domenica 2 giugno 2019

Fibromi uterini e infertilità

         I fibromi uterini, o miomi, possono essere singoli o multipli e differenziarsi per sede e dimensioni. Le probabilità che compaiano aumentano con l’età. Ben tre donne su quattro, infatti, li sviluppano a un certo punto della vita, ma solo in una minoranza di casi creano problemi e possono anche rendere infertili. All’origine ci sono diversi fattori, tra cui la familiarità e l’azione di alcuni ormoni, in particolare gli estrogeni.

Quali sono i più problematici?
Картинки по запросу Fibromi uterini e infertilità
         “Generalmente sono quelli ‘sottomucosi’, che compaiono cioè nella cavità dell’utero”, spiega Vittorio Unfer, Professore di Ostetricia e Ginecologia all’Università IPUS Istituzione di Alta Formazione di Chiasso in Svizzera. “Se presenti in questa sede o all’interno di una tuba, anche se di dimensioni ridotte, sono in grado di bloccare il viaggio degli spermatozoi e rendere difficile l’impianto dell’embrione. Possono, quindi, ridurre le probabilità che si avvii la gravidanza o provocarne l’interruzione. Meno gravi sono, in genere, i fibromi ‘sottosierosi’, esterni alla cavità uterina, e gli ‘intramurali’, collocati nello spessore della parete uterina, che possono rappresentare una complicazione solo se di grandi dimensioni (8-10 cm) o se posizionati male, come quando spingono sulla vescica o sporgono nell’endometrio”.

Quali sono i sintomi che li accompagnano?
         “I fibromi uterini, nella maggior parte dei casi, sono asintomatici. Vengono, quindi, individuati in occasione delle visite di controllo”, spiega l’esperto. “Solo se sono di grosse dimensioni o se alterano la parete interna dell’utero ci si accorge della loro presenza perché possono provocare emorragie al di fuori del ciclo, senso di pesantezza nella parte bassa dell’addome, incontinenza urinaria (se il fibroma preme sulla vescica), dolori intestinali e dolore nei rapporti sessuali”.

Cosa può succedere a gravidanza avviata?
         “Durante l’attesa, per effetto degli estrogeni, i fibromi tendono ad aumentare di volume (di solito fino alla 24a settimana) per cui vanno tenuti sotto osservazione”, dice Vittorio Unfer. “Anche quelli ‘sottosierosi’ e gli ‘intramurali’, che non ostacolano il concepimento, possono in alcuni casi creare qualche problema a gravidanza avviata: quando si interpongono tra il feto e il canale del parto o se la placenta aderisce eccessivamente all’utero a causa del fibroma (placenta accreta). In quest’ultimo caso, la donna rischia di avere un’emorragia dopo la nascita del bambino”.

Quando vanno trattati e in che modo?
         “L’opportunità del trattamento viene decisa in base all’età della donna oltre che al numero, alla localizzazione e alla grandezza dei fibromi”, spiega Vittorio Unfer. “Se si desidera un figlio, bisogna tener conto che, una volta fatta l’operazione, occorrerà aspettare 10-12 mesi che l’area si cicatrizzi prima di cominciare la ricerca. L’età, quindi, conta molto: a 25 anni consiglierei di eliminare il fibroma se può ostacolare il concepimento o il buon esito della gravidanza, ma a 38-40 la soluzione migliore potrebbe essere di cercare comunque il bambino, per non perdere un anno prezioso, visto che a quest’età la fertilità cala rapidamente”, continua l’esperto.

Fibromi uterini e infertilità         “Dopo i 35 anni, bisogna tener conto, poi, che avere un utero fibromatoso (cioè un po’ invecchiato e meno elastico) o un fibroma uterino è un fenomeno frequentissimo. La maggior parte delle volte, non rappresentano un impedimento a portare avanti la gravidanza”.

         L’opportunità di sottoporsi all’operazione, quindi, va valutata caso per caso dallo specialista. L’intervento attualmente più praticato per i fibromi uterini è l’asportazione chirurgica. In alternativa, esistono l’embolizzazione, una tecnica mininvasiva e molto diffusa che prevede l’iniezione di sostanze che chiudono i piccoli vasi sanguigni che alimentano il fibroma, e l’ablazione, cioè la distruzione delle cellule con ultrasuoni focalizzati.

