domenica 27 settembre 2020

Bresaola in gravidanza: è possibile mangiarla senza rischi?

 Insomma, come non amare la bresaola? Già soltanto a scriverne il nome, ecco che arriva l’acquolina in bocca. Dal sapore ormai inconfondibile al nostro palato, così sapido ma allo stesso tempo anche dolce e leggero, la bresaola è in realtà un salume tipico Valtellinese che si ottiene mediante diversi processi di essiccazione e stagionatura di un filetto di bue oppure di manzo. Oltre ad avere un gusto sicuramente molto particolare, specie poi se facciamo il classico abbinamento con la rucola ed il parmigiano, questo saporito affettato mette d’accordo tutti tra nutrizionisti e dietologi, risultando uno tra gli alimenti più sani e nutrienti.

Nonostante queste premesse che definirei deliziose, però, non sempre la bresaola è un alimento indicato per tutti quanti, specialmente in determinate circostanze. Durante il periodo di gravidanza, infatti, essendo l’organismo femminile è più esposto a potenziali pericoli derivanti dall’alimentazione, vi è un bisogno categorico di fare maggiore attenzione su ciò che si mangia. I rischi legati ad un regime alimentare poco equilibrato da parte di una futura mamma sono molteplici, tra cui complicazioni per intossicazioni, infezioni e infestazioni del feto, e tra i diversi alimenti “no” per una donna che si trova in stato interessante, purtroppo troviamo anche la bresaola, e anche per molteplici ragioni. Valutiamo quindi insieme i valori nutrizionali di quest’ultima e quali sono poi, sia per la mamma che per il bimbo, gli eventuali rischi correlati al mangiare la bresaola e, infine, delle eventuali alternative da poter integrare nella vostra dieta quotidiana.

Una delle principali cause per le quali il consumo di bresaola in gravidanza è sostanzialmente vietato, oltre al quantitativo di sale in essa contenuto, sta anche nella tipologia di lavorazione e di preparazione alla quale quest’ultima è sottoposta, ossia se si tratta di un alimento crudo e stagionato, o ha subito una cottura in precedenza alla messa in vendita. Nel caso della bresaola, esattamente come nel caso del salame e del prosciutto crudo, non vi è alcun tipo di passaggio che implichi una cottura, ma la carne viene solo fatta stagionare col sale, per poi essere infine essiccata. Generalmente, questa procedura viene applicata anche per molti altri insaccati, e in una situazione di normalità non vi è alcun pericolo per la nostra salute, sempre se consumati con moderazione. In caso di stato interessante, però, questo processo di lavorazione può causare non pochi danni al feto. Di solito, infatti, per escludere qualsiasi tipo di pericolo, si eliminano tutti gli affettati dalla dieta della gestante.


Bresaola in gravidanza: sistema immunitario e toxoplasmosi

Fatta questa piccola introduzione, spieghiamo un altro importante concetto, cominciando come sempre dalle basi: durante il periodo di gestazione della futura madre, il suo sistema immunitario non lavora esattamente come dovrebbe a causa di un meccanismo detto di anti-rigetto, che in pratica è utile per poter portare avanti la gravidanza con successo, ma che come effetto collaterale implica un’elevata possibilità da parte della mamma di essere contagiata da funghi, virus e batteri, data la scarsa presenza di difese immunitarie. Ora, va da sé che la gravidanza è già normalmente una circostanza molto particolare, in cui, sia prima, che dopo e durante, bisogna porre moltissima attenzione a cosa si mangia per il bene di entrambi, sia la madre che il bambino, in particolar modo quando ci sono di mezzo carne ed insaccati, come appunto la bresaola.

Ed è in questo che risiede il problema principale di questo tipo di salume, ossia il fatto che, nonostante sia un alimento innocuo prima della gravidanza, durante quest’ultima diventa potenzialmente dannoso, in quanto la sua carne – e il modo in cui è lavorata – potrebbe provocare la cosiddetta toxoplasmosi (da Toxoplasma godii), ossia una delle patologie che più tendono ad essere l’incubo delle future madri.

