venerdì 12 settembre 2014

Il bi-test e il tri-test

Sono due tipi di prelievi di sangue materno e danno risultati statistici sulla probabilità di avere bambini con malformazioni e anomalie cromosomiche

 Il tri-test è un prelievo di sangue materno volto a studiare le sostanze prodotte del feto e dalla placenta materna. Questo test viene effettuato dalla 15° alla 17° settimana di gestazione e non oltre. Risulta essere poco attendibile se la madre aspetta dei gemelli e se se è affetta da diabete gestazionale. Quando si è in presenza di alterazioni cromosomiche fetali (sindrome di Down, patologie del tubo neurale) alcune sostanze risultano alterate. La presenza di un’anomalia di queste sostanze più l’età della madre determinano un aumentato rischio di avere un bambino affetto dalla sindrome di Down.


Le sostanza che vengono studiate sono:
- Hcg : gonadotropina corionica umana nella sua frazione libera
- Alfafetoproteina
- Estriolo non coniugato

Lo studio di queste sostanze orienta la madre verso ulteriori indagini di accertamento (vedi l'amniocentesi) se viene riscontrata un’anomalia quantitativa rispetto alla normale presenza delle stesse durante questa epoca gestazionale. Il test è definito positivo se la probabilità stimata di avere un bambino con alterazioni è pari ad uno su 250 bambini.


Il bi-test è un prelievo del sangue materno che viene effettuato tra la undicesima e la quattordicesima settimana di gravidanza, in questo caso oltre a valutare l’età materna come fattore di rischio vengono analizzate le quantità di questi due ormoni:
- gonadotropina corionica
- plasma proteina associata alla gravidanza


Di solito il test è definito positivo quando il rischio è pari a 1 su 250 e la gonadotropina corionica è presente in quantità elevata mentre la plasma proteina risulta essere diminuita rispetto alla normale stima di queste sostanze durante le settimane di gravidanza sopra citate.
 

mercoledì 10 settembre 2014

Depressione post parto, come riconoscerla e come curarla

E' un fenomeno in crescita: dopo il parto oltre il 70% delle donne soffre di una lieve forma di depressione (baby blues), mentre oltre il 10% soffre di vera e propria depressione post parto. I rimedi e le cure per sconfiggerla però ci sono.

Finalmente sei mamma. Reduce dal parto, stai toccando con mano uno dei tuoi sogni più ambiti: stringere tra le braccia la piccola vita che hai portato in grembo per nove lunghi mesi. Hai tanta voglia di cominciare la tua vita daccapo e sei impaziente di tornare a casa per occuparti in prima linea del bambino.
Ma dopo qualche giorno dalla nascita di tuo figlio il tuo umore non è più alle stelle. Ti senti spossata, priva di stimoli, vorresti passare le giornate a poltrire nel letto piuttosto che dedicarti alle cure del piccolo. Quella sensazione di felicità allo stato puro che avevi provato all’inizio improvvisamente sembra essere scomparsa, lasciando spazio ai pensieri più cupi. Ti senti come sospesa in un limbo che ti impedisce di posare i piedi in terra e vivere la maternità come speravi.
La causa di questo tuo inaspettato disagio si riassume in tre parole che, nonostante siano affiorate in superficie solo di recente, dimostrano ancora di essere una sorta di antico e temuto tabù per moltissime donne: depressione post parto.
Trattandosi di un disturbo di natura psicologica è molto più difficile da individuare rispetto a quelle che sono le malattie fisiche ma anche per la depressione post parto esistono rimedi e cure che permettono di riacquistare il proprio equilibrio interiore.

Sintomi: irritabilità, eccessiva preoccupazione o ansia, sonno disturbato, inappetenza o smisurato appetito, dolori e debolezza muscolare, sensazione di fastidio nei confronti del bambino, sentirlo come un peso, mancanza di emozioni nei confronti del bambino, sensazione di inadeguatezza nella cura del bambino, avversione verso il bambino e paura di restare sola con lui, ritenersi madre e moglie incapace, mancanza di concentrazione nelle cose quotidiane che vanno dalle semplici cure all’interazione con il bambino e al riconoscimento dei bisogni reciproci.
Insorgenza e durata: la depressione post parto solitamente si affaccia durante la 3° o 4° settimana dopo il parto e arriva ad evidenziarsi come problema effettivo dopo 3 o 6 mesi dalla sua comparsa prolungandosi, a volte, per oltre un anno.
Cause: sebbene le cause siano molteplici e non del tutto chiare sono comunque coinvolti i fattori ormonali (di tipo sessuale e tiroideo), i fattori fisici (es. la stanchezza causata dai ritmi imposti dal bambino), i fattori psicologici (una personalità con bassa autostima o perfezionista), i fattori sociali (giovane età, inesperienza e mancanza di aiuto e sostegno), i fattori cognitivi (coltivare aspettative irrealistiche sull’essere madre o sul bambino).
Come si cura: è necessaria una terapia farmacologica unita a interventi di psicoterapia.
L'importanza del dialogo
Una volta crollate le aspettative di vivere serenamente la maternità mostri la tendenza a chiuderti in te stessa rifiutandoti di ammettere ogni tua debolezza e limite. Nonostante la forte sensazione di disagio interiore tu continui imperterrita a dire che va tutto bene, persino con un sorriso sulle labbra a voler esorcizzare il tuo malessere. Purtroppo ciò non è sufficiente a risolvere il problema. Un tale atteggiamento è fonte di squilibrio nella tua sfera emotiva e inevitabilmente influenza in modo negativo la crescita di tuo figlio. Perciò non avere alcun timore di parlare con qualcuno. Ricordati che il dialogo è una soluzione efficace per contrastare la depressione post parto.
Che cosa fare: dialoga con il tuo partner, confessagli serenamente le tue ansie e paure ricordandoti che si è in due a crescere un figlio; condividi l’esperienza della maternità con amiche o parenti
E’ scientificamente provato che il dialogo rappresenta una cura molto efficace contro la depressione post parto. Lo dimostra un recente studio presso l’Università di Toronto in Canada. Nella ricerca sono state prese a campione circa 700 donne, potenzialmente a rischio di depressione post parto. Le donne prese in esame sono state divise in due gruppi di cui uno ha ricevuto la assistenza post parto di prassi mentre l’altro è stato supportato da un sostegno telefonico. I risultati dell’analisi hanno registrato che le donne che hanno avuto la possibilità di parlare al telefono hanno reagito positivamente mostrando una diminuzione significativa del rischio di depressione post parto rispetto a quelle seguite con l’assistenza classica. (Fonte: British Medical Journal, articolo pubblicato il 15 gennaio 2009).