Fonte https://www.dolceattesa.com/rimanere-incinta/fibromi-uterini-infertilita_infertilita/

LA SINDROME FETO-ALCOLICA

       L’abuso di sostanze alcoliche in gravidanza provoca danni gravissimi, spesso irreversibili: è il caso della sindrome feto-alcolica che colpisce i neonati.
     In un articolo il Ministero della Salute ha spiegato dettagliatamente di cosa si tratta, quali sono i possibili danni per il nascituro e ha cercato di quantificare i casi nel nostro paese.

      L’assunzione di sostanze alcoliche durante la gravidanza può provocare la FAS Sindrome feto-alcolica (Fetal Alcohol Syndrome), con conseguenze gravi per il nascituro.
     L’alcool etilico ingerito dalla madre, attraversa la placenta in concentrazione elevata (di poco inferiore rispetto a quella assimilato dalla madre) ma il feto, non disponendo degli enzimi necessari per metabolizzare la sostanza nociva, raggiunge il sistema nervoso danneggiandolo, in molti casi anche gravemente.

Pregnant woman with glass of wine in hand      Per questo motivo le donne in gravidanza dovrebbero evitare in assoluto di assumere alcool, nonostante l’atteggiamento permissivo e censurabile di alcuni medici che ne permettono un consumo moderato.
     La FAS può esplicitarsi in numerosi modi, tra cui alterazione dei tessuti in formazione e conseguenti disformismi facciali (agli occhi, al naso, alle orecchie e alle mandibole), ritardi nella crescita (altezza, peso, circonferenza cranica), problemi cardiaci, deficit cognitivi, alterazioni nel comportamento.

     Oltre alla FAS, il consumo di alcool durante la gravidanza può provocare altri disturbi nel nascituro, che spesso si esplicitano a distanza di anni e vengono indicati dalla comunità scientifica con il termine di FASD (Fetal Alcohol Spectrum Disorder).
     Tra queste si segnalano possibili problemi mentali, difficoltà con la scuola e il lavoro, e in alcuni casi, persino problemi con la legge.
     In attesa di uno studio esaustivo per valutare l’incidenza della FAS in Italia, l’Istituto Superiore di Sanità ha diffuso i dati relativi al consumo di alcolici di donne in gravidanza in alcune realtà territoriali, con un’incidenza che varia dallo 0% di Verona, fino ai dati (allarmanti) di Roma, dove la percentuale sfiora il 30%.

      Una ricerca condotta negli Stati Uniti ha stimato l’incidenza delle patologie da FAS e FASD, pari all’1% circa dei neonati.

 Approfondimenti sito del Ministero Salute
– La sindrome feto-alcolica

sabato 1 giugno 2019

Crollo delle nascite, una coppia su 5 ha difficoltà a procreare. Natalità e salute del bambino al Congresso SIP

       Diagnosi prenatale sempre più precisa e precoce; maggiore sopravvivenza dei neonati pretermine; terapie geniche che consentono di guarire bambini affetti da malattie genetiche e rare per i quali un tempo l’unica soluzione proposta era l’aborto selettivo: tutto questo ha rivoluzionato in pochi anni la salute dei neonati in Italia.

bambino-neonato-quadro       Ma ai progressi ottenuti nel campo della ricerca scientifica e della innovazione tecnologica si affiancano importanti fattori demografici e socioeconomici che stanno cambiando il profilo della nostra popolazione: i bambini sono sempre meno numerosi, l’età del concepimento si sposta in avanti, crescono le diseguaglianze territoriali che colpiscono in maniera particolare i bambini, sin dalla nascita, compromettendo l’omogeneità dei percorsi di cura.

       In sintesi: i bambini sono sempre più sani, ma sempre di meno, con madri e padri più attempati e con i diritti di salute tutelati in maniera diseguale a seconda della regione in cui nascono e crescono.
Questi i temi al centro di una Tavola Rotonda che si è tenuta al 75° Congresso della Società Italiana di Pediatria dedicata alla promozione della natalità e della salute in Italia.

Malattie genetiche: attenzione all’età. Non solo della mamma ma anche del papà
       A fare il punto sui progressi ottenuti nel campo della ricerca e dell’innovazione tecnologica è stato Bruno Dallapiccola, genetista, Direttore scientifico dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù: “Il 3% dei neonati è affetto da una patologia genetica, una soglia al di sotto della quale è difficile scendere anche con le indagini prenatali più sofisticate. A parte i rischi specifici di singole coppie, ogni coppia che si riproduce va incontro a circa 50-100 mutazioni, alcune delle quali possono causare malattie. L’età dei genitori è critica, quella materna per le malattie cromosomiche, quella paterna per le mutazioni non cromosomiche”.

