venerdì 29 aprile 2016

Progesterone in gravidanza: l’effetto sulla translucenza

Plica nucale ecografia         Di norma, la rilevazione ecografica di un suo ispessimento induce l’esecuzione di ulteriori accertamenti: infatti, tanto maggiore è lo spessore di quest’area e dei tessuti molli circostanti, tanto maggiore viene considerata la probabilità che il nascituro sia portatore di anomalie cromosomiche o di alcune specifiche malformazioni, cardiache o a carico di altri organi.   In ogni caso, nonostante il suo importante ruolo in qualità di screening per la trisomia 21, l’uso della translucenza nucale è ancora considerato controverso a causa dell’alto tasso di falsi positivi ad essa associati.
            L’indagine si è avvalsa di un campione di 3.716 gravide (dai 18 ai 39 anni) di età gestazionale compresa tra 11 e 13 settimane, recatesi per lo screening ecografico presso un centro medico di Roma; le mamme sono state suddivise in due gruppi, coloro che erano in terapia con progesterone esogeno (1.090 soggetti) e un gruppo di controllo (2.626 soggetti).
            A priori, sono state escluse dal campionamento tutte le donne in gravidanza gemellare o che seguivano una specifica terapia farmacologica per il trattamento di patologie croniche, come ad esempio ipertensione e diabete mellito; anche la presenza di malformazioni fetali già note è stata motivo di esclusione dallo studio.
            L’analisi dei dati ha mostrato l’esistenza di una chiara associazione (risultata statisticamente significativa) tra l’uso di progesterone esogeno e l’aumento di spessore della plica nucale fetale per ciascuna età gestazionale considerata, con un più alto grado di significatività in caso di gestazione compresa tra 11 settimane + 0 giorni e 11 settimane + 6 giorni.   Il fenomeno si è verificato indipendentemente dall’età materna, dal BMI, dalla provenienza e dalle abitudini delle donne esaminate, nonché dal sesso del feto; inoltre, il dosaggio, la tipologia e la diversa modalità di somministrazione della preparazione ormonale a base di progesterone assunta dalle mamme non ha influenzato in modo significativo lo spessore della plica nucale. 
           Anche se da tempo sono noti i potenziali effetti vasoattivi e mutageni che il progesterone può avere sul nascituro, lo studio condotto a Roma è unico nel suo genere in quanto dimostra i possibili effetti sul feto dell’introduzione supplementare dell’ormone nel corso del primo trimestre di gravidanza.
            Tra i due gruppi di donne osservate, i ricercatori non hanno rilevato differenze statisticamente significative nel tasso di incidenza di anomalie fetali/neonatali, sottolineando che la constatazione dell’aumento dello spessore della plica nucale non sempre è legato alla presenza di difetti cromosomici; infatti, il meccanismo fisiopatologico che ne è alla base non è ancora stato compreso del tutto. 
         A fronte dei risultati ottenuti, gli autori dello studio hanno esplicitato che il trattamento con progesterone riduce il valore diagnostico della translucenza nucale e mette quindi in dubbio l’effettiva necessità di eseguire ulteriori accertamenti nel caso in cui la madre sia in terapia con questo ormone.   Alla luce dei possibili effetti della terapia, gli autori auspicano che avvenga una revisione dei protocolli di somministrazione del progesterone in gravidanza, riservandone l’uso ai soli casi di effettiva necessità. 

Fonte http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25305408#sthash.o3XTfDoe.dpuf

giovedì 28 aprile 2016

Tempestività, informazione, genetica ed endometriosi, 4 indicazioni per sconfiggere l’infertilità

Quattro gli elementi da tenere in considerazione.

1. Il tempo è il nemico da combattere. “Il tempo è il primo nemico della fertilità, soprattutto nella donna: più si lasciano passare gli anni e più si abbassano le possibilità di avere una gravidanza. È quindi importante che le coppie siano indirizzate subito verso specialisti in Medicina della riproduzione”, spiega Marina Bellavia, membro del comitato scientifico del convegno e specialista di ProCrea.

