giovedì 3 novembre 2016

Sterilità, quante sono le coppie che hanno questo problema

        Negli animali, ove vi sia una diretta connessione temporale tra i due eventi, ogni rapporto ha la probabilità di dare inizio ad una gravidanza nel 98-99% dei casi: nella donna invece il "rischio" di essere fecondata è solo del 20-30% se il rapporto avviene nel periodo fecondo di un ciclo ovulatorio.
        In base a questa premessa biologica è evidente che occorre concedere un certo periodo di "prova" (2 anni circa di rapporti non protetti), prima di potere definire una coppia substerile o sterile.
        Non avendo a disposizione alcun registro nazionale di sterilità, in Italia è possibile effettuare solo stime approssimative del fenomeno. La sterilità, intesa come assenza di concepimenti dopo 24 mesi di rapporti volutamente fecondanti, interessa il 20,6% della popolazione.
        Di conseguenza ogni anno, se si considera un tasso di matrimoni pari allo 0,5%, ci si aspettano da 50.000 a 70.000 coppie senza figli. Di queste il 42% (circa 21-29.000) richiede una consulenza specialistica che consente di diagnosticare una causa rilevante di sterilità in un quarto circa dei casi.
sterilità di coppia cure        Infatti, nel 78,6% dei casi la coppia non è sterile ma "ipofertile" o "subfertile" e cioè ha difficoltà a concepire ma non le è preclusa la possibilità di essere genitori. Nel restante 21,4% la coppia, invece, è sterile per cause imputabili all'uomo nel 5,9% dei casi o alla donna nel 15,9%.
        In altri termini: in Italia su cento coppie che cercano di avere un figlio, da quindici a venti sono sterili. Una valutazione che nasce soprattutto dall'esperienza dei ginecologi.
        Dalla stessa esperienza si evince che, sempre in Italia, la sterilità maschile incide nel 35% dei casi, la sterilità ormonale femminile nel 30% dei casi, solitamente di facile risoluzione.
        La sterilità femminile da cause "meccaniche" - principalmente tubariche - pur avendo una minore incidenza (15%) richiede un approccio terapeutico più complesso che, nella maggior parte dei casi, necessita di tecniche di fecondazione assistita.
        In un 5% dei casi responsabile della sterilità è la cndometriosi; in un 5% dei casi la sterilità è riconducibile ad un problema di "coppia", men tre nel 10% circa l'assenza di una causa evidenziabile con le comuni indagini inquadra il caso come "sterilità inspiegata" od "idiopatica".
Fonte Ettore Cittadidini, Carlo Flamigni - Un Figlio, volerlo per poterlo avere - Ed. La Nuova Italia Scientifica

A quanti anni avrai un figlio? Te lo svela il Dna

          A quanti anni avrai un figlio? Se ti sei fatto domande di questo tipo in passato, oggi potresti avere delle risposte molto più concrete di semplici ipotesi perché pare che in dodici specifiche regioni del Dna siano presenti dei geni che influenzerebbero molto tale aspetto. In particolare l’età del primo figlio e il numero di figli che si avranno, almeno stando a quanto affermato da una ricerca condotta presso l’Università di Oxford.A quanti anni avrai un figlio? Te lo svela il Dna

        Tali aree del Dna, se analizzate, sarebbero in grado di fornire informazioni capaci di stilare previsioni piuttosto accurate in merito all’età in cui potresti avere il primo figlio ed eventuali figli successivi.Scegliere se e quando avere un figlio non sarebbe, dunque, sempre e soltanto questione che dipende da altri fattori (economici e sociali, in particolare) ma anche opzione fortemente influenzata dal Dna. E in questo senso sarebbe una novità non di poco conto.

        Per giungere alla conclusione che dietro il comportamento riproduttivopossa esserci un’influenza da parte del Dna, i ricercatori hanno studiato i profili di 28mila uomini e donne per l’età in cui hanno avuto il primo figlio e 330mila uomini e donne in merito al numero di figli generati nel corso della propria vita. Da qui avrebbero intuito quali siano le aree del Dna in grado di andare ad influenzare il comportamento riproduttivo.