       “Sono quattro le rivoluzioni che hanno caratterizzato negli ultimi anni la diagnosi genetica prenatale – ha spiegato Bruno Dallapiccola – l’anticipazione della diagnosi dal secondo e dal primo trimestre di gravidanza, al momento del concepimento; il passaggio dalla diagnostica invasiva (amniocentesi e villocentesi) a quella non invasiva (screening biochimici e screening di patologie cromosomiche e non solo sul DNA fetale circolante della madre, a partire dalla 10 settimana di amenorrea); la diagnosi prenatale non più guidata da un rischio specifico ma semplicemente dalla disponibilità di indagini genomiche che al momento promettono molto di più di quanto i loro limiti consentono di ottenere nella realtà; il controllo delle malattie non più con l’interruzione della gravidanza, ma, per diverse malattie con terapie di precisione in grado di guarirle e di incidere sulla loro storia naturale, come nel caso della talassemia, dell’atrofia muscolate spinale e di alcune forme di fibrosi cistica”.

       In parallelo è decisamente aumentata anche la sopravvivenza dei neonati pretermine. “Il nostro Paese vanta uno dei più bassi tassi di mortalità al mondo per i neonati pretermine di peso inferiore a 1.500 grammi. Gli ultimi dati disponibili (2017) evidenziano, infatti, una mortalità nel nostro Paese pari al 13.3% rispetto al 14.3% come riportato dal Vermont Oxford Network, un registro internazionale che raccoglie i dati di 1200 TIN (Terapie Intensive Neonatali) nel mondo”, ha spiegato Fabio Mosca, presidente della Società Italiana di Neonatologia.

Mortalità infantile più elevata al Sud
       Tuttavia, questi dati positivi sono contrassegnati da forti diseguaglianze geografiche. In Italia la mortalità infantile (primo anno di vita) è del 2,8 per mille nati vivi, ma con ampie differenze territoriali: ad esempio nel Nord Est è pari a 2,3 e nelle isole a 3,7 per mille nati vivi.

       “Un bambino che nasce nelle regioni meridionali ha un rischio del 36% più elevato di morire rispetto ad uno nato nel Nord nel primo anno di vita – ha spiegato Mario De Curtis, professore ordinario di Pediatria, Università la Sapienza di Roma – Se nel 2016 l’Italia avesse avuto la stessa mortalità del Nord Est sarebbero sopravvissuti nel primo anno di vita 180 bambini nel Sud e Isole, 28 nel Centro e 42 nel Nord Ovest”.

       Un altro aspetto critico riguarda i nati da genitori stranieri che hanno una mortalità neonatale e infantile maggiore dei nati da genitori italiani. Secondo gli ultimi dati dell’Istat in Italia i nati da genitori stranieri rappresentano il 14,9 % di tutti i nati, ma contribuiscono al 21% della mortalità infantile totale.

       “Questa differenza – ha aggiunto De Curtis – è legata soprattutto a condizioni perinatali che riguardano, in particolare, le condizioni di salute delle donne immigrate durante la gravidanza. Situazioni di svantaggio sociale, economico e culturale, attività lavorative meno garantite e più pesanti, un’alimentazione incongrua, carenti condizioni igieniche e abitative, cure ostetriche tardive e inadeguate delle madri straniere durante la gravidanza aumentano il rischio di malattia e di morte per il neonato”.

Crollo nascite, non servono misure spot
       Il Congresso è stata anche l’occasione per fare il punto sul drammatico crollo delle nascite. Nel giro di un decennio l’Italia ha visto diminuire i nati di oltre un quinto passando dai 576.659 nati registrati nel 2008 ai 458.151 del 2017. Nello stesso periodo le donne in età fertile sono passate da 13.990.503 a 12.945.219. Negli ultimi 60 anni il numero di residenti di età pari o superiore a 65 anni è aumentato di oltre 30 volte. Bassa natalità, invecchiamento della popolazione e conseguente moltiplicarsi della spesa sanitaria sembrano un trend ineluttabile nel nostro Paese. “Siamo una bomba demografica a orologeria”, ha detto Walter Ricciardi, Ordinario di Igiene alla Università Cattolica di Roma.