Si tratta di un patogeno che in condizioni normali, ripetiamo, non risulta assolutamente pericoloso, anzi, spesso non ci si accorge nemmeno di averla avuta. I suoi sintomi sono effettivamente molto lievi e comprendono mal di testa, mal di gola, stanchezza e sensazione di dolore alle ossa. Per quanto sia relativamente innocua per la gestante, però, potrebbe essere molto pericoloso durante il percorso della gravidanza, tanto da poter creare malformazioni neonatali, problemi alla nascita (come febbre, problemi alla vista, ittero, anemia, ecc.) o addirittura la morte fetale.

In condizioni normali, ripetiamo, non risulta assolutamente pericolosa, anzi, spesso non ci si accorge nemmeno di averla avuta. I suoi sintomi sono effettivamente molto lievi e comprendono mal di testa, mal di gola, stanchezza e sensazione di dolore alle ossa. Ovviamente, non è detto che la toxoplasmosi, nel malaugurato caso doveste contrarla in gravidanza, porti necessariamente tutti questi effetti inenarrabili, però, appunto per eliminare le possibilità che possa succedere qualcosa di spiacevole, è meglio evitare a priori di mangiare carne cruda, come appunto la bresaola. Nel caso in cui non riusciste proprio a farne a meno, c’è la possibilità di saltarne alcune fette in padella, così da cuocere il salume ed evitare di rischiare troppo.

In caso di immunità alla toxoplasmosi, ovviamente la bresaola non fa male, ma è sempre meglio non esagerare, a causa dell’elevato contenuto di sale tipico in tutti gli affettati.

Alternative alla bresaola: gli affettati concessi in gravidanza

Esistono diverse alternative di affettati che, almeno una volta ogni tanto, potete integrare nel vostro regime alimentare. Uno tra questi è, inverosimilmente, la mortadella, in quanto si tratta di un salume cotto e che quindi non comporta nessun tipo di rischio, sia per la madre che per il nascituro. Un altro salume da poter mangiare durante la gestazione è il prosciutto cotto, che ha dei processi di lavorazione ad alte temperature che sono in grado di sconfiggere batteri e protozoi. Va comunque assunto sempre con moderazione, sempre a causa dell’alto contenuto di sale. I restanti salumi, tra cui il prosciutto crudo, lo speck, il capocollo, la pancetta e infine il salame sono sconsigliati, a meno che non decidiate di cuocerli e passarli velocemente in padella, eliminando così il sopracitato problema della toxoplasmosi.

In conclusione, è sempre meglio evitare categoricamente qualsiasi cosa possa mettere in pericolo la propria gravidanza, in modo da viverla in maniera serena e senza troppe ansie, attraverso alcuni accorgimenti e soprattutto grazie ad un’alimentazione corretta che possa giovare sia alla madre che al suo bimbo.

Fonte https://www.ragusanews.com/2020/09/27/benessere/bresaola-in-gravidanza-e-possibile-mangiarla-senza-rischi/112646

Sotto i 40 anni la menopausa precoce colpisce una donna su 100. Cielo, è già qui? Parliamone

 «Ho 38 anni e ogni tanto mi vengono le vampate: possibile?». «Da quando ho compiuto i 40, non riesco più a dormire: alle tre sono con gli occhi sbarrati e mi rigiro nel letto». «Io, che non ho mai avuto problemi a eccitarmi, per la prima volta ho dolore durante i rapporti, eppure ho solo 43 anni e mestruazioni regolari». E così via, passando dall’aumento di peso ai vuoti di memoria, al desiderio latitante, alla pelle secca... Nelle chiacchiere tra amiche, abbondano dubbi su sintomi che attribuiamo alla menopausa. Ma se abbiamo ancora il ciclo?

Perché sia menopausa precoce, non ci devono essere mestruazioni da almeno 4 mesi, possono esserci sintomi da carenza di estrogeni (i dosaggi ormonali danno valori di Fsh superiori a 40 Ui/L a distanza di almeno un mese). Attenzione, però: «Almeno inizialmente è più cauto parlare di insufficienza ovarica prematura», sottolinea Rossella Nappi, ginecologa ed endocrinologa al Policlinico San Matteo di Pavia. «Perché l’ovaio può avere un comportamento imprevedibile e produrre ormoni sessuali che vengono riattivati all’improvviso (succede nella metà dei casi di menopausa precoce spontanea), e anche non aver esaurito del tutto il proprio patrimonio follicolare. Al punto che una piccola percentuale di donne con menopausa precoce (5-10 per cento) riesce addirittura a concepire e andare incontro a una gravidanza. La menopausa precoce è infatti una condizione di insufficienza ovarica stabile nel tempo».