        Qualche esempio su come funzioni tutto questo? Secondo i ricercatori alcune varianti del Dna, nelle donne, porterebbero a rimandare la ricerca del primo figlio e le stesse influirebbero anche con l’arrivo piuttosto tardivo sia del menarca (la prima mestruazione) sia della menopausa.

        Il terreno sondato dai ricercatori è tutto da esplorare. Alcune aree che potrebbero influire su altri aspetti sono ancora da studiare e potrebbero essere molto utili per trovare soluzioni efficaci al problema dell’infertilità, ad esempio.

Fonte http://salute.leonardo.it/a-quanti-anni-avrai-un-figlio-dna/

I multivitaminici in gravidanza non servono

Картинки по запросу multivitaminici gravidanza        La cosa davvero fondamentale è migliorare la propria alimentazione. Gli unici integratori davvero utili sono l'acido folico, che riduce il rischio di insorgenza della spina bifida, e la vitamina D.
        Nei multivitaminici venduti alle donne in attesa ci sono vitamina del gruppo B (B1, B2, B3, B6, B12), vitamina C, D, E, K, acido folico (vitamina B9), iodio, magnesio, rame, ferro, zinco e selenio, ma l'assunzione di queste sostanze non pare collegata a benefici chiari da un punto di vista scientifico, a parte le eccezioni già citate.

        I dati che supportano la vendita di questi prodotti provengono da studi realizzati su donne che vivono in paesi a vivono in paesi a basso reddito. Presumibilmente, in quelle condizioni gli integratori riescono a bilanciare i deficit nutritivi legati a un'alimentazione troppo povera. Un meccanismo che però non si ripete nei paesi sviluppati, dove le donne beneficiano di un'alimentazione anche troppo ricca.


Fonte Andrea Sperelli

Gravidanza, la nausea è un buon segno

Картинки по запросу nausea gravidanza          I ricercatori, guidati da Enrique Schisterman, hanno realizzato un'analisi su 797 donne con uno o due aborti precedenti già arruolate in un trial clinico, cercando un nesso fra nausea, vomito e aborto.
          «Abbiamo monitorato la presenza di un quadro sintomatologico dominato da nausea 
con appositi questionari e con un diario tenuto durante la gestazione», spiega l'autore.
          I dati indicano che le gravidanze concluse con un aborto erano state 188. «Alla seconda settimana di gestazione quasi il 18% delle partecipanti, 73 su 409, riferiva nausea senza vomito. Viceversa, quest'ultimo, assieme alla nausea, era presente nel 2,7% delle donne delle donne (11 su 409). Percentuali che all'ottava settimana erano aumentate rispettivamente al 57,3% (254 su 443) e al 26,6% (118 su 443) delle gravide», precisano i ricercatori. 

C'è quindi un'associazione fra nausea da sola o accompagnata da vomito e la riduzione - fra il 50 e il 75 per cento - delle probabilità di andare incontro a un aborto spontaneo.
          «Resta il fatto che questo è il primo studio a confermare che nausea e vomito sembrano essere non solo un segno della gravidanza in corso, ma possono essere visti anche come un indicatore di un ridotto rischio di aborto spontaneo», conclude Schisterman.
Intanto, la Fda ha autorizzato la commercializzazione di Diclegis, una tavoletta a rilascio ritardato prodotta da Duchesnay e al cui interno agiscono due principi attivi, il doxilamin succinato – un antistaminico – e la vitamina B6.

