello e sorella e poi incredibilmente abbiamo scoperto di esserlo davvero”. I due ragazzi sono riusciti a conoscere le proprie origini, accedendo qualche giorno fa alla banca data, scoprendo così la verità.       “Jack sapeva che aveva avuto una sorella nel 1998 che in effetti ero io”, ha raccontato la ragazza. “Ma solo oggi abbiamo scoperto che il nostro padre naturale è lo stesso e che quindi siamo fratello e sorella. Siamo le persone più felici al mondo, e lo stesso speriamo avvenga per le persone che, come noi, sono state concepite con la fecondazione in vitro. E’ proprio vero che i miracoli possono avvenire”.
Il post di Georgia è stato ritwittato 17.000 volte.
       I due giovani hanno scoperto la verità affidandosi alla Human Fertilisation and Embryology Authority che detiene tutte le informazioni sui nati dopo l’agosto 1991. Non esiste per il momento un centro che archivia le informazioni a livello centralizzato. Per questo chi vuole scoprire di più sulle proprie origini deve rivolgersi alla clinica nella quale è avvenuto il parto.

Fonte http://www.direttanews.it/2017/04/30/concepiti-vitro-diventano-migliori-amici-scoprono-fratelli/

Gravidanza gemellare: sintomi e rischi di un'attesa particolare

I rischi di una gravidanza gemellare

      Una gravidanza gemellare presenta diversi rischi. Molti di questi sono legati al momento del parto. Con dei gemelli, infatti, aumenta la possibilità di avere un parto prematuro, perché l'utero non ha abbastanza spazio per ospitare e far crescere due o più di due gemelli. Spesso poi, i gemelli assumono posizioni diverse, ed è molto alta la probabilità di un parto podalico. Se più di un feto si presenta podalico, e cioè con il sedere che si presenta per primo all'uscita dal canale del parto, è altamente probabile che la mamma debba essere sottoposta a un parto cesareo. Nel video qui sotto, la ginecologa Maria Maddalena Ferrari spiega bene quali sono i principali rischi di una gravidanza gemellare.

I diversi tipi di gravidanza gemellare

      Come si sviluppa una gravidanza gemellare? Perché si verifica? Innanzitutto, i gemelli si distinguono in monozigoti e dizigoti, a seconda che siano generati da uno stesso ovulo (e quindi dallo stesso sperma) o da due ovuli diversi, fecondati da due spermatozoi diversi. I gemelli monozigoti condividono lo stesso DNA, hanno lo stesso corredo genetico e lo stesso sesso, e infatti sono chiamati gemelli identici. I gemelli dizigoti hanno invece caratteristiche genetiche diverse. Le gravidanze gemellari

Gravidanza bicoriale e monocoriale: quali differenze ci sono?

Gravidanza gemellare      Le differenze tra le gravidanze gemellari si verificano anche a livello del sacco amniotico. I gemelli si sviluppano per divisioni cellulari degli ovuli fecondati, che a seconda dei tempi di sviluppo daranno luogo a gravidanze bicoriali o monocoriali. Che cosa significa? Se la cellula fecondata (zigote) si divide molto presto, si avrà una gravidanza bicoriale biamniotica, che prevede un sacco amniotico e una placenta separata per ciascuno. Se la separazione dello zigote avviene dopo qualche giorno, si avrà una gravidanza monocoriale biamniotica (cioè sacchi amniotici separati ma placenta in comune). Se passa ancora qualche giorno in più prima della divisione, sia la sacca amniotica che la placenta saranno in comune per i gemelli, dando luogo a una gravidanza monocoriale monoamniotica. Nel caso dei gemelli dizigoti, invece, la separazione c'è già in partenza, trattandosi di due ovuli diversi fecondati da due spermatozoi diversi. In questo caso ciascun gemello avrà la sua camera gestazionale e la sua placenta separata.

Gravidanza gemellare: sintomi e conseguenze per la mamma e il bambino

      La gravidanza gemellare presenta dei sintomi e delle difficoltà particolari sia per le mamme che per i bambini. Per i gemelli, ci sono due tipi di difficoltà principali:
  • se la placenta è condivisa dai bambini, uno dei due potrebbe ricevere più sangue dell'altro
  • i bambini possono svilupparsi di meno, e incorrere nel rischio di nascere prematuri.
Per la mamma la gravidanza gemellare e il parto che ne segue presentano diverse difficoltà sintomatiche:
    Gravidanza gemellare
  • il parto gemellare è più faticoso e rischioso
  • l'aumento di peso in gravidanza è maggiore e più difficile da tenere sotto controllo
  • i disturbi tipici della gravidanza sono più invadenti: nausea, varici, smagliature, mancanza di fiato...
  • l'ipertensione arteriosa è più frequente
  • l'esposizione ai rischi è più alta

Le precauzioni per affrontare una gravidanza gemellare

      Quando si aspettano dei gemelli, il riposo è indispensabile. Bisogna sdraiarsi spesso, riposarsi, farsi aiutare per i lavori domestici, senza esitare a chiedere aiuto ai propri cari. Bisogna accettare la maternità anticipata se il medico la raccomanda. Le visite ginecologiche sono più frequenti: ogni 15 giorni a partire dal sesto mese, se la gravidanza procede normalmente, anche prima se c’è un problema o una preoccupazione qualsiasi. Sottomettersi scrupolosamente alle analisi mediche che vengono prescritte, soprattutto le analisi delle urine, a causa del rischio di aumento del tasso di albumina. Il medico darà forse una dieta specifica, per evitare un aumento di peso eccessivo, che farebbe male sia ai bambini che alla madre. Anche questa dieta è da seguire accuratamente.