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IL LIBRO CHE CONSIGLIAMO DI LEGGERE: E poi venne la pioggia (ed. Tea libri - 2007)
"Sono stata ringraziata da molte donne per aver aperto un problema che viene troppo spesso ignorato per mancanza di informazioni, vergogna, paura. Questa è la mia storia, personale e reale".
Parole sincere che lasciano trasparire la profonda sofferenza vissuta dall’attrice Brooke Shields che alla nascita della sua primogenita si è vista costretta a fare i conti con la depressione post parto. La storia è narrata con commovente dolcezza e delicatezza. E’ il dramma di una donna che si spoglia della sua immagine patinata e perfetta e si mette a nudo confessando con grazia e candore il dolore vissuto durante il primo anno di vita della figlia.
Il lungo percorso di riabilitazione della star americana fatto di terapie, somministrazioni di antidepressivi, profonde riflessioni e lotte interiori condurrà a uno sperato 'happy end'. “E poi venne la pioggia” è un messaggio di speranza e di incoraggiamento per tutte le mamme che si trovano a vivere la stessa condizione.

martedì 9 settembre 2014

Castello della Biotexcom) I nostri contratti e prezzi



I nostri programmi e costi:
Tutti i pachetti includono: il servizio dell’interprete, l’alloggio, il vitto, le analisi, il taxi. La prima visita con tutti gli esami necessari è gratis. Vi diamo la garanzia ed il rimborso di soldi in caso di fallimento.

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Pacchetto All inclusive – 29,900 euro (tentativi illimitati)

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Trattamenti disponibili:
- Ovodonazione
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- Crioconservazione degli embrioni, ovociti, sperma


venerdì 5 settembre 2014

Tutto sull'ecografia in gravidanza

Scopriamo insieme quali ecografie sono necessarie durante i nove mesi di gestazione per una gravidanza serena e tranquilla

 Durante il primo colloquio fissato con il ginecologo dopo aver scoperto di essere incinta viene spiegato alla futura mamma in cosa consiste l'ecografia, il controllo trimestrale che consentirà di monitorare la salute del bebé e controllare che tutto stia procedendo per il meglio. Vediamo di cosa si tratta nello specifico e quando è davvero necessario effettuarla.


Che cosa è e come si esegue l'ecografia?
L'ecografia è un esame non invasivo, assolutamente innocuo e indolore, sia per la mamma che per il bebè. 

La prima volta però può rivelarsi fastidiosa, poiché viene effettuata per via trasvaginale, ovvero inserendo una sonda all'interno della vagina. Tale sonda invia ultrasuoni che vengono trasmessi al monitor, permettendo al ginecologo di verificare il battito cardiaco del feto e la posizione della placenta.
Nei mesi successivi della gravidanza attraverso l'ecografia addominale, che si effettua passando direttamente la sonda sull'addome della mamma, sarà possibile verificare se si tratti di gravidanza singola o gemellare, controllare la crescita del bebè e studiarne gli organi, escludendo così eventuali malformazioni evidenti. In genere questo tipo di ecografia dura quindici minuti. 

Per una buona diagnosi è fondamentale che chi effettua l'ecografia sia un ginecologo o una figura professionale esperta e che l'apparecchiatura utilizzata faccia parte di una struttura affidabile e valida.

L'ecografia è utile per scoprire se si è a rischio GEU
La GEU è la gravidanza extrauterina e si verifica quando l'embrione invece di installarsi nell'utero si annida in una tuba, nelle ovaie o nella cavità addominale. Se non viene diagnosticata in tempo può portare a un esito infausto della gravidanza e può essere molto pericolosa per la gestante.

L'unico mezzo per confermarla in caso di sintomi spia (Beta HcG basse, perdite di sangue, dolori durante la minzione, vertigini, nausea, svenimenti) è proprio l'ecografia. Tramite via transvaginale l'ecografo può verificare se nella cavità uterina sia presente o meno la camera gestazionale con il sacco vitellino, cosa che esclude una GEU in atto. In caso contrario si dovrebbe intervenire chirurgicamente con urgenza tramite laparoscopia.
Tre ecografie per nove mesi
Il Ministero della Salute consiglia di eseguire solo tre ecografie nell'arco dei nove mesi se ci si trova di fronte a una gravidanza fisiologica e priva di complicazioni. Se prescritte dal ginecologo o medico di base e se effettuate in struttura pubblica o convenzionata le ecografie sono esenti da qualsiasi ticket e totalmente gratuite.

Che emozione!
L'ecografia per mamma e papà è il primo contatto con il bimbo. Vederlo sul monitor significa prendere coscienza che nel pancione vive realmente un esserino che pian piano cresce e si sviluppa. In genere è molto coinvolgente per i neogenitori scrutare attentamente le immagini riflesse, anche se all'inizio può essere difficile cercare di capire a cosa corrispondano quei bozzetti che appaiono nelle "fotografie".

Primo, secondo e terzo trimestre
- Primo trimestre: la prima vera ecografia si effettua tra l'ottava e la dodicesima settimana e serve essenzialmente per accertare che la gravidanza sia in corso regolarmente, escludendo un'eventuale gravidanza extrauterina (GEU). Con questa ecografia si può datare l'inizio della gestazione, visualizzare la vitalità dell'embrione e verificare che non siano presenti eventuali malformazioni.

Tra la undicesima e la tredicesima settimana tramite ecografia si esegue anche la misurazione della traslucenza nucale fetale, utile per calcolare attraverso le dimensioni raggiunte dal feto se ci si trova in presenza di difetti cromosomici come la Sindrome di Down.
- Nel secondo trimestre, tra la ventesima e la ventiduesima settimana, si esegue l'ecografia morfologica. In questo caso si verifica che la crescita sia adeguata e che gli organi si stiano sviluppando correttamente. Inoltre si analizzano la testa, il torace, il cuore, i polmoni, gli arti e, se la posizione assunta dal bimbo lo consente, permette di scoprirne il sesso. 

Si misurano inoltre le circonferenze del cranio, dell'addome, la lunghezza del femore, l'osso della coscia, l'osso dell'omero e l'osso lungo del braccio. Con questa accurata e attenta ecografia si possono vedere tantissime possibili malformazioni visibili in quest'epoca gestazionale.

- Nel terzo trimestre l'ecografia si effettua intorno alla trentesima o trentaquattresima settimana. Quest'ultimo controllo serve per verificare che tutto stia procedendo nella maniera corretta, verificare la posizione cefalica o podalica del bambino ed escludere disfunzioni legate alla placenta.
Ecografia 3D o di Terzo Livello
L'ecografia standard, ovvero quella in bianco e nero, viene chiamata bidimensionale, ma ne esiste anche un'altra che permette una visione più chiara, nitida, tridimensionale e a colori chiamata del terzo livello, nella quale il bimbo si vede quasi come se fosse ripreso direttamente dall'interno del pancione. 

Dal punto di vista diagnostico non ha molti vantaggi rispetto all'ecografia tradizionale, ma può essere utile per evidenziare alcuni aspetti facciali che possono svelare sindromi e anomalie degli arti. 

Alcuni genitori decidono di rivolgersi a strutture specializzate in ecografia tridimensionale semplicemente per avere un ricordo in più del bebè nel pancione, magari mentre si succhia il dito, e ottenere così le prime foto dove si possono vedere in modo chiaro i tratti del viso!
 