          Il farmaco è stato testato su 261 donne in diverse fasi della gravidanza, mostrando una riduzione significativa dei sintomi senza provocare danni al bambini: «La sonnolenza è l'effetto collaterale più riportato e le donne che prendono il farmaco dovrebbero evitare le attività che richiedono piena lucidità, come guidare», spiega il comunicato aziendale.
          Il Diclegis in realtà è lo stesso farmaco ritirato dal mercato nel 1983 proprio per i timori di possibili malformazioni a carico dei nascituri alimentati dalla vicenda del Talidomide. Il Diclegis ritorna in commercio come generico del Bendectin che, sottoposto a indagine dalle autorità sanitarie statunitensi, ha superato i test di controllo sulla sicurezza, ma non fu comunque più commercializzato dall'azienda produttrice. 
          Nello specifico, il numero di malformazioni verificatesi nei bimbi le cui mamme avevano fatto ricorso al farmaco contro la nausea era assolutamente in linea con quelle registrate nel campione di controllo che non aveva assunto il farmaco.
          L'entrata in commercio del farmaco colma un vuoto terapeutico per le nausee mattutine su cui i ginecologi sono intervenuti negli anni con un trattamento conservativo di tipo alimentare, volto ad esempio ad aumentare il numero dei pasti, riducendo al contempo le porzioni, e a modificare in senso più salutistico gli stili di vita delle gestanti.

Fonte: Jama Internal Medicine

mercoledì 2 novembre 2016

Incompatibilità Genetica nella coppia. Esiste?

01       Per diagnosticare i problemi di fertilità esistono diversi studi genetici essenziali per l’analisi della coppia con desiderio riproduttivo. Prove come il cariotipo di entrambi i membri della coppia, le microdelezioni del cromosoma Y nell’uomo o lo studio molecolare del Sindrome del cromosoma X fragile nella donna sono alcune delle prove fondamentali per determinare una possibile base genetica dei problemi di fertilità di una coppia.
       Ma, potrebbe esistere un’incompatibilità tra un uomo e una donna che impedisca loro avere una discendenza tra di loro ma non con un altro partner? La risposta è no.
       L’eccezione a questa risposta ben chiara son le cosiddette malattie ereditarie  di tipo recessivo. Queste malattie si manifestano quando sia la copia del gene ereditato da nostro padre come quella ereditata da nostra madre sono entrambe mutate. Se solo una di queste copie è mutata e l’altra no, la persona è semplicemente portatrice e non presenta nessun sintomo clinico della malattia. Se per caso entrambi i membri della coppia fossero portatrici di una stessa malattia recessiva, potrebbero trasmetterla ai propri figli con una probabilità del 25 per cento. In base alla gravità della malattia potrebbero dare origine a gravidanze che non potranno essere portate a termine.
       Per questo motivo, casi di aborti, bambini nati con malformazioni o con disabilità intellettuali potrebbero essere dovuti a motivi genetici o cromosomici importanti da identificare. In questi casi è importante ricevere consigli prima del concepimento grazie ai progressi in materia genetica che ci permettono di offrire soluzioni come ad esempio la Diagnosi Genética Preimpianto (DGP).

Infertilità e procreazione assistita: cosa pensano gli Europei

L’età ideale per avere il primo figlio

         Per il 40% degli europei è tra i 26 e i 28 anni. In particolare, per tedeschi e britannici è 26, per gli italiani 28 anni. “In pratica, tutti gli europei indicano un’età leggermente più alta rispetto alla realtà”, considera Rita Vassena. “Il picco di fertilità della donna è infatti a 24 anni. L’errata percezione è senza dubbio dovuta a una certaconfusione tra l’età ideale ‘biologia’ e l’età ideale ‘nella pratica’, cioè quando ci si ritiene sufficientemente pronti per accogliere un bambino. Intervistati su questo aspetto, gli italiani indicano 28 anni (4 in più rispetto al picco di fertilità biologico) e sono coloro che più rimandano questo appuntamento”.

Che cosa significa “infertilità”

         Ben il 60% degli europei ha una concezione pessimistica del termine, che interpreta come una condizione senza rimedi, cioè ‘impossibilità di avere figli’. “Anche in questo caso, siamo di fronte a una percezione errata della realtà: di fatto, infertilità significa ‘difficoltà ad avere figli’.         Tra i più sfiduciati ci sono italiani, spagnoli e francesi, ma c’è anche una maggioranza di britannici e tedeschi, per quanto scarsa (54%), che considera l’infertilità, a ragione, semplicemente come una capacità più bassa di concepire. La percezione disillusa può avere conseguenze negative: la convinzione che l’infertilità sia un punto di non ritorno porta molte donne a sentirsi ‘sbagliate’. E le coppie che si considerano ‘infertili’, non immaginando soluzioni al loro problema, perdono troppo presto la speranza e rinunciano ad avere figli”.

