mercoledì 2 agosto 2017

Anche lui può cadere in depressione se partner è in dolce attesa

Anche lui può cadere in depressione se partner è in dolce attesa © Ansa      Anche i maschi si possono ammalare di depressione quando le partner aspettano un figlio e dopo la nascita di questo. La depressione paterna colpisce soprattutto uomini con lavoro precario o con problemi di salute, o ancora la cui relazione è percepita come non stabile. E' quanto emerge dallo studio pubblicato sulla rivista Jama Psychiatry condotto da Lisa Underwood dell'università di Auckland in Australia. La ricerca ha coinvolto 3523 uomini le cui partner erano in dolce attesa. E' stata indagata la comparsa di sintomi depressivi sia durante la gravidanza, sia dopo la nascita del bambino. Gli uomini sono stati intervistati sul proprio stato di salute, sul rapporto con la partner, sulla propria vita professionale. E' emerso, racconta Underwood intervistata dall'ANSA, che "un uomo su 25 presenta sintomi di depressione postnatale, uno su 50 di depressione antenatale". I fattori di rischio principali sono la cattiva salute percepita, lo stress cronico, difficoltà lavorative e nella relazione con la partner.

      Anche se, precisa l'autrice, si tratta di un fenomeno ridotto rispetto alla depressione materna - ''una donna su otto nel nostro studio manifesta depressione in gravidanza e una su 12 sintomi depressivi post-partum'' - è un fenomeno da non trascurare, specie alla luce di recenti studi che hanno evidenziato come l'influenza della figura paterna sui figli sia vitale per il loro sviluppo psicosociale e cognitivo.
    E' importante riconoscere e trattare in modo tempestivo i segni del disturbo depressivo nell'uomo ''in dolce attesa' e nei neopapà, conclude l'esperta.

Fonte http://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/lei_lui/vita_di_coppia/2017/02/16/anche-lui-puo-cadere-in-depressione-se-partner-aspetta_99068122-0dcf-4d91-9434-1763816eff33.html

LA MATERNITÀ DOPO I 40 ANNI

Newborn baby with mother      Con gli anni il corpo cambia. A quarant’anni molti organi iniziano a manifestare evidenti segni di usura ed invecchiamento. Dal punto di vista riproduttivo questo comporta una riduzione della fertilità. Il concepimento diventa più difficile da raggiungere, ma la maggior parte delle coppie, in assenza di patologie specifiche, riesce ad arrivare all’obbiettivo semplicemente impiegando più tempo.

      Anche gli ovuli si sviluppano con maggiore difficoltà ed aumentano i rischi di mutazioni genetiche e malformazioni fetali. In questo caso all’invecchiamento si sovrappongono gli effetti di un maggior periodo di esposizione a sostanze potenzialmente mutagene. Tuttavia le possibilità di avere un bambino sano sono ancora superiori al novanta per cento.
      Il corpo di una donna di quarant’anni è meno agile e flessuoso di quello di una ventenne, ma ciò non le impedisce di affrontare con successo e senza eccessivo disagio i nove mesi di gestazione.

      Se da un lato aumentano le possibilità di sviluppare diabete ed ipertensione, dall’altro c’è l’effetto degli ormoni della gravidanza che aiutano le mamme di ogni età a sfruttare al meglio le risorse del proprio corpo in questo momento particolare.
      C’è da sottolineare il fatto che le modificazioni che avvengono nel corso di una gravidanza sono un automatismo naturale e che il corpo femminile è “programmato” per affrontarle fino al limite fisiologico della menopausa.