 

 

giovedì 4 settembre 2014

Perché non riesco a rimanere incinta? Le risposte

Desideri avere un figlio ma questo tuo sogno non si è ancora realizzato. Dopo un lungo periodo di inutili tentativi, inizi a perdere la pazienza e ad avere anche qualche dubbio. Perchè non riesco a rimanere incinta?

Sicuramente ti avranno detto più volte che non bisogna farne una dramma, che è colpa della pillola anticoncezionale (affermazione giudicata falsa da tutti gli specialisti) oppure che si tratta di un blocco psicologico (il che ti fa innervosire e sentire persino in colpa, contemporaneamente).


Invece di dar retta a questi discorsi, scopri quali sono le principali cause che ostacolano una gravidanza e individua le possibili soluzioni, per poter analizzare meglio la tua situazione e capire quindi come intervenire.


Ancora un consiglio: non trascurare la tua vita di coppia! È fondamentale! 
Si potrebbe paragonare il concepimento di un figlio a una vera e propria vincita al Lotto: per vincere bisogna giocare, ma quando si gioca non si è mai sicuri di vincere!

Quanto tempo è necessario per restare incinta?

Se hai dei rapporti sessuali regolari, frequenti e nei periodi più fecondi (per le donne con un ciclo regolare i rapporti dovrebbero essere concentrati tra il quarto e il quindicesimo giorno, dopo il ciclo mestruale), calcola in media 8 mesi di attesa, prima di poter rimanere incinta.

Se fai l’amore nei periodi più fecondi, senza utilizzare contraccettivi, hai 1 possibilità su 4 o su 6 di restare incinta, cioè dal 15 al 20% di probabilità. Continua a provare allora e fai l’amore nei periodi giusti.


Se sai per certo 
che tu e il tuo partner avrete problemi nel concepire un figlio, (se per esempio un componente della tua o della sua famiglia ha avuto dei problemi di sterilità), è meglio fare subito un controllo, invece di aspettare inutilmente.

Lo stesso vale per coloro che hanno più di
38 anni: fate un controllo se avete qualche dubbio!
A scuola abbiamo imparato che l’ovulazione avviene circa 14 giorni dopo l’inizio del ciclo mestruale. Una volta nell’utero, l’ovulo ha una vita di 24 o massimo 48 ore e lo spermatozoo è in grado di sopravvivere per 36 ore.

In realtà l’ovulazione può anche avvenire il 10° o il 18° giorno del ciclo mestruale.

Come individuare il problema?
> Ogni mattina, soprattutto prima di alzarti dal letto, misurati la temperatura e trascrivila su un foglio di carta millimetrata. Otterrai così un diagramma del mese. Un leggero picco nel diagramma indica che l’ovulazione è avvenuta. Per rilevare la data esatta dell'ovulazione, puoi anche ricorrere ad alcuni test di ovulazione, costosi ma sicuri.

> Dopo qualche mese potresti renderti conto che la tua ovulazione avviene in un giorno diverso da quello previsto in base al tuo ciclo oppure che l'ovulazione avviene sempre in momenti diversi a seconda dei cicli mestruali. A volte invece può anche capitare che l’ovulazione non si verifica affatto.

Come comportarsi?
Tutto dipende da cosa hai riscontrato: se la data di ovulazione non cambia durante i cicli, devi solo scegliere meglio il momento in cui avere un rapporto sessuale (4 giorni prima del processo di ovulazione o 4 giorni dopo, inoltre più i rapporti sono frequenti durante questo periodo, maggiori probabilità hai di restare incinta!).
Se invece la data varia da un ciclo all’altro, estendi i rapporti sessuali a un periodo ancora più lungo.
Nel caso in cui l’ovulazione sia molto irregolare o non abbia luogo, il tuo ginecologo ti prescriverà delle analisi del sangue, per poter individuare eventuali squilibri ormonali.
 

Infezione ginecologica, possibile causa di sterilità

Alcune infezioni ginecologiche non sono facili da scovare perché non si percepiscono. Altre hanno sintomi molto leggeri ai quali non prestiamo attenzione... quando invece dovremmo!

Il batterio più difficile da individuare è senza ombra di dubbio la Chlamydia: si trasmette attraverso rapporti sessuali non protetti (tra il 5 e il 20% delle donne ne sarebbe affetto) e spesso non si riscontrano sintomi. Questo germe è in grado di provocare un’infezione alle tube di Falloppio, tube che si presentano come dei canali percorsi dall’ovulo per raggiungere l’utero. Se si contrae il virus, le tube si possono ostruire e persino danneggiare, soprattutto se si tratta di un'infezione che si ha da tempo. Questo processo potrebbe impedire e ostacolare la fecondazione.

Le cure

> Non smetteremo mai di ripeterlo: una visita annuale dal ginecologo non serve soltanto per farsi prescrivere la pillola o dei farmaci contro la cistite! Solo il ginecologo potrà chiarire i tuoi dubbi e ti dirà con certezza se qualcosa non va.

> Se l’infezione viene individuata in tempo, è prescritta una semplice cura farmaceutica, spesso a base di antibiotici.

> Se invece le tube sono ostruite o totalmente occluse, l’unica soluzione è quella di ricorrere a un’operazione. In seguito, per diventare madre, dovrai ricorrere alla fecondazione assistita.

Le mie ovaie non funzionano come dovrebbero

Le ovaie hanno il compito di produrre ovuli. Esistono due cause principali che possono ostacolare il loro corretto funzionamento:

- un’insufficienza ormonale
Un gran numero di ormoni dai nomi alquanto strani (LH -ormone luteinizzante-, FSH -ormone follicolo-stimolante-, progesterone, estrogeni e altri ancora) influiscono sul funzionamento delle ovaie. Un disturbo nel funzionamento di uno qualsiasi di questi ormoni può diventare un ostacolo per il processo di ovulazione. Tramite il dosaggio ormonale (che ricordiamo si effettua attraverso un prelievo del sangue) si può individuare un eventuale malfunzionamento.
Nella maggior parte dei casi, queste anomalie vengono trattate con semplici cure, attraverso l’assunzione di farmaci (per un periodo prestabilito) in grado di far funzionare correttamente il nostro organismo.

- una cisti alle ovaie
Individuata per mezzo di un’ecografia pelvica (non preoccuparti! Si tratta di un esame indolore), la cisti alle ovaie è molto comune ma non sempre rappresenta un ostacolo per la riproduzione.
Tuttavia è bene controllare i suoi possibili cambiamenti (grandezza e posizione) e molto spesso grazie a una semplice operazione la cisti puo' essere asportata velocemente.

Il mio utero non funziona come previsto

L’utero di solito permette all’embrione di svilupparsi. Durante questo processo, si ricopre di una mucosa (l'endometrio) che permette all'embrione di annidarsi nell'utero.