       Come ridurre i danni? “Le misure spot non servono, ciò che occorre è una politica coordinata di interventi. Bisogna incrementare il lavoro femminile, l’Italia è ultima in Europa (58,77% contro 65,7%) attraverso adeguati strumenti di protezione della famiglia, sgravi fiscali e asili nido. Ad esempio, in Francia il 90% delle famiglie riceve 923 euro al parto, chi ha già un figlio 130 euro al mese per un anno che raddoppiano per chi ha un secondo figlio, oltre ad asili nido e assistenza domiciliare gratuita per tutti i neonati e bambini”.

Fertilità, 1 coppia su 5 ha difficoltà a procreare
       Tra gli interventi utili per garantire e promuovere la natalità hanno un peso le misure per tutelare la fertilità dell’uomo e della donna. In Europa sono circa 25 milioni i soggetti colpiti da infertilità. Oggi in Italia una coppia su 5 ha difficoltà a procreare per vie naturali mentre 20 anni fa la percentuale era circa la metà.

       “Dal 1978, anno della prima neonata venuta al mondo con PMA, più di 8 milioni di bambini sono nati nel mondo grazie alla procreazione medicalmente assistita. In Italia circa il 3 % di bambini nasce ogni anno grazie a una di queste tecniche – ha detto Elisabetta Porcu, Professoressa di Ginecologia, Università di Bologna – Ma la procreazione medicalmente assistita contribuisce in maniera limitata a contrastare il calo delle nascite perché l’età materna avanzata costituisce un limite insuperabile. Inoltre, alcune tecniche (XI) non sono scevre da rischi per la salute”.

       In conclusione, i dati demografici ci dicono da anni che in Italia come in molti altri Paesi del mondo abbiamo bisogno di promuovere la natalità. “Aumentare il numero dei bambini che nascono deve presupporre però che ci si occupi attivamente della loro salute e dei loro diritti” ha concluso Giovanni Corsello, Professore Ordinario di Pediatra all’Università di Palermo.

       “Per far ciò occorre: finalizzare risorse reali sulle famiglie e sulla genitorialità; tutelare e favorire la fertilità nella coppia; garantire accoglienza e integrazione sociale a tutti i bambini e alle donne in età fertile che giungono nel nostro Paese; dare maggior rilievo e diffusione alle indagini di screening e diagnosi prenatale e precoce, anche in vista di nuovi trattamenti efficaci ma gravosi per la sostenibilità del SSN (farmaci biologici e terapia genica); garantire sicurezza e assistenza omogenea su tutto il territorio nazionale ai bambini con problemi legati alla cronicità e complessità assistenziale, a partire dai neonati pretermine”.

Fonte https://www.insalutenews.it/in-salute/crollo-delle-nascite-una-coppia-su-5-ha-difficolta-a-procreare-natalita-e-salute-del-bambino-al-congresso-sip/

L'app per la fertilità? Dietro c'è un gruppo antiabortista

SE SIETE una delle cento milioni di donne che nel mondo usano un’applicazione per monitorare la fertilità, fareste bene a non fidarvi al cento per cento. Le utenti di Femm, app per smartphone lanciata nel 2015 e già scaricata 400.000 volte, anche in Europa, si sono ritrovate con una sorpresa. Secondo un’indagine condotta dal quotidiano inglese Guardian, l’applicazione che monitora il ciclo mestruale per avere o evitare una gravidanza, è in realtà finanziata e operata da un gruppo antiabortista.
Fondi da antiabortisti e legami con la chiesa
L'app per la fertilità? Dietro c'è un gruppo antiabortistaLa Femm Foundation, proprietaria della app, riceve la maggioranza dei suoi fondi da donatori privati. Tra questi c’è anche la Chiaroscuro Foundation (che ha elargito quasi 2 milioni di dollari), una charity presieduta da Sean Fieler, milionario cattolico, americano, proprietario di un hedge fund. Fieler da tempo sostiene il vice presidente Usa, Mike Pence, che si oppone al controllo delle nascite e all’aborto. Non solo. Il Guardian ha anche scoperto che due dei consulenti medici dell’azienda non hanno la licenza per praticare la professione negli Stati Uniti e sono legati alla chiesa cattolica del Cile, Paese in cui l’accesso all’aborto è ancora molto ristretto. Anna Halpine, amministratore delegato della Femm Foundation, difende l’azienda: «Non abbiamo mai commentato su questioni riguardanti l’aborto. Femm è un’organizzazione impegnata a espandere la ricerca e la conoscenza sulla salute riproduttiva delle donne in tutto il mondo».

Conoscere il ciclo non basta

Alla luce di queste informazioni sembrano sospetti i dubbi che la app solleva sull’uso della pillola e di altri metodi concezionali basati sul controllo degli ormoni. Secondo Femm il miglior modo per concepire o per evitare una gravidanza è “conoscere il primo ciclo”.