      La maternità a quarant’anni è una esperienza più profonda e consapevole ed il maggior impegno fisico è di solito compensato da una maggior maturità intellettuale e psicologica. Uno stile di vita sano ed equilibrato è sufficiente a compensare le ridotte capacità metaboliche evitando le potenziali influenze negative che l’accumulo di cataboliti e tossine possono avere sullo sviluppo fetale.
      Gli ormoni prodotti dalla placenta e dal feto risvegliano le grandi potenzialità adattative femminili ed il legame che si viene a creare col nascituro genera tutta l’energia necessaria ad una mamma, indipendentemente dall’età anagrafica.

martedì 1 agosto 2017

Papilloma virus in uomo è causa infertilità e aborti

Papilloma virus in uomo è causa infertilità e aborti © Ansa La presenza del Papilloma virus (Hpv) nel liquido seminale maschile ostacola la fertilità, riducendo le probabilità di induzione della gravidanza che, se ottenuta in presenza di tale virus, determina molto frequentemente aborti.
    In questi pazienti, tuttavia, la somministrazione del vaccino, inducendo la produzione di anticorpi, facilita l'eliminazione del virus e ripristina la fertilità. Lo dimostra uno studio condotto da Carlo Foresta, direttore dell'Unità di Andrologia e Medicina della riproduzione dell'Azienda Ospedaliera di Padova, e dal dottor Andrea Garolla.
    Lo studio sarà presentato al XXXII Convegno di Medicina della Riproduzione, che si svolge dal 23 al 25 febbraio ad Abano (PD).
Картинки по запросу infertilità    I ricercatori hanno dunque dimostrato che la presenza di HPV nel liquido seminale ostacola la fertilità naturale. Questi risultati emergono dalla valutazione di 115 coppie senza cause apparenti di infertilità, il cui partner risultava positivo all'HPV nel liquido seminale. Tra queste, 54 coppie hanno cercato una fertilità naturale per 12 mesi senza eseguire alcun trattamento. Questo gruppo ha ottenuto una gravidanza nel 14,8% dei casi, ma nel 37.5% degli stessi la gravidanza esitava in aborto. Nelle rimanenti 61 coppie, il partner era sottoposto a vaccinazione per HPV per sei mesi, prima della ricerca della gravidanza. In questo gruppo, le coppie hanno ottenuto una gravidanza entro l'anno nel 37,7%, con una percentuale di aborto del 4,3%. In altre parole, tra tutte le gravidanze ottenute, nel gruppo sottoposto a vaccino è stata documentata una percentuale di nati pari al 95,6%, mentre nell'altro gruppo la percentuale si è attestata al 62.5%. Questi risultati, rilevano i ricercatori, "dimostrano che l'induzione della difesa immunitaria contro l'HPV, indotta dal vaccino, rappresenta un trattamento utile per una più rapida eliminazione dell'infezione e per il ripristino della fertilità senza conseguenze abortive".
    Lo studio suggerisce inoltre che in tutti i casi in cui l'infertilità di coppia non può essere attribuita ad una causa ben definita e nelle coppie in cui si manifesta una poliabortività, dovrebbe essere eseguita la ricerca dell'HPV nel liquido seminale.

Fonte http://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/lei_lui/vita_di_coppia/2017/02/22/medicina-papilloma-virus-in-uomo-causa-infertilita-e-aborti_837053b5-7557-4efb-bcf4-f53e64564736.html

LA MUSICA PRIMA DI NASCERE: I BAMBINI LA RICORDANO

      Un gruppo di studiosi finlandesi dell’Università di Helsinki, ha condotto uno studio scientifico, pubblicandolo online sulla rivista PlosOne, su un gruppo di 33 neo mamme.
gestante-musica      A dieci di loro è stato chiesto di cantare ad alta voce o far ascoltare ad un’intensità non superiore ai 45 decibel, per almeno un minuto ininterrottamente e cinque volte a settimana, a partire dalla ventinovesima settimana di gestazione e per tutto l’ultimo trimestre di gravidanza definito periodo fetale, sempre la stessa canzone, più precisamente “Twinkle twinkle little star”, con l’aggiunta della parola tatata, ripetuta con cadenza periodica durante tutta l’esibizione, con la finalità di dimostrare che i suoni venivano memorizzati dal feto e che la memoria celebrare a lunga scadenza veniva attivata quando il feto, durante la crescita, era stimolato dalla stessa musica.