2. La scienza negli ultimi anni ha fatto passi da gigante. Prosegue Bellavia: “Le continue ricerche che vengono fatte a livelli internazionale aprono scenari costantemente nuovi che possono contribuire a diagnosticare con sempre maggiore precisione il perché di una mancata gravidanza e ad individuare la possibile soluzione al problema di infertilità riscontrato. È però importante che queste informazioni siano accessibili a tutti”.

3. La genetica. “È la vera novità nell’ambito della Medicina della Riproduzione e della procreazione assistita. Grazie ai nuovi test genetici è stato rivoluzionato l’approccio arrivando a migliorare complessivamente i tassi di successo delle terapie”, spiega Giuditta Filippini, direttore di ProCrea Lab il laboratorio di genetica molecolare di ProCrea. Un esempio: “Con i test genetici possiamo andare maggiormente in profondità nel valutare la qualità del seme maschile, arrivando a individuare lo spermatozoo che presenta maggiori elementi di successo, quindi di fecondazione”. Con la genetica si sono sviluppati anche percorsi diagnostici capaci di individuare malattie genetiche rare che possono essere trasmesse ai figli.

4. Un nuovo approccio all’endometriosi. “Parliamo di una malattia silenziosa, ancora troppo poco conosciuta - e quindi spesso difficilmente diagnosticata - che influisce in modo negativo sulle possibilità di diventare mamma”, precisa Bellavia. “Le ultime linee guida della Eshre - European Society of Human Reproduction and Embryology, aprono di fatto una nuova frontiera per le donne che ne sono affette e sono alla ricerca di un figlio. La soluzione non deve essere necessariamente chirurgica con ricorso alla Fivet, ma ci sono situazioni dove è possibile intervenire con stimolazioni ormonali e inseminazione intrauterine per le quali le possibilità di una gravidanza sono ben 5 volte superiori rispetto solamente a qualche anno fa”.

Allattamento: 10 consigli su cosa bere e mangiare

/pictures/20160427/allattamento-10-consigli-su-cosa-bere-e-mangiare-1815712962[4137]x[1724]780x325.jpeg        La gravidanza è un periodo di grandi emozioni e di importanti cambiamenti. Da vivere con gioia, fiducia e serenità, certo, ma anche con una dieta bilanciata e attenta. Già durante la dolce attesa le future mamme prestano particolare attenzione agli alimenti limitando salumi e prodotti alimentari trasformati, evitando sushi, formaggio pastorizzato, pesce ad alto contenuto di mercurio e cibi crudi.
        Ora che il vostro bambino è nato, e state allattando, non c'è bisogno di essere così severe con se stesse su ciò che si mangia. Quindi non occorre essere ossessionati ad ogni boccone, ma cercare invece di scegliere una vasta gamma di alimenti nutrizionali. In concreto, è bene mangiare in modo vario ed equilibrato: frutta e verdura, carne e pesce, pasta, cereali e derivati del latte, senza dimenticare una piccola razione quotidiana di grassi.
Distribuire l'apporto calorico in cinque pasti

Dieta allattamento al seno, cosa mangiare

  • Aumentare il consumo d’acqua rispetto a quello consueto. Bere almeno 2 litri di acqua al giorno, ma fare attenzione a non eccedere nel consumo; il liquido in eccesso nel corpo può portare ad una riduzione della produzione di latte. Il bisogno di dissetarsi è d’altronde maggiore durante l’allattamento proprio perché gran parte dell’acqua viene destinata alla produzione del latte.
  • Limitare il caffè che può passare nel latte materno e quindi nel vostro bambino, e disturbare il suo sonno. La cosa migliore sarebbe berne  1-2 tazzine al giorno.
  • Mangiare verdura e frutta ad ogni pasto, che garantiscono il corretto apporto di vitamine, sali minerali e fibre alimentari.
  • Mangiare per due proprio come quando si era in attesa, infatti potrebbe essere necessario mangiare un po' di più durante l'allattamento al seno per mantenere la vostra energia. L’obiettivo è circa 400-500 calorie in più al giorno. Una buona dieta include pane tostato di grano con hummus, formaggi a pasta filata e cracker, yogurt magro mescolato con frutta fresca.