Cos'è che può creare un problema?
A volte può essere presente una cisti all’utero che ostacola l’insediamento dell’embrione. Anche l'endometriosi (la presenza di parti di mucosa in aree inappropriate) può intralciare la fecondazione. Inoltre talvolta l'utero stesso presenta una malformazione che gli impedisce di preservare un ovulo fecondato.

Gli esami
Per vederci chiaro, è meglio fare alcune analisi: l’isteroscopia (si introduce un sondino attraverso la cavità uterina, per verificare che nulla sia ostruito) oppure la video-laparo-chirurgia (pur prevedendo l’anestesia, quest’operazione è comunque un intervento leggero).

Le soluzioni
> Il tuo ginecologo ti prescriverà innanzitutto una cura farmaceutica, se il tuo problema non risulta grave (una cisti che può riassorbirsi col tempo oppure un endometriosi superficiale)

> Spesso però un intervento chirurgico può rivelarsi la migliore soluzione per poter aver un figlio (grazie a un successivo corretto funzionamento dei tuoi organi).

> Per finire l’ultima soluzione possibile consiste in un ciclo di fecondazione assistita. 

Forse il problema dipende dal mio partner...

In passato, per molto tempo, quando una coppia non riusciva ad avere figli, si pensava subito che il problema dipendesse dalla donna. Invece il problema può venire benissimo dall’uomo!

Quando agire?
Subito quando inizi a consultare lo specialista.
Il tuo partner dovrà rispondere ad alcune domande che risulteranno necessarie per la tua pratica.


Uno dei primi esami che la coppia dovrà effettuare sarà lo spermiogramma, per analizzare la qualità degli spermatozoi, la mobilità e la forma. Inoltre si può anche effettuare un dosaggio ormonale del testosterone, per permettere cosi’ l’analisi del liquido seminale. Così facendo, andrai verso una soluzione radicale del problema.

Le soluzioni?
Se lo sperma del tuo partner si rivela “debole“ (non contiene molti spermatozoi oppure gli spermatozoi sono inefficienti e non molto attivi), la medicina può venirti incontro. Dovrai allora ricorrere alla FIVET (Fertilizzazione In Vitro con Embryo Transfer): verrà prelevato uno dei tuoi ovuli che sarà poi fecondato in provetta da uno degli spermatozoi del tuo partner, spermatozoo che sarà comunque scelto accuratamente perché non deve presentare nessuna anomalia, (questa tecnica è chiamata anche ICSI - Intracytoplasmatic Sperm Injection-).

 

Consigli di uno specialista, sulla riproduzione

Quando richiedere un consulto?
Dipende tutto dall’età e da quanto termpo la coppia prova inutilmente ad avere figli: se è da più di un anno, è opportuno rivolgersi ad uno specilista.

Tuttavia, una donna che supera i 35 anni di età puo’ aspettare anche meno, prima di fare un controllo. Invece una donna che ha più di 40 anni deve rivolgersi subito a uno specialista, se sente il desiderio di avere un figlio!
A volte puo’ capitare di sentirsi giovani dentro ma di non avere più l’età migliore per portare a termine una gravidanza. Se si aspetta quindi per troppo tempo, il rischio di non poter aver un figlio puo’ diventare maggiore.

Anche gli uomini devono sentirsi pronti...
C'è una differenza sostanziale tra gli uomini, che spesso non si sentono pronti per impegnarsi, e le donne, che devono fare i conti con il proprio orologio biologico. Gli uomini devono capirlo!

Quali sono le principali cause della sterilità?
Grazie all’uso del preservativo, i problemi legati all’ovulazione o alle tube (dovuti a eventuali infezioni) diminuiscono. Eppure bisogna prendere in considerazione l'ipotesi che il problema dipenda dal nostro partner, dato che la sterilità degli uomini è in continuo aumento.

Cosa pensare della pillola anticoncezionale?
La pillola non fa diventare sterile, tuttavia mentre la prendiamo il tempo passa e noi invecchiamo!

La qualità della vita di oggi con le radiazioni, come quelle emanate dal cellulare, puo’ risultare pericolosa?
Il cellulare non provoca la sterilità, il fumo invece si!
Inoltre spesso la sterilità è causata dallo stress, una sindrome comunque inevitabile per le donne che desiderano avere un figlio!
 
Quale percorso seguire?
Qualsiasi dubbio deve spingerti ad adare dal medico. Devi rivolgerti al tuo ginecologo o meglio ancora, direttamente a uno specialista. Il medico generico non potrà risolvere il tuo problema.

Sentiamo dire spesso che puo’ trattarsi di un problema psicologico...
Tuttavia raramente è così. Esistono ben altri motivi ed è impossibile ostacolare una gravidanza, psicologicamente e inconsciamente!

Intervista alla dottoressa Belaïsch-Allart, ginecologa e ostetrica dell'ospedale Jean-Rostand di Sèvres, in Francia.

 

 L'articolo preso dal sito alfemminile.it

 

 

 

 

martedì 2 settembre 2014

Aspetti psicosessuali nelle coppie infertili

L’infertilità di coppia sta diventando una condizione sempre più diffusa. Per definizione essa è l’impossibilità ad avere figli, o ad ottenere una gravidanza dopo almeno un anno di rapporti sessuali non protetti (World Health Organization, 1992).
Le cause che portano a questa situazione possono essere di tipo organico e non. In questi ultimi casi si parla di sub-infertilità, nel senso che le condizioni non sono irreversibili, ma occorre ripristinare un equilibrio che per qualche ragione si è incrinato.
Nella maggior parte dei casi occorre avere un approccio integrato, che consideri cioè sia le componenti organiche che psichiche.
Il desiderio di avere un figlio non è solo qualcosa che appartiene alla natura umana, ma anche alla storia di ciascun individuo, all’ambiente in cui si è inseriti, al rapporto di coppia e quindi dipende da un insieme di variabili socioculturali che vanno al di là degli aspetti istintuali o biologici.
Occorre innanzitutto ricollocare la difficoltà nella coppia e non, a un solo partner (spesso la donna), evitando quindi situazioni in cui è solo la donna  a chiedere aiuto per le difficoltà procreative e ad assumersi la responsabilità della genitorialità non realizzata. 
Vi sono infatti dei modi diversi di vivere l‘infertilità a seconda del genere sessuale. Ciò è dato anche dal significato diverso che viene attribuito alla maternità e alla paternità (Hardy et al, 1999). Mentre la maternità infatti è definita biologicamente e la madre è colei che porta in grembo il figlio, il padre è il marito o il compagno della madre, almeno socialmente.