Quali sono le cause della menopausa precoce? «Possono essere genetiche, come anomalie cromosomiche (soprattutto del cromosoma X), polimorfismi genici (variazioni di alcuni geni, come i recettori dell’ormone Fsh), mutazioni o deficienze enzimatiche. C’è anche una correlazione con le malattie autoimmuni, poliendocrine, l’ipotiroidismo, l’insufficienza delle ghiandole surrenali e il diabete di tipo 1. A volte ci sono cause più rare di tipo infettivo e metabolico», continua la specialista. Possono influire l’anoressia (la riduzione di calorie e nutrienti danneggia l’ovaio) e anche il fumo, che in generale anticipa la menopausa di circa due anni. «Ma spesso la menopausa precoce spontanea, evento che tocca una minoranza (sotto i 40 anni, una donna su cento; sotto i 30, una su mille; sotto i 20, una su 10.000), è “idiopatica”, cioè legata a condizioni che non sono ancora spiegabili», spiega Rossella Nappi. «Diversa è la menopausa precoce secondaria, cioè dovuta a interventi chirurgici, patologie e terapie, come l’asportazione di cisti causate per esempio dall’endometriosi, la rimozione di ovaie e tube, in pazienti con alto rischio oncologico per via di mutazioni genetiche (vedi il caso di Angelina Jolie), la chemioterapia o la radioterapia».

In tutti i casi, e se non esistono controindicazioni, l’esperto potrà valutare l’opportunità e le modalità per una terapia ormonale sostitutiva che servirà a tenere sotto controllo anche i cambiamenti e i rischi che la menopausa porta con sé (come l’osteoporosi o i problemi della sfera uro-genitale). Ancora, molte donne che ricevono una diagnosi di menopausa precoce o di insufficienza ovarica prematura si trovano a fare i conti di punto in bianco con l’impossibilità di avere figli: se le ovaie sono esaurite, l’unica soluzione possibile è l’ovodonazione. Nessuna prevenzione possibile? «In realtà, ogni donna dovrebbe conoscere bene la propria storia familiare: sapere se la mamma o la nonna è entrata precocemente in menopausa e se ciò è avvenuto in modo spontaneo. Scoprirlo ci rende più consapevoli di ciò che potrebbe succedere a noi, e ci consente anche di giocare d’anticipo, con un eventuale counseling genetico e una pianificazione consapevole della maternità», conclude Nappi. Compresa la possibilità di pensare a una conservazione dei propri ovuli con una tecnica di congelamento prima che sia troppo tardi.


L'analisi dei segnali

In media i cambiamenti del climaterio (vampate, sudorazioni e disturbi del sonno, aumento di ansia e depressione, minore capacità di concentrazione e memoria, problemi intestinali, dolori articolari, riduzione del desiderio, aumento di peso) durano tre-quattro anni: ma ben il 37 per cento delle donne ha sintomi prima dei 40, e un altro 41 per cento prima dei 45», dice Alessandra Graziottin, direttrice del Centro di ginecologia del San Raffaele-Resnati. «Le irregolarità mestruali sono il primo segno di attenzione, con il ciclo che prima si accorcia, sui 23-24 giorni o meno, e poi tende ad allungarsi ai 35-40 giorni o più». Ma sono sempre segnali del declino della riserva ovarica? O possono essere espressione di qualche altro problema? Le disfunzioni tiroidee, per esempio, sono comuni dopo i 40 anni e possono dare disturbi sovrapponibili, e anche l’ipertensione va indagata. Tutte da verificare, invece, le cause del fastidio durante i rapporti sessuali: «La secchezza vaginale può anche essere legata allo stress che si traduce in scarso desiderio, al fumo che lede i vasi vaginali, o ad alcune pillole a basso dosaggio estrogenico. Se il clitoride è più sensibile e l’orgasmo meno “esplosivo” può dipendere da carenze di testosterone: questo ormone comincia a declinare dai 20 anni, e quindi può c’entrare l’età, più che la menopausa incombente». E se anche fosse? No panic! Il tempo è ancora dalla nostra parte per prepararci al cambiamento nel modo più smart.