    • Distribuire l’apporto calorico in cinque pasti durante la giornata: colazione, pranzo, spuntino pomeridiano, cena ed infine è concesso un ulteriore spuntino durante la serata. In questo modo si mantiene costante l’apporto calorico. Durante gli spuntini bere acqua e preferire alimenti lattiero-caseari e frutta.
    • Evitare un consumo regolare di bevande alcoliche: l’alcool passa attraverso il latte in pochissimo tempo, in meno di un’ora circa e se assunto dal bambino in grandi quantità, può provocare grossi danni, addirittura rallentarne la crescita. Fare attenzione nel bere alcolici, anche se si tratta di un bicchiere di vino o birra consumato occasionalmente.
    • Non fumare. Al giorno d’oggi sono ormai noti i danni provocati in genere dalla nicotina e che si duplicano in caso di allattamento al seno. La nicotina passa direttamente attraverso il latte materno per poi giungere al neonato. Se la voglia di tabacco dovesse essere più forte di voi allora cercate almeno di salvaguardare il bambino fumando a distanza di qualche tempo dai pasti del bambino: fate trascorrere almeno un’ora tra l’ultima sigaretta ed il successivo allattamento, in modo tale che il corpo riesca almeno in parte ad eliminare la nicotina che avete assunto.
    • Mangiare alimenti che contengono grassi insaturi, ad esempio girasole, mais, colza ed olio d’oliva, che forniscono acidi grassi essenziali per la costruzione del sistema nervoso del bambino.
    • Prestare attenzione agli allergeni. Arachidi, noci, uova e crostacei sono i più comuni, se siete già allergiche ad uno di questi alimenti occorre consultare un parere medico.
    • L’importante è osservare la reazione del bebè: se il piccolo dovesse mostrarsi infastidito o rifiutare il seno, si potrà limitare il consumo dell’alimento non gradito

NST – Monitoraggio battito cardiaco fetale

           Il Monitoraggio del battito cardiaco fetale o NST (Non stress test) è un esame che permette la registrazione simultanea dei battiti cardiaci fetali e delle contrazioni uterine ed avviene attraverso due trasduttori sostenuti da fasce elastiche, allacciate attorno all’addome materno e collegate ad un monitor. nst
            Il test viene effettuato a partire dalla 28esima settimana di gestazione e prende il nome di Non Stress Test perché il feto non è sollecitato da contrazioni procurate durante l’esecuzione dell’esame. Il rilevatore meccanico (TOCO) avverte la presenza di contrazioni uterine, mentre la sonda ad ultrasuoni (CARDIO) rileva il battito cardiaco fetale, la sua variabilità e la reattività. Un terzo dato, relativo ai movimenti fetali, viene raccolto chiedendo alla gestante di premere un pulsante quando avverte un movimento fetale. La registrazione dura circa 30 minuti e i dati istantanei vengono registrati su carta millimetrata scorrevole. La refertazione, ad opera del ginecologo, si avvale della valutazione dei due tracciati grafici.
Картинки по запросу cordone ombelicale          L’ NST è un esame non invasivo ed indolore ed ha lo scopo di controllare lo stato di benessere fetale unitamente ai rilievi complessivi della gravidanza. E’ frequentemente utilizzato nei controlli delle gravidanze oltre il termine unitamente all’AFI, cioè la valutazione della quantità del liquido amniotico.   Durante il travaglio la registrazione del battito viene denominata cardiotocografia ed è utilizzata oltre che per la verifica del benessere fetale, anche per una valutazione indiretta dell’attività contrattile uterina. In questo caso le variazioni del battito sono più frequenti per la presenta dell’attività contrattile stessa.