Eppure, secondo le Nazioni Unite, nel mondo il 57% delle donne in coppia stabile usa un metodo di contraccezione moderno, dalla pillola agli impianti, mentre il sistema fai-da-te, che si basa semplicemente sul ciclo mestruale, viene considerato il meno efficace e risulta in 24 gravidanze indesiderate ogni cento donne.

Femtech a rischio privacy
Le app per tracciare ciclo, fertilità e gravidanza sono sotto accusa da tempo. Un’indagine del        Washington Post ha rivelato recentemente che i dati raccolti da molte di queste app (come Glow, Ovia, Clue e altre) vengono poi condivisi con terzi, come i datori di lavoro, che così possono sapere quante dipendenti stanno provando ad avere un figlio, o con le assicurazioni sanitarie (che in Usa sono obbligatorie). Il quotidiano ha parlato di una vera e propria “sorveglianza mestruale” che coinvolge anche un aspetto commerciale. Spesso infatti le app chiedono informazioni sull’attività sessuale, sull’uso di preservativi e test di gravidanza. Insomma, nel mondo femtech, ossia tutti quei dispositivi o applicazioni per la salute femminile, è ormai allarme privacy.

Fonte https://www.repubblica.it/salute/medicina-e-ricerca/2019/05/30/news/l_app_per_la_fertilita_dietro_c_e_un_gruppo_antiabortista-227577895/

Nel mondo 90 milioni coppie sperimentano problemi fertilità

Fecondazione assistita, in Europa si è passati dai 100mila cicli del 1995 ai 700mila del 2014 © Ansa        Sono 90 milioni le coppie nel mondo che sperimentano problemi di fertilità, 25 milioni di persone solo in Europa, che è il continente dove più si ricorre alla fecondazione assistita: si è passati dai 100mila cicli del 1995 ai 700mila del 2014. E il tasso di fertilità è in calo in tutto il mondo negli ultimi anni. Anche in Africa, dove rimane il più alto, il numero di nascite per donna è crollato da 5,1 nel 2000-2005 a 4,7 nel 2010-2015. A dare il quadro è Eleonora Porcu, professoressa di Ginecologia all'Università di Bologna, al 75esimo congresso di pediatria. L'Italia, dove si stima che circa il 15% delle coppie abbia problemi di infertilità, è l'ottavo Paese al mondo per numero di trattamenti di procreazione medicalmente assistita (Pma). Più di otto milioni di bambini sono nati nel mondo grazie alla Pma dal 1978, in Europa dal 1997 al 2014 quasi un milione e mezzo, in Italia nel solo 2016 13.582 (in totale il 2,9% di tutte le nascite in Italia in quell'anno). "La Pma - spiega Eleonora Porcu - è stata ideata per curare la sterilità, e ci riesce in parte, non in modo assoluto. Con una percentuale media di gravidanze intorno al 30%, la percentuale cumulativa può crescere con più cicli di trattamento ma non arriva mai a curare tutti i casi di sterilità". Oltre alle patologie c'è anche il fattore età che incide sulla fertilità: non sempre la Pma è la risposta. "La denatalità - conclude l'esperta - è legata più ai costumi sociali che fanno sì che si sposti l'inizio della ricerca di bambini che al reale aumento di fattori patologici. Pensare di contrastare la denatalità con tecniche di laboratorio è inappropriato. Non è così, si può dare una mano, a una fascia persone con patologia, ma non si può pensare di risolvere la denatalità finendo nei laboratori".

Fonte ANSA

Ci interessa la fecondità, non la fertilità/2 - Il progetto di coppia dell’Amoris laetitia

       L’Amoris laetitia dedica un capitolo intero a “L’amore che diventa fecondo”. L’Esortazione Apostolica non parte dalla famiglia ‘mononucleare’, proprio perché sa vedere la famiglia come una rete di relazioni ampie (cfr. Amoris laetitia, 186). E all’interno di questa dimensione sociale il Papa sottolinea in particolare sia il ruolo specifico del rapporto tra giovani e anziani, sia la relazione tra fratelli e sorelle come tirocinio di crescita nella relazione con gli altri.

       L’Amoris laetitia parla il linguaggio dell’esperienza. Chiaramente ispirata a situazioni concrete, intende ribadire con forza non l’ideale della famiglia, ma la sua realtà ricca e complessa. Viene chiarita l’importanza di una fecondità “allargata” che, se non è possibile con figli propri, si apra all’adozione (Amoris laetitia, 5, 178,179,180), sempre nella trama del progetto di coppia.