L’essere madre nasce durante la gravidanza,  il parto e si consolida durante i primi mesi di vita attraverso l’allattamento. La paternità invece passa attraverso il ruolo nel concepimento e si costruisce alla nascita. In questo modo anche l’infertilità si carica di connotati differenti per l’uomo e per la donna, significati che sono modulati anche dal contesto socioculturale in cui la coppia è inserita.
Spesso la”colpa” viene attribuita alla donna creando delle difficoltà nel coinvolgimento del partner necessario per poter affrontare il problema. Quindi le donne vivono in maniera più negativa la condizione di infertilità, perché non è solo un fallimento biologico che mette in discussione il fondamento stesso della femminilità, ma è anche motivo di biasimo sociale.
Le reazioni più comuni sono quindi depressione, ansia, bassa autostima, rabbia, biasimo, rassegnazione e ostilità. Nell’uomo invece si traduce più in un senso di incapacità a riprodursi, ma spesso non intacca il funzionamento sociale ed emotivo.
Da alcune ricerche condotte su coppie infertili, emerge che la condizione di infertilità ha un’influenza importante sulla personalità di questi soggetti, in particolare ci si riferisce alla tendenza alla riservatezza e chiusura della coppia nei confronti dell’ambiente esterno; introversione; ansietà; scarsa flessibilità e disponibilità; rigidità del pensiero; diffidenza; eccessivo attaccamento verso l’immagine del sè.
Tuttavia, si è cercato di verificare se vi sono delle caratteristiche in un certo senso predisponenti all’infertilità funzionale, facendo riferimento al modello psicobiologico di Cloninger (Fassino et al.,2002). A questo scopo sono stati  analizzati i tratti temperamentali e caratteriali. Da questo studio è emerso che i tratti temperamentali possono predisporre una coppia infertile a una  eccessiva reattività agli stressors sia interni (cioè nella relazione di coppia) che esterni. Inoltre i tratti caratteriali possono essere utili per spiegare le difficoltà nell’utilizzo di strategie adeguate di coping, che rafforzano l’attivazione di meccanismi biologici e conseguentemente riducono la possibilità di una gravidanza.
In particolare uomini e donne non fertili sono caratterizzati dall’essere maggiormente cauti, passivi, paurosi e insicuri. Ciò significa che tendono a inibire il loro comportamento in risposta a stimoli percepiti come nocivi, e reagiscono agli stressors con elevati livelli di ansia e depressione.
Inoltre gli uomini presentano una scarsa attività esplorativa, scarsa iniziativa, insicurezza e mancanza di reattività ai cambiamenti e alle novità. Questa situazione si traduce in maggiore ansia  relativa alla paternità. Gli uomini cioè non sono in grado di pensarsi come padri futuri, o non si sentono in grado di gestire questo cambiamento della loro vita.
Ulteriori studi hanno poi evidenziato come gli uomini sottoposti a tecniche di fecondazione (in particolare IVF) siano più soggetti a depressione clinica, isolamento sociale e ridotto successo sul lavoro (Saleh et al, 2001).
Le donne invece mostrano una certa immaturità, una mancanza di progettualità riguardo al sè, sono più critiche e più chiuse verso gli altri, e hanno difficoltà ad accettare le proprie responsabilità. Anche in questo caso si rivela un senso di inadeguatezza alla maternità. In generale, si riscontra una difficoltà nell’investimento emozionale verso i bisogni altrui, e una mancanza di maturità che alimenta la situazione di stress all’interno della relazione. 
Queste osservazioni vengono confermate anche da altre ricerche effettuate con altri strumenti di diagnosi psichiatrica, in cui vengono analizzate donne sottoposte a IVF (Salvatore et al., 2001). In particolare viene confermata la presenza di elevati livelli di ansia e di tensione emozionale, non vi sono livelli patologici di depressione o di disordini di personalità, ma una certa tendenza all’ipocondria e alla paura di avere un corpo malato e non funzionante.
Ansia, somatizzazione e ipocondria, sembrerebbero essere tratti distintivi di donne che si sottopongono per la prima volta a tecniche di fecondazione.
Si delinea inoltre un profilo di passività e di emotività particolarmente evidente nella relazione con il partner. Infatti oltre a essere caratterizzate da maggiore riservatezza e  pessimismo con una leggera depressione, le donne hanno la tendenza a delegare le responsabilità al partner, ma al tempo stesso sono anche più critiche e insoddisfatte della loro relazione, sia da un punto di vista emozionale che sessuale.
E‘ presente quindi una indiretta aggressività che convive con sentimenti di vittimismo e atteggiamenti di rimprovero e di colpa verso il partner. Al tempo stesso è presente uno stile comunicativo di tipo seduttivo che rimanda all’isteria.
Si rende necessario quindi nello studio delle coppie infertili, non soltanto analizzare caratteristiche predisponenti (quali l’ansia, la maturità, la “disponibilità” al cambiamento...),  ma anche le capacità di gestione dello stress e l’equilibrio della coppia.
Quindi, accanto a un’indagine di tipo biologica, è opportuno considerare le componenti psicologiche che sono investite dal soggetto durante questa scelta particolare della sua vita.
Occore cioè considerare il paziente (o meglio la coppia in questo caso) nella sua totalità. È necessario cioè porre attenzione al desiderio di genitorialità, che implica non solo la creazione di una terza persona immaginaria, ma  anche la gestione di un “fallimento naturale” e l’intrusione di terzi che,  in maniera artefatta, guidano e condizionano la realizzazione del desiderio di coppia.
La scelta della procreazione assistita rappresenta un momento che segna la storia della coppia indipendentemente dai risultati che si otterranno. e che richiede di fare i conti con la propria incapacità procreativa e di lasciarsi invadere nella propria intimità per realizzare il desiderio finale della genitorialità
Tale situazione quindi, non solo crea di per sè un distress che richiede l’adozione di strategie adeguate perché non si sviluppi un disturbo depressivo reattivo, ma comporta lo stravolgimento della relazione diadica in particolare della dimensione sessuale (Strauss, Boivin, 2002).
La letteratura identifica una serie di persone a rischio che più di altre necessitano di un supporto psicologico (Boivin, 2002). Si tratta di coloro che hanno già avuto esperienze di grande distress (anche legate alla gravidanza, come ad esempio aborti o fallimenti precedenti ai trattamenti per la fertilità), con una particolare struttura di personalità, o problemi psicologici, o ancora con predisposizione a patologie genetiche. Oppure persone in cui la genitorialità rappresenta il nucleo centrale della vita adulta, o che si trovano in determinati contesti ambientali e culturali in cui la coppia che non ha figli viene emarginata socialmente o non ritenuta una reale famiglia.
I fattori personali da prendere in considerazione sono: psicopatologie pregresse (es.disturbi di personalità, depressione); infertilità primaria; genere sessuale; genitorialità come nucleo centrale della vita adulta; utilizzo di strategie di coping disfunzionali (in particolare di tipo evitante).
L’infertilità produce ansia, sofferenza e insicurezza. Per una coppia affrontare l’infertilità significa rivedere il progetto immaginario di famiglia e accettare di essere invasi dall’Altro, che priva, almeno in parte, la ricerca di un figlio come evoluzione naturale della propria unione, dal momento che la coppia non basta più a se stessa per poter  passare della diade alla famiglia. L’invasione passa non solo dagli esami clinici, ma soprattutto dal monitoraggio dei rapporti sessuali che vengono programmati, pianificati e finalizzati alla gravidanza.
Dunque, sessualità e infertilità sono associati in differenti modi (Darwish, 2002). Non solo è una delle dimensioni che più risente delle difficoltà ad avere figli, ma può costituire un dato importante durante la diagnosi, dal momento che  i problemi sessuali possono essere concause dell’infertilità . Quindi è opportuno distinguere i problemi sessuali come causa di infertilità e i problemi sessuali secondari all’infertilità.
Nel primo caso infatti le difficoltà sessuali della coppia vengono mascherati dall’infertilità, ma da un’attenta anamnesi possono emergere scarsa frequenza dei rapporti, vaginismo, dispareunia, mancanza di desiderio sessuale, disfunzioni erettili. Nel secondo caso invece, l’infertilità ha una ripercussione sulla vita sessuale della coppia in termini di calo della libido e anorgasmia. Inoltre l’infertilità ha delle conseguenze a livello dell’immagine corporea, dell’autostima e dell’umore (maggior nervosismo, ansia e depressione), aspetti che indirettamente influenzano negativamente la vita sessuale della coppia.
E’ importante quindi affrontare le problematiche sessuali per restituire (o assegnare per la prima volta) alla sessualità il valore che riveste  nella coppia, aldilà della finalità riproduttiva.
Nelle coppie infertili quindi, la mascolinità e la femminilità vengono misurati in funzione della propria capacità riproduttiva, per cui il rapporto sessuale viene visto come mezzo per affermare la propria potenza sessuale .
L’esistenza di singoli individui e di coppia potrà assumere valore solo in presenza di un figlio. Il rapporto assume la valenza di  un dovere dove vengono meno le dimensioni del piacere e del desiderio.  Il sé viene caricato di un senso di inadeguatezza e di nullità per la mancanza o il ritardo nell’arrivo di un figlio (Kemeter, Fiegl, 1998).
Se da una parte quindi la diagnosi di infertilità può avere effetti negativi sulla coppia, è anche vero che spesso queste sono problematiche preesistenti che in situazione di difficoltà vengono accentuati. Ciò significa che pregressi problemi sessuali possono amplificarsi, le difficoltà comunicative possono peggiorare, così come la rabbia o sentimenti di aggressività e di colpa verso il partner.
La potenziale distruttività per la coppia si colloca quindi nell’approccio all’infertilità, cioè nel modo in cui viene vissuta dal marito e dalla moglie (Pasch et al., 2002). In contrasto alle mogli, i mariti vivono l’infertilità come una minaccia alla propria autostima, mentre nel caso delle donne la bassa autostima e la relazione maritale sono due cose differenti.
E’ evidente dunque, che la diagnosi di infertilità ha un impatto notevole sulla qualità della vita, la relazione maritale e la funzionalità sessuale (Monga et al, 2004) della coppia.