      Per confermare tale tesi, dopo un mese dalla loro nascita, gli studiosi diretti dal dottor Eino Partanen, rinomato neuropsichiatra che si occupa di studi sulla percezione del linguaggio infantile e di psicologia cognitiva, hanno sottoposto i piccoli ad un elettroencefalogramma applicando loro 12 elettrodi sistemandoli in varie parti della testa. Hanno fatto risentire, durante l’esame, il canto arricchito con il termine tatata aggiungendo un altro termine mai sentito, ovvero tototo applicando così il principio psicologico denominato Mismatch/Response, secondo il quale una parola leggermente diversa da quella conosciuta costringe il cervello a mettere in atto una reazione.

Controllando l’encefalogramma dei piccoli, i ricercatori si sono resi conto che reagivano solamente alla parola conosciuta, mentre non si verificavano reazioni in quei bebè che non avevano mai percepito il termine tatata. L’esperimento confermava l’idea di Partanen secondo la quale i piccoli avevano l’abilità di memorizzare sia la musica che il termine aggiunto in essa.

      L’esperimento è stato ripetuto a quattro mesi di età allo scopo di costatare se i bambini avessero registrato e mantenuto qualche apprendimento. Il risultato dei loro controlli ha testimoniato che i piccoli riconoscevano, subito e alquanto velocemente, la musica fatta loro sentire durante la gestazione e che la loro attività celebrare era maggiormente stimolata rispetto ai bambini che non avevano sentito la stessa melodia. A detta della psicologa Minna Huotilainen, autrice del progetto, questo fenomeno è definito apprendimento inconscio. Mentre, il dottor Eino Partanen, sostenitore della ricerca, ha ribadito che il cervello dei piccoli reagisce alla loro memoria.

      Gli scienziati hanno evidenziato che il periodo migliore per influenzare, concretamente e positivamente, lo sviluppo celebrale inizia dalla ventisettesima settimana di gestazione e continua fino ai sei mesi, epoca in cui avviene l’evoluzione dell’udito, ed è proprio in questo lasso di tempo che la musica incentiva tale accrescimento. Hanno inoltre informato che avevano già scoperto, tramite altre ricerche, che i feti erano in grado di acquisire parole di un discorso, ma che non erano giunti a scoprire per quanto tempo li memorizzassero. Grazie al recente studio sono giunti alla conclusione che i feti acquisiscono dati precocemente e che li conservano per molto tempo.

      La nuova scoperta ha vanificato uno studio condotto dai ricercatori della The Eunice Kennedy Shriver National Institute of Child Health and Human Development, secondo il quale il feto non sarebbe in grado di percepire chiaramente nessun rumore, questo perché nella placenta ci sarebbe una specie di isolamento acustico che glielo impedirebbe. Le stesse mamme, coinvolte nel progetto, lo hanno avvalorato affermando che alla nascita i loro bebè riconoscevano la musica ascoltata durante il loro sviluppo fetale, aggiungendo che la melodia aveva avuto un effetto rilassante su di loro e che le note, fatte ascoltare attraverso la pancia, avevano ulteriormente intensificato il dialogo del tutto personale con il feto e, che dopo la nascita, era diventato ancora più solido.

      Precedentemente a questo studio svedese , nel 2011, dopo accurate ricerche, si era scoperto che far ascoltare musica al feto, per tutto il periodo della gravidanza, rappresentava un valido modo per tranquillizzarlo, dopo la nascita, facendogli risentire semplicemente la stessa musica.
Prima ancora, nel 2003, alcuni medici avevano scoperto che il cuore del feto aumentava il suo battito ogni volta che percepiva la voce della madre e che traevano beneficio da un ambiente stimolante a vantaggio del loro ritmo di sviluppo. Ricerche sperimentali avevano rivelato solo che il feto era in grado di distingue i sapori fondamentali quali dolce, salato ed amaro e gli odori, tuttavia, partendo proprio da queste scoperte si resero conto che il feto aveva anche reazioni visive ed auditive.

      Numerosi studi si sono sempre occupati di capire quanto lo sviluppo della personalità di un bambino possa essere influenzato già a partire dal concepimento e quanto il loro sviluppo linguistico risenta positivamente delle parole udite quando era ancora protetto nel pancione della madre. Teorie, non dimostrate, hanno sempre sostenuto che far loro ascoltare musica classica , in particolare quella di Mozart, avesse un influsso positivo già sul feto, ma solo oggi, si è potuto finalmente dimostrare che far ascoltare musica in gravidanza ha il potere di verificare nel cervello la memoria a lungo termine e di sviluppare sia la capacità di apprendimento che di comunicazione.