Riconoscere e affrontare il periodo prodromico

          Vediamo allora in breve quali sono le più comuni caratteristiche della fase dei prodromi, per riuscire a riconoscerla più facilmente e provare a gestirla. Innanzi tutto, è bene sapere che non è semplice scovare suggerimenti “universali” per via della grande variabilità degli avvenimenti che possono presentarsi in questo periodo e delle loro tempistiche; la stessa durata della fase prodromica è estremamente incostante (da qualche ora a qualche giorno) e non tutte le mamme hanno il “piacere” di sperimentarla. In condizioni fisiologiche, è preferibile trascorrere questo periodo di tempo nel calore e nella familiarità della propria casa, dove ci si sente a proprio agio e si riesce a fronteggiare al meglio lo stress evitando di stravolgere le abitudini quotidiane. contrazioni
          In prodromi, le contrazioni uterine sono di breve durata (circa 10-20 secondi) e intervallate da periodi di pausa tendenzialmente lunghi; si manifestano in maniera irregolare essendo piuttosto variabili per frequenza, durata ed intensità e spesso si accompagnano all’espulsione del tappo mucoso (una formazione densa di colore biancastro-giallognolo con striature marroni), indicativa di una iniziale trasformazione del collo uterino in senso maturativo. - 
          Inizialmente, le contrazioni sono percepite come “fastidiose” ma con il tempo e l’incalzare del ritmo e della durata diventano progressivamente sempre più dolorose; il dolore è localizzabile dapprima a livello addominale e pelvico (ricorda vagamente i crampi mestruali), per poi diffondersi in modo più marcato nell’area lombo-sacrale, coccigea e a livello della sinfisi pubica.   Fortunatamente, i rimedi per alleviarlo sono molti! Quali? Per esempio, assumere posizioni suggerite dall’istinto, applicare una borsa dell’acqua calda nella zona dolente, farsi massaggiare, sfruttare la digitopressione, la musica e le essenze profumate. Anche fare un bagno o una lunga doccia calda sfruttando i benefici dell’acqua può aiutare: se in seguito le contrazioni cessano significa che i tempi non sono ancora maturi, se diventano incalzanti allora probabilmente il travaglio si sta avvicinando.  
           Per via del fatto che il periodo prodromico è spesso lento e faticoso, nelle mamme si alimentano il senso di frustrazione e sconforto; il consiglio è quello di rifuggire la razionale logica della pianificazione e non lasciarsi abbattere dall’idea di non vedere “una fine temporale” per questo stadio. Tutto ciò che accade al corpo in fase prodromica non è fine a se stesso, è indispensabile: le modificazioni trasformative del collo uterino (rammollimento, cambiamento di posizione e raccorciamento della lunghezza) permettono la successiva dilatazione e prendono avvio proprio nel periodo prodromico, il quale, pur nella sua incostanza, risulta importante esattamente quanto il travaglio. E’ bene quindi provare a lasciarsi andare, abbandonarsi al momento, attorniarsi di persone energicamente positive e iniziare a sperimentare quanto conosciuto attraverso il corso preparto.  
           Secondo il principio in base al quale il movimento “pro-muove” il parto, strategie quali fare una camminata, i mestieri di casa, fingere di salire le scale e ondeggiare il bacino con movimenti circolari aiuteranno a superare questo periodo, tenendo le mamme impegnate e favorendo l’insorgenza del travaglio. 
massaggio            Quando le contrazioni avranno acquisito maggiore regolarità e coordinazione (almeno 2 in 10-15 minuti, della durata di 30-40 secondi), è possibile che il travaglio sia prossimo ed è quindi opportuno afferrare la valigia e recarsi in ospedale! E’ inoltre consigliabile rivolgersi al pronto soccorso in caso di rottura delle membrane con scolo di liquido amniotico dai genitali (indipendentemente dalla frequenza/durata delle contrazioni), perdita di sangue rosso vivo, mancata percezione dei movimenti fetali o nel caso si viva un’ansia intensa all’idea di restare in casa in fase prodromica.
             E’ vero, i periodi del parto hanno una durata imprevedibile, ma la Natura è meravigliosa e ha offerto alle donne il dono dell’istinto di modo che sapessero esattamente come e quando agire: nella quasi totalità dei casi, non è mai “troppo tardi” per arrivare a destinazione!