Le ecografie durante una gravidanza gemellare

Gravidanza gemellare      In caso di gravidanza omozigote (i gemelli formatisi dallo stesso ovulo), ci dovrà essere un'ecografia ogni 15 giorni a partire dalla sedicesima settimana. Quando si tratta di gemelli eterozigoti, la prima ecografia avviene a 12 settimane, la seconda a 18, accompagnata da una ecografia del collo dell’utero. Poi, se va tutto bene, le ecografie seguenti dovranno essere fatte una volta al mese.

Il momento del parto

      Il parto gemellare avviene quasi sicuramente prima della data prevista: è addirittura probabile che il medico proponga di indurre il parto alla trentanovesima settimana circa. Questo per assicurare le migliori condizioni possibili per mamma e bambini. È importante scegliere bene dove partorire, trovando un posto che abbia un reparto chirurgia nel caso si debba ricorrere a un cesareo, e un servizio di rianimazione. È importante più che mai seguire un corso preparto. Un aiuto prezioso, soprattutto tra un'ecografia e l'altra, è farsi controllare da un'ostetrica a casa di tanto in tanto, per seguire lo svolgimento della gestazione.

Fonte http://www.alfemminile.com/gravidanza/aspettare-dei-gemelli-s762454.html

venerdì 28 aprile 2017

PERCHÉ È BENE NON FUMARE IN GRAVIDANZA

       Nuove ricerche confermano che gli effetti negativi dell’esposizione al fumo di tabacco durante la vita fetale sono dovuti essenzialmente a due ordini di motivi:
    Картинки по запросу fumo in gravidanza
  1. l’ipossia (diminuzione di Ossigeno disponibile nel sangue e nei tessuti) indotta dall’Ossido di Carbonio (CO) derivante dalla combustione, e che passa attraverso la placenta nell’organismo del feto, nonché dall’azione vasocostrittrice della Nicotina;
  2. la presenza nel fumo di circa 4.000 sostanze, di cui molte cancerogene e potenzialmente responsabili di allergie.
      Il nascituro subisce danni non soltanto se la madre fuma, ma anche dall’esposizione al fumo passivo. I bambini nati da fumatrici presentano un più alto rischio di soffrire di respiro affannoso e di asma vera e propria.      Lo dice uno studio inglese condotto da Andrew Lux, della Bath Unit for Research in Paediatrics presso il Royal United Children’s Hospital di Bath, in Inghilterra. Nell’ambito dell’ALSPAC (Avon Longitudinal Study of Parents and Children), più di 8500 donne gravide sono state tenute sotto osservazione anche per quanto riguarda l’abitudine al fumo.      Si è poi visto che nei bambini tra i 18 e i 30 mesi, uno su cinque soffriva di respiro affannoso, e il rischio era più alto nei figli di quante avevano fumato in gravidanza (il periodo considerato è importante, perché successivamente questo problema respiratorio può essere causato da infezioni). Forse inaspettatamente, nella stessa ricerca si è visto che anche l’esposizione al fumo passivo provoca effetti analoghi.      Le sigarette sono colpevoli di circa l’1,5% di problemi di affanno nei piccoli, ci sono poi ovviamente altri fattori di rischio, come una storia familiare di asma, l’essere maschi, le condizioni abitative eccetera. Di questi fattori, comunque, il fumo sarebbe il più facile da eliminare.
      Secondo un altro studio olandese (condotto dalla Sijmen Reijneveld Institution, a Leida) i figli di forti fumatrici (15-50 sigarette al giorno) soffrono di coliche il doppio dei figli di non fumatrici. Lo si è appurato intervistando un campione rappresentativo di genitori di più di 3000 bambini di età superiore ai sei mesi. Le coliche venivano identificate da specifici comportamenti di pianto che duravano più di tre ore al giorno per più di tre giorni alla settimana.

I DANNI DEL FUMO PASSIVO IN GRAVIDANZA

Possiamo tentare di sintetizzare i danni provocati dal fumo passivo nel feto e nel bambino:
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  • Diminuzione del peso alla nascita, da 200 a 500 grammi in relazione al numero di sigarette. Gli effetti sono, almeno in parte, definitivi, in quanto a sviluppo completato il ragazzo sarà mediamente 1 cm meno alto rispetto agli altri.
  • Aumento della frequenza dei parti prematuri, il che incide ancora una volta sul peso alla nascita.
  • Aumento delle infezioni neonatali, con persistente aumentata suscettibilità a infezioni respiratorie e cutanee in età adolescenziale e adulta.
  • Alterazioni dello sviluppo psicofisico nei figli di madri fumatrici, con significativo aumento di problemi comportamentali e di socializzazione.
  • Aumentata incidenza di tumori infantili (il 15% di questi sono legati al fumo in famiglia).