lunedì 1 settembre 2014

Le storie ed esperienze delle donne che sono ricorse alle procedure della pma

     Perche si arriva all'ovodonazione? questa è la storia di una ragazza, a 32 anni possiamo chiamarla ragazza, che all'età di 17 anni inizia il suo calvario che si concluderà con l'asportazione di un ovaio e la diagnosi di Endometriosi che possibilità le restano per avere un figlio?
     "Ed eccomi qua a raccontare la mia breve storia...dico breve perche c'è ben poco da raccontare. Dunque sono nata il 10 aprile del 1975. All'età di 17 anni inizio ad accusare dolori fortissimi all'addome...i dolori si fanno sempre più forti fino a farmi perdere i sensi... mia mamma decide di portarmi al pronto soccorso mi dicono che ho delle cisti ovariche e decidono di operarmi e che non ci sarebbero stati problemi se avessi voluto dei figli...ma io all'epoca non ci pensavo neanche.
     Ecco che dopo quell'intervento inizia il calvario. Mi asportano un ovaio passa qualche mese e non ho più le mestruazioni, cosi mi danno la pillola...vado avanti cosi per qualche anno...ma ecco che i dolori si fanno risentire... mi ricoverano di nuovo e nel giro di 1 anno mi operano 2 volte non erano semplici cisti ovariche...ma bensi quella maledetta endometriosi....da allora sono passati gli anni. Sono cresciuta e ho cominciato a sentire il desiderio di avere un bambino. Ma in maniera naturale non arrivava... chiedo se posso fare qualcosa ..che so..un intervento...oppure fecondazione in vitro...ma sono in molti i ginecologi che mi dicono la stessa cosa..."Non servirebbe a niente sprecheresti tempo e denaro"...allora mi dicono ovodonazione!!! bene mi informo..faccio diverse ricerche su internet ed ecco che parto per questa avventura...sono andata a brno republica ceca....adesso sono qui ad aspettare di fare il test...saranno lunghi questi giorni di attesa ma spero con tutto il cuore un esito positivo..... "
...e noi possiamo solo dirle:
in becco alla cicogna :!
Prima donna europea ad avere una bambina con la tecnica di ovodonazione!!!
     Sono stata la prima donna europea ad avere una bambina con la tecnica di ovodonazione: la procedura ha avuto luogo a Milano nel 1984 e 9 mesi dopo ho partorito una bella bambina. La donatrice è stata mia sorella minore Anna. L’intervento è riuscito al primo tentativo. Mi ero sottoposta negli anni precedenti a svariati tentativi di fecondazione artificiale e FIVET, ma senza successo. Finalmente un medico mi propose la ovodonazione che allora era ancora allo stato sperimentale; ne parlai con mio marito e con mia sorella e tutti furono subito d’accordo. Sono contentissima di questa mia decisione.
     Durante tutti questi anni ho incontrato tante coppie con problemi di sterilità e mi sono ormai fatta un’esperienza piuttosto vasta in questo settore, anche attraverso pubblicazioni, convegni, ecc.
     Uniamo le nostre forze tutti quanti noi con problemi di sterilità;, in modo che la nostra voce venga ascoltata anche dalle persone fertili, che non avendo problemi, spesso non capiscono e non si immedesimano nella nostra situazione. Facciamo loro capire che i nostri problemi di oggi potrebbero essere quelli dei loro figli domani.
     La recente legge italiana del 2004 sulla riproduzione assistita, così severa e restrittiva, costringe molti italiani a recarsi all’estero, dove trovano leggi più aperte e liberali.
     I difensori di questa recente legge dicono che hanno a cuore il "supremo interesse dell’embrione", ma evidentemente dimenticano che sempre in Italia, un’altra legge del 1978 permette l’aborto fino al 3° mese, in pratica su semplice richiesta della donna, ed anche oltre in caso di anomalie fetali. Comprendiamo come la richiesta di abortire sia spesso frutto di una decisione molto sofferta e travagliata, ma chiediamo altrettanta comprensione nei nostri riguardi.
Una malatia rara!!!!!!
     Ho una patologia rara: la sindrome da disgenesia gonadica pura, la cui causa è sconosciuta. Sono nata, a quanto sembra, già in menopausa cioè con le ovaie atrofizzate.
     Pochi sanno che una situazione del genere comporta, oltre alla sterilità assoluta, una serie di altri problemi della crescita. Senza la gettata ormonale che si verifica alla pubertà, innescata dall'inizio della funzionalità ovarica, le ossa e i muscoli si accrescono fragili e tutto il fisico è scompensato dalla mancanza di ingredienti fondamentali come gli estrogeni e il progesterone, gli ormoni prodotti appunto dalle ovaie. Mentre tutte le mie coetanee attraversavano la loro adolescenza con i problemi tipici della crescita puberale, io rimanevo sempre con il mio fisico acerbo da bambina, anche a 14-15 anni: niente seno, niente forme, niente ciclo mestruale di cui sentivo parlare dalle amiche, magra come un chiodo, al punto che venivo scambiata per anoressica, anche dagli stessi medici, che purtroppo hanno tardato a intuire il vero problema.
     Passavano i mesi e gli anni, aspettavo di vedere maturare il mio corpo, come tutti, ma niente. In più, a causa della fragilità ossea e muscolare, è sopraggiunta una grave scoliosi. La mia femminilità era spaventosamente compromessa. Quanto avrei voluto i problemi tipici degli adolescenti! Quanto mi sentivo (ed ero) diversa!
     Finalmente, a 16 anni, un medico lungimirante, che mi prescrisse analisi più mirate, capì che avevo bisogno della terapia ormonale sostitutiva come una persona con la menopausa precoce. Ben presto seppi anche di essere irrimediabilmente sterile. L'angoscia provata, e solo in piccola parte ora metabolizzata, è stata ed è indescrivibile. Non è un male mortale, evidentemente, ma si rischia di morire dentro. Una speranza mi fu data anni fa dalla mia endocrinologa: mi disse che sarei potuta diventare madre grazie all'ovodonazione! In questi anni mi sono sempre aggrappata a questa speranza per ricomporre in qualche modo i mille pezzi in cui era andata a finire la mia integrità di donna.