Sul sito della North american menopause society (menopause.org), Leslee Kagan, esperta di menopausa della Harvard medical school, scrive che questa è «l’adolescenza dell’età adulta, migliore dell’adolescenza dei giovani perché le donne hanno fiducia ed esperienza. È il momento della scoperta di ciò che si vuole veramente, di prendere in mano e modellare i prossimi capitoli della vostra vita». E allora, diamoci una regolata: «No al fumo, migliore alimentazione, non più di 1-2 bicchieri di vino a settimana, recuperare il peso forma, mezz’ora (perfetta un’ora) di attività aerobica al giorno e almeno un quarto d’ora di pesetti (anche cavigliere da usare in casa) per prevenire l’osteopenia che può cominciare prima della menopausa. Una pillola con estradiolo bioidentico più nomegestrolo oppure dienogest dà un apporto ormonale equilibrato per arrivare ai cinquant’anni bene. Per chi preferisce la fitoterapia, è efficace l’agnocasto: aiuta a ridurre la sindrome premestruale che peggiora in premenopausa. Ottimo l’estratto di polline e pistillo, prezioso per ridurre le prime vampate, i disturbi dell’umore e i sintomi premestruali; l’equolo, fitoestrogeno già attivato, o l’estratto di trifoglio rosso per ridurre vampate e sintomi neurovegetativi; D mannosio ed estratto di mirtillo rosso se si è più vulnerabili alle cistiti. Infine, vitamina D, calcio, magnesio, se carenti, vanno integrati. Occhio anche al ferro se il ciclo è abbondante o si è vegetariane/vegane: l’anemia da carenza di ferro potenzia sia i sintomi premestruali, sia premenopausali».

Fonte https://www.elle.com/it/salute/benessere/a34126732/menopausa-precoce/

Mappa cromosomica: a cosa serve?

 Un cromosoma è una struttura formata da un lungo filamento di DNA legato a proteine. La mappa cromosomica, anche nota come cariotipo o analisi citogenetica, non è altro che un esame che permette di visualizzare l’insieme dei cromosomi che costituiscono il bagaglio genetico di un individuo. Il dottor Mesoraca ci spiega:

La mappa cromosomica rappresenta il patrimonio ereditario di un individuo. Ѐ costituita da 23 coppie di cromosomi: 22 coppie non sessuali e 1 coppia di cromosomi sessuali (X e Y). Un individuo di sesso maschile avrà 22 coppie di cromosomi non sessuali, più la coppia XY; analogamente, un individuo di sesso femminile avrà 22 coppie di cromosomi non sessuali, più la coppia XX. Questo corredo cromosomico deriva per il 50% dalla madre e per il 50% dal padre: durante il concepimento, uno spermatozoo con 23 cromosomi si unisce a un ovulo che ne contiene altri 23 per dare vita a un essere umano dotato di 46 cromosomi.

La mappa cromosomica serve a rilevare eventuali anomalie cromosomiche, che possono essere di tue tipi:

  • numeriche, se i cromosomi sono presenti in numero maggiore (come nel caso delle trisomie) o minore (e in questo si parla di monosomia);
  • strutturali, se i cromosomi hanno delle porzioni in meno (delezioni), o se hanno parti di altri cromosomi (traslocazioni), o se hanno parti ripetute (duplicazioni).

Queste anomalie sono associabili a patologie più o meno gravi.

Le anomalie più frequenti riscontrabili nella mappa cromosomica sono quelle numeriche: ad esempio, la trisomia del cromosoma 21, che si osserva nella sindrome di Down. Ma esistono anche altre trisomie: del cromosoma 18 (sindrome di Edwards), del cromosoma 13 (sindrome di Patau) e diverse altre molto più gravi ed incompatibili con la vita.

Nonostante le più frequenti siano quelle numeriche, si possono osservare anche anomalie nella struttura dei cromosomi.

Con la mappa cromosomica sono riscontrabili, ad esempio, anche delezioni grossolane dei cromosomi associate a malattie importanti, come ad esempio la 18p-, causata dalla perdita di un pezzo consistente di cromosoma 18. O, ancora, possono esserci i riarrangiamenti strutturali dei cromosomi e le traslocazioni bilanciate, con pezzi di cromosomi che “traslocano” su altri mantenendo però il loro materiale genetico. In questo caso la persona che ha questa anomalia cromosomica sta bene, ma può trasmettere la traslocazione in forma sbilanciata e creare malattie importanti a livello fetale.