Giri di cordone ombelicale intorno al collo, inutili gli allarmismi.

giri cordone           I giri di funicolo sono più comuni nei nati di sesso maschile, probabilmente questo dato è dovuto al fatto che i maschi hanno in media cordoni ombelicali più lunghi. Inoltre l’incidenza aumenta con il progredire della gestazione. Cos’é il cordone ombelicale e come è fatto?   Il funicolo ombelicale è un cordone che collega feto e placenta. È lungo circa 55 cm, ed ha un diametro di circa 1 cm, presenta una quindicina di volute attorno al suo asse. E’ liscio, lucente, flessibile, molto resistente e può sopportare oltre 5 kg di peso. Generalmente si inserisce al centro del disco placentare, ma è possibile riscontrare inserzioni marginali o a livello delle membrane ovulari. Il funicolo è costituito da una sostanza gelatinosa, detta gelatina di Wharton, composta da tessuto connettivo mucoso maturo, distribuita in maniera irregolare lungo il cordone e avvolta dalla membrana amniotica.   
          All’interno della gelatina si trovano i tre vasi ombelicali: una vena e due arterie. La prima, porta sangue arterioso ossigenato e ricco di nutrienti dalla placenta al feto, mentre le arterie trasportano i cataboliti e il sangue venoso non ossigenato dal feto alla circolazione materna.  La lunghezza del funicolo gli permette di essere avvolto comodamente attorno al collo del feto senza causare alcun tipo di compressione.   Una paura ingiustificata Culturalmente il cordone ombelicale attorno al collo è associato ad un pericolo e un rischio per la salute fetale sproporzionato rispetto a quanto non sia realmente. Un’adeguata informazione prenatale dovrebbe preparare la coppia a questa situazione comune e metterla a conoscenza degli interventi possibili. Il cordone ombelicale attorno al collo del neonato infatti è stato spesso additato come causa di effetti avversi o ritardi mentali nei bambini; creando una paura inspiegata. Sebbene la presenza di giri di funicolo largo non sia associata a complicanze, gli studi hanno evidenziato che i giri stretti attorno al collo aumentano il rischio di anomalie della frequenza cardiaca fetale, di parto operativo, di livelli più bassi di pH e Apgar.  Tuttavia non è chiaro se questi outcomes sono il risultato dei giri di funicolo o degli interventi messi in atto dagli operatori per far fronte all’evento. 
         La gestione del parto Nel caso in cui si riscontri la presenza di giri di cordone, la gestione dipenderà da quanto il funicolo è stretto attorno al collo. Un cordone ombelicale lasso, sarà facilmente sfilato dalla testa del neonato appena questa sarà disimpegnata. Se invece il cordone è molto stretto, si è soliti clamparlo e reciderlo prima della nascita completa. Gli interventi routinari per la gestione di questo evento sono specificati nelle linee guida dell’OMS 2003, tuttavia la recente letteratura scientifica sta mettendo in dubbio queste tecniche sulla base della pratica clinica. Infatti ci sono rischi evidenti associati al clampaggio e alla recisione del cordone ombelicale prima della nascita, e sono insufficienti le ricerche che supportano tale intervento. Anche la pratica di tirare il funicolo lasso manca di evidenze scientifiche e può interferire con la fisiologia dell’evento nascita. Uno studio ha dimostrato che la presenza di giri di cordone attorno al collo non è associata ad effetti perinatali avversi nei neonati.  L’unico outcome negativo associato risulta la presenza di alterazioni del battito cardiaco fetale.    
         Le ricerche hanno dimostrato che la presenza di giri di funicolo non è associata ad un aumento di morbilità o mortalità per i feti durante la gravidanza.  Anche durante il travaglio la presenza di giri di funicolo attorno al collo non causa problemi e non ci sono indicazioni ad eseguire un taglio cesareo elettivo nel caso in cui si siano evidenziati avvolgimenti di cordone all’analisi ecografica antenatale. Alla luce di tali evidenze, l’induzione del travaglio per presenza di giri di funicolo al collo non è giustificata.   
         Al momento del periodo espulsivo, in caso vi siano giri di funicolo attorno al collo del feto, questi possono essere allentati con facilità da parte dell’ostetrica, i dati dimostrano infatti che cordoni poco stretti non causano alcun problema al neonato.  Il sangue continua a scorrere nei vasi senza alcun impedimento sia durante il travaglio che durante il parto. Occasionalmente può capitare che durante l’ultima fase del periodo espulsivo il cordone si stringa attorno al collo del bambino, o a causa della ridotta lunghezza del funicolo o per l’elevato numero di giri. 
  Tuttavia il bambino non subirà conseguenze legate alla mancanza di ossigeno perché la sua respirazione è ancora supportata della circolazione placentare. Infatti, sebbene in caso di stiramento cordonale il flusso sanguigno diminuisca, una parte di sangue continua a passare nel funicolo garantendo comunque l’ossigenazione dei tessuti. In questo caso ne risulta un’ipossia a breve termine che si risolve una volta che il cordone si allenta alla nascita e il flusso di sangue riprende.