     Ora che ho un meraviglioso marito, che mi ama davvero così come sono e ha accettato di condividere con me questa croce, proprio sul punto di compiere il passo tanto atteso per diventare mamma, è arrivata la legge 40 che vieta la donazione di gameti anche nei centri privati (nel pubblico era già inspiegabilmente vietata), infierendo sulla ferita già aperta e lasciandomi sbigottita dal dolore.
" madre e nonna di mio figlio "
     Partorisce fra un mese la romana di 61 anni che ha ricevuto l' ovulo dalla nuora e il seme dal marito. in agosto anche Concetta Ditessa, 62 anni, casalinga calabrese, dara' alla luce un altro maschietto. i casi di ovodonazione ne parla il ginecologo napoletano Raffaele Magli.
     NAPOLI . Un mese, appena un mese per diventare madre a 61 anni. E un mese, un solo mese per trasformare un incubo in un sogno ad occhi aperti. Tra le pareti della sua bella casa romana, la donna consuma gli ultimi giorni di una gravidanza inseguita come un miraggio. Il suo unico figlio mori' un paio d' anni fa in un incidente stradale: aveva 32 anni, una moglie innamorata ed un brillante futuro da medico. Tutto fu cancellato in un attimo. E la disperazione sembro' inghiottire l' intera famiglia, facendola sprofondare nel buco nero di un dolore senza vie d' uscita. La sola a non arrendersi fu la madre. Ed oggi la sua illusione assume il dolce profilo della speranza. Fra trenta giorni, o poco piu' , la donna partorira' un maschietto al quale verra' dato il nome del fratello scomparso. E di quel bambino, concepito a 61 anni con la tecnica dell' ovodonazione, sara' non solo madre, ma anche un po' nonna. Come e' possibile? A spiegarlo e' Raffaele Magli, il trentaseienne ginecologo napoletano che ha assistito la donna fin dal primo momento. "L' ovulo e' stato donato dalla nuora della paziente, mentre il seme che l' ha fecondato appartiene al marito . afferma il medico .. Certo, e' una vicenda abbastanza particolare, visto che tutta la famiglia ha fatto in modo che una nuova vita sostituisse quella scomparsa. Cio' che e' sicuro, comunque, e' che in quella casa dopo mesi e mesi di angoscia e' finalmente tornata un po' di tranquillita' e di fiducia. "La signora venne da me per la prima volta un anno fa e, dopo quattro tentativi, ottenemmo il risultato sperato. Durante la gravidanza non c' e' stato alcun problema, come del resto negli altri casi che abbiamo in osservazione". Gia' , perche' l' anonima sessantunenne romana non e' l' unica donna con i capelli spruzzati di bianco ad essere sul punto di mettere al mondo un figlio. Le fa compagnia Concetta Ditessa, 62 anni compiuti il 19 febbraio scorso. Ad agosto dara' alla luce un maschio, che chiamera' Raffaele in segno di gratitudine verso il ginecologo napoletano. Sposata da 39 anni con un commerciante di prodotti ortofrutticoli, di 5 anni piu' giovane di lei, Concetta vive in un paesino della Calabria. E tra quelle povere case perse all' estremo lembo della penisola, la donna credeva tramontata ogni speranza di diventare madre. La tubercolosi, contratta in giovane eta' , le aveva procurato una "impervieta' tubarica bilaterale", un termine tecnico che all' epoca nascondeva una verita' difficile da accettare: Concetta non avrebbe mai potuto avere figli. "Nel 1978, quando nacque Louise Brown, la prima bimba in provetta, la donna era gia' in menopausa . racconta il dottor Magli .. Impossibile, dunque, tentare la strada della fecondazione in vitro. Per ben sei volte, Concetta provo' con l' ovodonazione: tre in Italia e tre in Inghilterra, ma senza alcun esito. Venne da me nel marzo ' 90. "A presentarmela fu una sua cugina che avevo assistito con la fecondazione in vitro, facendole partorire due gemelli. In quattro occasioni i tentativi andarono a vuoto. Cosi' decisi di sospendere la terapia per un anno, in modo da studiare con piu' attenzione il caso. Il 20 novembre del ' 91, infine, l' intervento riusci' alla perfezione con l' impianto nell' utero di 5 embrioni e 4 cellule. A donare l' ovulo e' stata un' amica di Concetta, una donna di trent' anni che le e' stata vicina sin dall' inizio. La gravidanza? Procede senza ostacoli. E sono convinto che non ce ne saranno fino al momento del parto". Ma e' davvero tutto cosi' facile? Davvero Concetta, a 62 anni, sara' una madre come tante altre? Lei ne e' convinta. "Volevo questo bambino fin dal primo giorno di matrimonio . ha confessato durante i lunghi colloqui con il ginecologo .. Adesso mi sembra un miracolo che questo sogno si sia avverato. Lo so, mio figlio crescera' on una mamma anziana come una nonna. Ma ci sono le mie sorelle, che sono piu' giovani di me e potranno aiutarmi". Raffaele Magli aggiunge: "Prima di assistere la signora Ditessa, le ho chiesto di incontrarsi con uno psicologo per verificare se al suo desiderio di maternita' corrispondeva una scelta matura. Ed una volta ricevuta questa conferma, ho cominciato la terapia. Adesso basta, pero' : d' ora in avanti prendero' in cura solo pazienti che non abbiano superato i cinquant' anni d' eta' ". Come mai, dottor Magli? Ha qualche scrupolo? "Non e' questo il problema . replica secco il ginecologo .. Con l' ovodonazione, una donna biologicamente sana e piu' giovane dell' eta' anagrafica puo' avere figli anche oltre i sessant' anni. Ma c' e' da pensare al destino di questi bambini. Anche se sono tanti quelli che vivono con i nonni senza riportare alcun trauma. Anzi, spesso crescono piu' sereni. Le implicazioni morali, comunque, esistono. E non me la sento piu' di affrontarle da solo". Enzo d' Errico
Non è record ma quasi