Coronavirus, conferma dell'ipotesi infertilità per gli uomini

 Uno studio del Centro di Medicina riproduttiva dell'ospedale Tongji di Wuhan, focolaio dell'epidemia, dimostrava che il coronavirus può mettere a rischio la fertilità maschile.

Lo studio è stato pubblicato online, sul sito del governo dell'Hubei, e rilanciato da quotidiani e social media.

Nella ricerca, si sosteneva che il Covid-19, come già precedenti infezioni virali come la Sars, potesse inficiare la fertilità degli uomini che lo avevano contratto. Lo studio è stato cancellato dal sito dell'Hubei appena poche ore dopo la sua pubblicazione. La notizia, però, era ormai diventata virale sul web. Ma il rischio esiste davvero?

"In letteratura scientifica al momento non ci sono dati veri e propri ma solo ipotesi", spiega il professor Luca Carmignani, primario di Urologia dell'IRCCS Policlinico San Donato e docente dell'Università degli studi di Milano. "Potrebbe esserci la possibilità, come per la Sars o altre malattie virali come la parotite, di un danno testicolare a livello ormonale oppure a livello della produzione di spermatozoi, che colpisce anche le cellule della linea germinale. L'ipotesi che viene fatta è che, poiché il virus usa il recettore ACE2 per entrare nelle cellule e le cellule dei testicoli hanno una quantità abbastanza elevata di questi recettori, il virus potrebbe entrare nelle cellule e danneggiarle. Dando il via a dei processi che possono essere di infiammazione, come è stato per la Sars o come è per altri tipi di virus, oppure producendo dei danni a livello del testicolo. Danni che, però, negli articoli che esistono attualmente non sono descritti su pazienti. Quindi si tratta di un'ipotesi di lavoro".

Me è importante ricordare che ci sono diverse infezioni virali che possono produrre conseguenze sull'apparato riproduttivo maschile. "La parotite si ripercuote sulla fertilità, provocando un'infiammazione al testicolo che danneggia la linea della produzione degli spermatozoi e porta ad una infertilità che in alcuni casi è anche definitiva. Per altre malattie virali non è così. In passato la Sars ha causato infiammazioni dei testicoli anche importanti, l'orchite, ma non infertilità".

Fonte http://www.altramantova.it/it/scienze/salute/25158-coronavirus-conferma-dell-ipotesi-infertilita-per-gli-uomini.html

sabato 26 settembre 2020

Fecondazione in vitro, da Bari la tecnologia bioprinting in 3D: così terapie più efficienti

 L’efficacia delle attuali terapie per la fertilizzazione in vitro  è attualmente limitata dall’organizzazione bidimensionale delle colture cellulari che mal si adattano  a strutture sferoidali come l’ovocita, il follicolo ovarico e l’embrione, riducendone le potenzialità di sviluppo. Il gruppo di ricerca di Biotecnologie Riproduttive del Dipartimento di Bioscienze Biotecnologie e Biofarmaceutica dell’Università di Bari, coordinato dalla Prof.ssa Maria Elena Dell’Aquila, ha pubblicato sulla rivista internazionale PLOS ONE un innovativo approccio bioingegneristico in cui cellule uovo di un modello animale sono state incapsulate in microsfere di idrogel mediante tecnologia bioprinting per ottenere strutture 3D per la coltura in vitro. 

La tecnologia di bioprinting ha migliorato la vitalità e il potenziale di sviluppo delle cellule uovo microincapsulate rispetto a quelle coltivate con i metodi convenzionali 2D. Lo studio interdisciplinare ha importanti applicazioni e ricadute nella produzione di embrioni in vitro sia per la procreazione medicalmente assistita, per l’industria delle produzioni animali, per la propagazione di specie a rischio di estinzione e per la valutazione del rischio da agenti chimici sulla fertilità femminile.