Gravidanza: fare troppi test non aumenta la sicurezza

Mortalità in Italia ed Europa
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      L’Italia, insieme a Francia e Gran Bretagna, registra il più basso tasso di mortalità in gravidanza: 10 donne su 100.000. Lo standard, però, è negativo se pensiamo al numero di nascite annuali, anche rispetto a paesi molto più grandi come gli Stati Uniti. Come già detto, si studiano da anni eventi come la trombosi e l’embolia, perché sono responsabili di più della metà delle morti materne; ma come è possibile se si fanno più esami? Tutto ciò è possibile perché gli eventi avversi imprevisti non possono essere combattuti.


      Allo stesso modo non è possibile pensare di sottoporre tutto le donne gravide a ogni esame possibile; tutto ciò aumenta i costi sanitari ma non migliora la salute. Tuttavia l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che l’85% delle gravidanze abbiano un iter fisiologico e che quindi nei casi di alto rischio ci sia già una diagnosi di fondo a tutela della mamma e del nascituro.

Perché fare esami non riduce i rischi?


Perché fare esami non riduce i rischi?
      Il rischio non può essere ridotto se non è noto, e non tutte le patologie si manifestano in tempo per essere trattate; queste, per altro, avvengono anche in gravidanze che stanno procedendo bene, richiedendo un intervento tempestivo e urgente. In più non va dimenticato che la positività degli esami eseguiti non indica necessariamente lo sviluppo di una condizione morbosa, ma solo una predisposizione o un fattore di rischio. Molte sono le future mamme a cui si somministra eparina a basso peso molecolare, solo a scopo preventivo; ma ciò non significa che la donna ha la trombofilia, ma solo che ha una positività a un test che non si esprime sul rischio reale. Infatti quando si parla di rischio, è bene identificarlo e graduarlo, per evitare che si faccia allarmismo e si inneschino ansie superflue.

Il problema della Trombofilia


      Se da un test risulta una trombofilia a basso rischio, la prescrizione terapeutica non è abbastanza; infatti, le linee guida del Royal College of Obstetricians & Gynaecologists britannico, datate aprile 2016, suggeriscono di iniziare farmaci solo se c’è almeno la presenza di altri 3 fattori di rischio. A volte, basta correggere l’eccesso di fumo in gravidanza o di peso corporeo per avere un miglioramento evidente. Inoltre la stessa eparina funziona solo nel 60-70% dei casi, lasciando scoperto un 40-30% di donne con gravidanze prive di rischi che non si possono controllare.

Una buona anamnesi migliora la gravidanza

      I dati anamnestici della donna andrebbero raccolti ancora prima che avvenga il concepimento; successivamente, a inizio gravidanza, a ognuna dovrebbe corrispondere un profilo di rischio ipotetico. Donne con rischio alto hanno già avuto trombosi o interventi di chirurgia maggiore e per queste è già prevista una terapia medica di supporto alla gestazione e per le 6 settimane di post-partum. In più, proprio perché non tutte possono essere studiate, è bene stringere il campo su coloro che hanno un parente di primo grado con meno di 50 anni affetto da trombosi.

DISTURBI EMOTIVI GRAVIDANZA E POST-PARTO CON L’OMEOPATIA

      Monitoraggi ed esami frequenti: la gravidanza è solo all’inizio, ma nel frattempo comincia a farsi sentire anche un po’ d’ansia. E’ possibile intervenire con i medicinali omeopatici?
Certamente, i medicinali omeopatici possono essere assunti per tutto il periodo della gestazione, per i disturbi provocati da stress e stati ansiosi. In caso di “paura che blocca”, per esempio prima di un’ecografia o di una visita importante, consiglio di assumere Gelsemium 30CH, nella posologia di 5 granuli 3 volte al giorno.
omeopatia kit
     Se invece si verificano delle crisi di panico passeggere il medicinale omeopatico più adatto è Aconitum 30CH. Ne vanno assunti 5 granuli 3 volte al giorno.
     Mi capita spesso poi che le mie pazienti mi raccontino della loro difficoltà a prendere sonno per via dell’agitazione. Sulla base della mia esperienza clinica, suggerisco frequentemente Datif PC, una specialità omeopatica in compresse utile sia per gli stati ansiosi che per i disturbi del sonno associati. Il mio consiglio è di assumerne 2 compresse 3 volte al giorno.