     Non è record ma quasi: un'impiegata di Arezzo, 57 anni, ha dato alla luce un bambino. Il piccolo - si legge su QN - è nato la scorsa settimana con parto cesareo all'Ospedale San Donato. Pesa 3 chili e 60 grammi e sta bene.
     La donna (l'identità è sconosciuta) sfiora il traguardo di Rosanna Della Corte, che a 62 anni aveva partorito il suo primogenito. Il bimbo nato al San Donato non sarebbe invece il primo per la cinquantasettenne ma, secondo QN, il terzo. Il primogenito sarebbe però morto in un incidente stradale alcuni anni fa.
     Avere un bambino a 57 anni è stato possibile seguendo una tecnica di fecondazione non ammessa in Italia, ma in diversi altri paesi europei tra cui Spagna, Grecia e Romania (dove si è recata la coppia). Come funziona? Viene scelta una donatrice in base al profilo genetico e alla compatibilità con la coppia ricevente. La donatrice inizia un ciclo che le consente di ottenere un numero adeguato di ovociti. Gli embrioni ottenuti, fecondati dal seme del marito, vengono trasferiti nell'utero della donna ricevente per dare inizio alla gravidanza.
     Nell'ultimo anno ci sono stati altri due casi di donne che hanno avuto figli con l'ovodonazione: la prima a 46 anni e la seconda a 51.
La donna è di Milano: «Perché dovrebbero vietare un metodo che crea una nuova vita?»
     MILANO - Di quel colloquio che decise la sua vita ricorda tutto: la disposizione delle poltrone nello studio, i libri sulla scrivania, l’abito che indossava. Il dottore fu diretto: spiegò che alcune decisioni le prende il medico, «ma poi sarebbe toccato a noi scegliere chi, fra me e mio marito, avrebbe dovuto rinunciare al desiderio di tramandare il proprio Dna al bimbo che cercavamo da anni». Le possibilità erano due: utilizzare spermatozoi di un donatore oppure ovociti di una donatrice. Non scegliere avrebbe significato riprendere il pellegrinaggio da un centro specializzato all’altro sperando ancora nel «miracolo» di una gravidanza con i propri gameti (seme del marito, ovulo della moglie), Fivet dopo Fivet, e il conto era già arrivato a quota sei. Sei tentativi di fecondazione omologa in provetta finiti male. Paola (non è il suo vero nome, non vorrebbe neppure dire che è di Milano, la voglia di «normalità», ora che tutto è finito, è troppo forte) imboccò la seconda via: a 38 anni disse sì ad un tentativo di ovulodonazione, che consiste nell’accettare un ovulo da una donna fertile, accettare che venga fecondato con il seme del coniuge e portarlo in grembo per nove mesi, pregando il cielo di arrivarci, al nono mese. «Quel colloquio ci spinse ad una decisione che, vista con la felicità del meraviglioso bambino che ne è nato, nessuno ha mai rimpianto», dice adesso il medico di Paola, Augusto Enrico Semprini, immunologo riproduttivo, terzo protagonista di questa storia lunga dieci anni, cominciata con una diagnosi di infertilità; passeggera («Abbia un po’ di pazienza e vedrà che il bimbo arriva», dicevano all’inizio i medici, tratti in inganno dalla giovane età di Paola) e terminata con un figlio che oggi ha due anni e che, legge sulla fecondazione assistita permettendo, potrebbe avere presto un fratellino o una sorellina.
     Perché Paola vuole riprovarci, per il secondo figlio. «Che alternative avevamo? - chiede -. Non si sceglie un compagno o una compagna in base alla sua fertilità;. E qualche volta l’unico elemento che manca per realizzare una famiglia è proprio questo. Se la legge vieterà la fecondazione eterologa faremo come tutti gli altri: andremo all’estero».
     Ci sono donne che, ingannate dalla ciclicità mestruale, sono convinte che l’ovaio sia fertile per scoprire poi, con il passare degli anni, che è invece in menopausa riproduttiva e che l’unico modo per avere un figlio è chiedere una cellula ovarica ad un’altra donna. E’ il caso di Paola e di mille altre in fila per un figlio nei centri dove le liste d’attesa per la fecondazione eterologa sono di 300, 500 coppie. «Questo dovrebbe condizionare una visione più aperta - dice Paola -. La legge permette l’espianto di organi per mantenere una vita. Non è paradossale vietare che un altro tipo di donazione possa contribuire a crearne una nuova?».
     Non che la strada dell’ovodonazione sia stata facile. I primi due tentativi finirono in nulla, «cominciammo a sospettare che l’origine del problema fosse maschile - riprende il medico Semprini -. Poi al terzo tentativo finalmente si ottenne la fertilizzazione e un impianto felice dell’embrione sulla parete uterina, con un decorso agevole della gravidanza e la nascita a termine di un bel maschietto».
     Figlio di chi? Dal marito di Paola: gli spermatozoi sono i suoi. Ma la mamma? Conta più Paola, che lo ha portato in grembo e che lo sta crescendo, o la donna che ha fornito l’ovulo? Semprini la risolve così: «Quando lo guardo, mi è impossibile ricordarmi che una microscopica parte del suo patrimonio genetico, meno del 5%, è specifico della donatrice e non dei suoi veri genitori. Mentre la felicità di questa coppia è il conforto migliore per tutte le delusioni provate ogni volta che i tentativi fallivano».
     Paola è serena. Suo malgrado, ha dovuto farsi una cultura su tecniche e fecondazione, cromosomi e Dna. «E ho imparato che un bambino deriva dai 23 cromosomi paterni e 23 materni. La maggior parte delle informazioni genetiche riguardano strutture che caratterizzano per esempio i globuli rossi, la formazione delle camere cardiache, la lunghezza dell’intestino. Questo materiale, diciamo così comune, è più del 95% del set cromosomico. E’ piccolissima invece la parte di Dna che caratterizza un particolare forma del mento, il colorito, il taglio degli occhi». Poi ride: «Semprini me lo dice sempre: fosse stato davvero tuo, non ti somiglierebbe così tanto».