Lo studio è stato condotto nel Dottorato di Ricerca Innovativo a Caratterizzazione Industriale 2016-19 (MIUR PON R&I 2014-20) in Genomica e Proteomica Funzionale e Applicata (Coordinatore Prof.ssa Giovanna Valenti) dalla Dott.ssa Antonella Mastrorocco (in foto) con Docente Tutor la Prof.ssa Elena Ciani, in collaborazione con il Centro di Ricerca Enrico Piaggio (Coord. Prof.ssa Arti Ahluwalia), lo Spin-off IVTech e il Dip. Scienze Veterinarie (Prof. Francesco Camillo) dell’Università di Pisa e il Dept. Clinical Sciences, Embryology, Anatomy and Physiology – Faculty of Veterinary Medicine, Utrecht University (Prof. Bernard A.J. Roelen).

Fonte https://www.borderline24.com/2020/09/25/fecondazione-vitro-bari-la-tecnologia-bioprinting-3d-cosi-terapie-piu-efficienti/

Emicrania, molte rinunciano alla gravidanza per paura, in realtà il disturbo migliora


 Molte donne con emicrania rinunciano a una gravidanza per colpa della malattia. Quelle che hanno più probabilità di fare questa scelta, hanno in diversi casi l'emicrania innescata dal ciclo mestruale e sono a maggiore rischio di attacchi frequenti. La decisione sembra determinata dalle paure che il disturbo peggiori e possa nuocere anche al bambino. In realtà, prove scientifiche dimostrano che l'emicrania migliora fino al 75% dei casi nelle donne durante la gravidanza.

Lo rileva una ricerca della Mayo Clinic, pubblicata sulla rivista Mayo Clinic Proceedings. È stato sottoposto un questionario a 607 pazienti in cura in diversi centri negli Usa: tra coloro che hanno evitato una gravidanza a causa dell'emicrania, il 72,5% credeva che la patologie sarebbe peggiorata durante o subito dopo la gravidanza, il 68,3% credeva che avrebbe reso difficile la gravidanza e l'82,6% credeva che la disabilità causata dall'emicrania avrebbe reso difficile crescere un bambino .

Sono emerse anche preoccupazioni sui farmaci, che avrebbero potuto influenzare negativamente lo sviluppo del bambino, e sulla possibilità di trasmettergli geni che aumentano il rischio di emicrania. I ricercatori hanno notato che la ricerca non supporta ciò che di cui le pazienti sono convinte. Circa la metà o i tre quarti delle donne con emicrania sperimentano infatti secondo gli studiosi un netto miglioramento durante la gravidanza, con una significativa riduzione della frequenza e dell'intensità degli attacchi secondo la letteratura pubblicata.

Poiché la prognosi dell'emicrania durante la gravidanza è generalmente buona, potrebbe essere possibile limitare l'uso di farmaci, riducendo così il rischio di eventi avversi correlati ai farmaci. L'emicrania non sembra inoltre aumentare il rischio di malformazioni fetali.


Fonte https://www.ilmessaggero.it/mind_the_gap/emicrania_donne_gravidanza-5487143.html

Il significato di infertilità femminile e le sue cause principali

 L’Italia anno dopo anno continua a spopolarsi. Alla fine di dicembre 2019 dati dell’Istat presentano 435.000 nati con il «ricambio naturale» più basso in 102 anni. Per cento persone decedute arrivano soltanto 67 bambini contro i 96 di dieci anni fa.

Questi i dati esposti dal prof. Fabrizio Cerusico, considerato uno dei maggiori esperti a livello europeo nel trattamento e nella cura dei problemi di infertilità e della fecondazione assistita al Convegno che si che si è svolto in presenza e online al «No Tag Hotel di Trani». Il professore ha fatto notare ai medici intervenuti da tutta Italia, che dal  2010 ad oggi le coppie che si sono sottoposte alle cure per la fertilità sono aumentate dell'1,3% e numerosi studi dimostrano il ruolo della dieta nell’infertilità sia maschile che femminile.

ALIMENTAZIONE - Nello specifico lo zucchero porta evidenti squilibri. Quando le cellule cercano di metabolizzare il glucosio a scopi energetici si verificano importanti squilibri strutturali e ormonali come la resistenza all’insulina, una maggiore ossidazione e invecchiamento e le cellule tumorali mostrano un aumento della glicolisi anaerobica.

Il prof.  Cerusico ha fatto anche notare che la perdita di peso migliora la fertilità in donne sovrappeso e obese, dà benefici come cicli mestruali più regolari, ovociti spermatozoi e fertilizzazione di migliore qualità e minor dosaggio dei farmaci e dei cicli di trattamento. Nello specifico gli alimenti sono dei veri e propri farmaci e l’alimentazione ha un ruolo determinante nell’equilibrio del nostro organismo. Donne con BMI a valori alti hanno maggiori difficoltà di concepimento rispetto a chi ha un peso gestito.