     Cosa consiglia quando la futura mamma si trova in uno stato di facile irritabilità? E per l’astenia?      L’omeopatia può fare qualcosa?
     In questo caso prescrivo il medicinale omeopatico Lycopodium 30CH, 5 granuli al giorno, indicato quando ci si sente facilmente irritabili.

     Dopo il parto, molte mamme sperimentano il cosiddetto baby blu, l’omeopatia può essere di aiuto anche in questo caso?
     Il baby blues è un malessere che colpisce circa l’85% delle neomamme. E’ quel periodo caratterizzato dalla voglia di piangere continua, astenia, malessere generale, sensazione di non essere all’altezza nel nuovo ruolo di madre.
     Se la paziente piange, ma accetta l’aiuto dei famigliari e migliora se consolata, è consigliabile assumere Sepia 30CH, una dose a settimana per circa un mese.
     Quando prevalgono le crisi isteriche e la neomamma migliora molto rapidamente se si distrae, può essere utile assumere Ignatia 30CH 5 granuli ogni sera e, se i sintomi persistono, anche al mattino.


Ringraziamo il Dr Balsamo per la consulenza

Nascita prematura: sintomi, rischi e conseguenze

27 settimana di gravidanza

     Da che settimana si può partorire? È bene chiarire la definizione di parto prematuro. Si definisce parto prematuro un parto il cui travaglio ha luogo tra la 22esima e la 37esima settimana di gestazione. I bambini nati in questa epoca gestazionale sono prematuri.

     I bambini prematuri non hanno basse possibilità di sopravvivenza o alte percentuali di sviluppare ritardi. La medicina di oggi ci garantisce buone possibilità di crescita senza il verificarsi di problematiche successive. La nascita prematura di un feto a 27 settimane o la nascita di un feto a 31 settimane è raro che porti problematiche permanenti al bambino. A 31 settimane di gravidanza il bambino è completamente formato e in grado di sopravvivere.
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     I sintomi di un parto prematuro sono simili a quelli di un parto a termine. Ovvero l’inizio di un’attività contrattile regolare o la rottura delle membrane. I bimbi prematuri dovranno rimanere più a lungo in ospedale per permettere che crescano nel migliore dei modi. Nell’atmosfera di un reparto di terapia intensiva neonatale (TIN), con luci meno intense e meno stimoli in genere, il fragile sistema nervoso di un bambino prematuro può organizzarsi più rapidamente e più efficacemente.

     Il cervello del feto è ben formato ed iniziano a formarsi i neuroni. A livello fisico la pancia inizia a crescere e l’ombelico inizia ad uscire verso l’esterno.

Parto prematuro

     A quante settimane si può partorire? È considerato parto a termine il parto che ha luogo tra la 37esima e la 42 esima settimana di gestazione. Il parto antecedente la 37esima settimane viene considerato parto pretermine. I nati prematuri saranno notevolmente più piccoli di dimensioni e la testa risulterà essere più grande rispetto al corpo.

nascita prematura
     Nel  parto prematuro i sintomi sono pressoché simili al parto a termine. Ovvero l’insorgenza di attività contrattile o la rottura delle membrane. Non si conoscono le cause certe del parto prematuro. Partorire a 35 settimane, ad esempio, potrebbe creare meno allarmismi come partorire a 22 settimane.

Trentasettesima settimana di gravidanza

      La 37esima settimana di gravidanza è il termine ultimo che sancisce il parto prematuro. Infatti i parti che avvengono da questa settimana in poi sono considerati a termine. Non ci sono pericoli da tenere in considerazione, salvo qualche complicanza avvenuta al momento del parto e successivamente.

Fonte http://www.passionemamma.it/2017/07/nascita-prematura/