       Per questo, l’amore coniugale non si esaurisce all’interno della coppia. L’Amoris laetitia apre a una comprensione della fecondità nuziale più ampia rispetto alla sola fertilità. La prima forma di fecondità nuziale è data dal generare la presenza di Dio nel partner e quindi nella relazione di coppia. È questa la vera fecondità della coppia, oltre la sola fertilità! Generare il coniuge come persona amata, poi, è un generarsi a vicenda; un generarsi come persone che si sentono reciprocamente amate e apprezzate. La prima grande fecondità non è data dalla nascita dei figli, ma dalla nascita di quel ‘noi’ in cui ognuno è unico per l’altro.

Fonte https://www.portalecce.it/index.php/gente-bona-diocesi-lecce/cum-panis/2130-ci-interessa-la-fecondita-non-la-fertilita-2-il-progetto-di-coppia-dell-amoris-laetitia

La dieta per aumentare la fertilità maschile

       Fertilità maschile e alimentazione, un binomio inscindibile. La salute sessuale, infatti, inizia dalla tavola. Una dieta equilibrata, varia e salutare è di fondamentale importanza per l’equilibrio e il benessere maschile. Le evidenze emerse dallo studio condotto dal team di ricercatori coordinati da Giuseppina Peluso, responsabile del Laboratorio di Semiologia-Pma Azienda Ospedaliera di Cosenza, relativi al rapporto tra qualità degli spermatozoi e antiossidanti, sono un nuovo tassello a sostegno dell’importanza che l’alimentazione riveste nell’ambito della salute maschile.

       Secondo lo studio, infatti, bastano due mesi di dieta ricca di frutta e verdura per avere spermatozoi più sani. Circa 800-1000 milligrammi al giorno di antiossidanti vegetali, contenuti in 300 grammi di frutta e verdura, possono raddoppiare in due mesi la motilità degli spermatozoi.

       Ne consegue che tra gli attori fondamentali per la qualità e la capacità di fecondazione degli spermatozoi sono da annoverare: vitamina C, vitamina E, zinco, folati e beta-carotene presenti in frutta e verdura, ma anche nei legumi. Il tema della qualità degli spermatozoi non è da sottovalutare, perché se è vero che più è alto il numero di spermatozoi, maggiore è la possibilità di fecondare con successo, non bisogna dimenticare che la capacità di procreazione maschile dipende anche dallo stato di salute dello spermatozoo. E quello dell’infertilità è un problema più diffuso di quanto si possa pensare.

       Mentre, infatti, cinquant’anni fa era la donna ad essere considerata l’unica responsabile dei problemi di fertilità della coppia, oggi i numeri parlano chiaro: in uno spermiogramma si registra una riduzione del 30/40% degli spermatozoi e addirittura del 50% della mobilità. Delle 48.000 mila coppie infertili che ogni anno provano ad avere un bambino, in circa la metà dei casi i problemi riscontrati sono maschili. E l’alimentazione può essere sicuramente una concausa.

dieta fertilita maschile        Ciò detto, in accordo con la dieta mediterranea, che resta il regime alimentare di riferimento, il regolare consumo di frutta e verdura, alimenti notoriamente ricchi di antiossidanti, migliora i parametri del liquido seminale. I radicali liberi sono, infatti, i principali nemici della fertilità. In particolare consigliamo di assumere una dose sufficiente di alfa carotenoidi, di zinco e vitamina e che sono in grado di difendere le cellule che diventeranno spermatozoi.

La dieta ideale?

       Spremuta di arancia e pompelmo a colazione. Per pranzo, invece, un'insalata di pomodori condita con del basilico o arricchita di verdura a foglia verde, come la rucola. Tra gli alimenti che non devono mai mancare: cavoli, broccoli, spinaci e legumi (aumentano la produzione di spermatozoi), noci (li rendono più attivi e mobili) e anche zafferano, fegato, pollo e pesce, che ne migliorano la qualità e prevengono i difetti.

       Da mettere al bando, invece, le bevande zuccherate, l’eccesso di carne rossa, fritti, merendine e alimenti ricchi di grassi saturi. Ancora una volta la dieta mediterranea rappresenta un elisir di salute.

Fonte https://www.agi.it/blog-italia/salute/dieta_fertilita_maschile-5561665/post/2019-05-29