Uno studio condotto da Moragianni e colleghi mostra che le donne obese hanno il 68% di probabilità in meno di avere un parto vivo dopo il primo ciclo di terapia assistita rispetto alle normopeso.

Esistono prove convincenti che ridurre il carico di carboidrati può ridurre i livelli circolanti di insulina, migliorare lo squilibrio ormonale e provocare la ripresa dell’ovulazione per migliorare i tassi di gravidanza. Uno studio prospettico su 18.555 donne di Chavarro e colleghi ha dimostrato che la qualità dei i carboidrati influisce sul rischio di infertilità del 78%

Riassumendo: l’alimentazione è sì un fattore importantissimo, ma il metodo si basa anche su altre variabili che sono la diminuzione del fumo di sigarette poiché si è visto che questo è responsabile sia della diminuzione del numero dei follicoli antrali nelle ovaie sia del danneggiamento della qualità degli spermatozoi. Altra cosa da tenere in considerazione è l’elettromagnetismo.

ELETTROMAGNETISMO - «Siamo circondati da campi elettromagnetici che danneggiano le nostre cellule. Telefoni, computer, tablet e ripetitori possono portare alterazioni del Dna e modifiche spermatiche soprattutto per gli uomini che abitualmente tengono questi dispositivi nelle tasche vicino agli organi genitali. A queste considerazioni va aggiunto anche un lavoro sul distress per il raggiungimento di una “pace spirituale” che non è affatto un fattore trascurabile per chi punta al benessere e ad approntare un percorso di concepimento. Corpo, anima e mente non sono separate, ma interdipendenti”, spiega il Professor Cerusico.

DIETA CHETOGENICA - L’approccio terapeutico chetogenico ha dimostrato di essere una giusta strategia in campi che concernono la medicina, l’anti-aging e la risoluzione di problemi come sindrome metabolica e diabete tipo 2. Nel caso specifico della fertilità, il dimagrimento che avviene con la produzione di chetoni dal grasso corporeo può migliorare la qualità’ ormonale e di conseguenza anche il percorso della fecondazione assistita. Una corretta cascata ormonale produce un corretto andamento dell’ovulazione e migliora la produzione spermatica. Per dirla in estrema sintesi: aumento del tasso di gravidanza e diminuzione del rischio di aborti.

Ma la dieta chetogenica viene usata anche come percorso dietoterapico per altre problematiche. Come ricorda il Professor Giovanni De Pergola, dell’Università di Bari:

Le chetogeniche, dice De Pergola, stanno acquisendo importanza e la dimostrazione sta nel fatto che rispetto ad altre diete il numero di pubblicazioni scientifiche è aumentato enormemente negli anni.  La dieta chetogenica è caratterizzata da un aumento di quelli che vengono definiti “corpi chetonici”. Quando si instaura la chetosi, riduciamo drasticamente la quantità di carboidrati e non fornendone un quantitativo sufficiente  l'organismo è obbligato a sciogliere i grassi che vengono liberati nel sangue sotto forma di acidi grassi. Questi arrivano al fegato e vengono convertiti in corpi chetonici. L’interesse per la dieta keto rispetto ad altre diete deriva sia dal fatto che a parità di calorie rispetto ad una ipocalorica normale la dieta chetogenica  fa perdere più peso infatti i corpi chetonici inibiscono la fame, ma soprattutto si assiste ad una reale perdita di massa grassa, con una protezione consistente della composizione del muscolo. Accanto a questa considerazione ce ne sono altre. Con la chetogenica non solo si perde peso, ma si riduce la glicemia, trigliceridi e si riduce pressione arteriosa. Il ruolo delle KD può essere determinante nell’affrontare problemi come: diabete tipo 2, sindrome metabolica, epilessia, malattie neurologiche, obesità e cancro. Sempre più studi dimostrano l’importanza di questa strategia che deve essere condotta e seguita sempre sotto controllo medico. 

Fonte https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/gallery/bat/1250910/trani-infertilita-di-coppia-tra-obesita-fumo-ed-elettromagnetismo-mezzo-milione-di-nati-in-meno-in-5-anni.html