Qual è l’età ideale per diventare Mamma?

età mamma           In linea generale, le donne occidentali fanno figli in età più avanzata rispetto alle donne dei paesi orientali. Da un punto di vista strettamente medico, si tende a ritenere che sussisterebbero maggiori rischi per la salute dei bambini che vengono partoriti quando la donna è più avanti con l’età. In realtà, come dimostra invece il complesso di dati del Millennium Cohort Study del Regno Unito (pubblicato anche sulla rivista Bioepidemiology and Social Biology), le cosse non starebbero proprio così.   A quanto pare, infatti, sarebbero maggiori le probabilità di diventare obesi per i figli nati da madri fra i 23-29 anni che non per i bambini partoriti da donne fra i 30-39 anni. Ma non solo: i bambini nati da donne già trentenni avrebbero dato risultati più alti ai test cognitivi e comportamentali ai quali è stato sottoposto il campione. Non sarebbero invece presenti per questi bambini quei rischi di obesità rilevati per quelli nati da madri più giovani.  

            Il Millennium Cohort Study, in poche parole, mira a riconsiderare con più attenzione i risultati di quegli studi che hanno portato a correlare l’età della madre al maggior rischio di malattie genetiche o deficit cognitivi nei figli. Il campione utilizzato da questo studio è piuttosto ampio: ben 18mila bambini britannici. La ricerca coordinata da Alice Goisis impone quindi più attenzione nel prendere in considerazione i dati tradizionalmente accettati come dogma.   Insomma, avere figli dopo i trent’anni non significherebbe categoricamente esporre i nascituri a dei rischi: anzi, spiega la ricercatrice, le donne ultra-trentenni sarebbero più attente ai loro figli e al loro sviluppo cognitivo per diversi motivi. Innanzitutto le donne più “mature” sono mediamente più istruite, economicamente indipendenti e con una relazione stabile. 
           Generalmente seguono stili di vita più sani ed equilibrati, per esempio fumano di meno e mangiano meglio. Inoltre, se tendono a giocare di meno con i bambini, pare leggano loro di più.   Non c’è quindi da stupirsi se il punteggio dei test cognitivi di questi bambini sia più alto rispetto a quello dei loro coetanei nati da madri più giovani. In fin dei conti, il Millennium Cohort Study mira solamente a giustificare quali possano essere gli effetti positivi di una gravidanza portata avanti da una donna di trent’anni in un paese come il Regno Unito, dove l’età media delle madri è cresciuta vertiginosamente dai 25 anni ai 28 anni.   Se è comunque presto per trarre conclusioni, questo studio offre interessanti spunti di riflessione rispetto all’annosa questione su quale sia l’età giusta per mettere al mondo un bambino.   
  Fonte http://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/19485565.2014.1001887?journalCode=hsbi20&