Infertilità e procreazione assistita: cosa pensano gli EuropeiInformazione e consapevolezza

         Dall’indagine si rileva, in genere, una scarsa informazione rispetto alle tecniche di riproduzione assistita. “In media, gli europei intervistati ne riconoscono soltanto due tra quelle proposte dal sondaggio: l’inseminazione artificiale (52%), cioè l’iniezione di spermatozoi direttamente nell’utero della donna, e la fecondazione in vitro (41%), cioè una tecnica in cui ovociti e spermatozoi vengono fatti incontrare in laboratorio, al di fuori del corpo della donna, e poi l’embrione viene trasferito in utero. Su questo punto gli italiani si distinguono indicando come pratica più nota, dopo l’inseminazione artificiale (53%), l’uso di farmaci che inducono l’ovulazione (39%). Altre tecniche, come la donazione di gameti, la crioconservazione degli ovociti o il trasferimento di embrioni congelati, risultano in tutti i Paesi poco conosciute. In compenso, però, gli europei dimostrano una buona consapevolezza della situazione: si ritiene infatti poco informato il 70% degli europei e il 75% degli italiani”. Tra i responsabili indicati per la mancanza di informazione: lo Stato, i datori di lavoro, i mezzi di comunicazione e, per gli italiani, anche i professionisti della salute.

Riproduzione assistita

         In generale viene vista favorevolmente, anche se va ribadito che è vissuta come un “terreno sconosciuto”: non molti europei sanno infatti – come visto sopra – quali tecniche esistano oltre all’inseminazione artificiale. Ed è certamente anche unterreno delicato: se da un lato è considerata un effettivo progresso per le coppie infertili (87% europei, 77% italiani), dall’altro non sono pochissimi (pur se in minoranza) a ritenerla una tecnica “contro natura”: 41% europei (46% italiani). “Su un aspetto, poi, gli italiani costituiscono un’eccezione importante nello scenario europeo: sono moderatamente aperti alla riproduzione assistita per donne single(54% su una media europea del 59%) e contrari al 60% a quella per coppie di donne omosessuali (mentre la media europea è favorevole al 57%, con gli inglesi che addirittura la antepongono a quella per donne single)”.

Donazione di gameti

         Se dunque la riproduzione assistita è considerata con favore dalla maggioranza, potervi ricorrere è però ancora lontano dal sembrare semplice. Le donne europee, per esempio, pur accettando la pratica a livello teorico, rifiutano in modo massiccio la donazione di ovociti: il 67% si dichiara contrario (le italiane sono nella media: 68%). “I motivi del rifiuto sono soprattutto indicati in mancanza di informazione (36%), anonimato della donazione (32%), paura dell’invasività del trattamento (25%).Unica eccezione, le spagnole: al 58% sono disposte a donare i propri ovociti o lo hanno già fatto. Questo si spiega probabilmente con una tradizione di donazione molto radicata in Spagna (gli spagnoli sono tra i primi donatori al mondo di sangue e organi) e con una promozione capillare condotta negli ultimi 20 anni sulla donazione dei gameti che ha portato a stabilire regole molto chiare sul piano legale ed etico”. Da notare: mentre 7 donne su 10 non sono disposte a donare ovociti, 1 uomo su 2 è invece disposto a donare sperma. Particolarmente favorevoli spagnoli, tedeschi e italiani (55%).

Conservazione degli ovociti per motivi non medici

         Altra questione molto delicata: la riproduzione assistita può essere di aiuto anche per motivi che non sono medici. Ad esempio, il congelamento degli ovuli in età giovane può essere un modo per avere la possibilità di una gravidanza anche dopo i 40 anni. “Se su questo tema tutta Europa si divide in due (51% favorevole, 49% contrario). L’Italia si stacca notevolmente dalla media con un 62% di contrari. Al polo opposto si trova la Spagna: il 77% è favorevole”. In generale, gli europeicontrari al congelamento lo ritengono una tecnica contro natura o contraria alla propria religione (33%), che rafforza l’idea che la maternità danneggi la carriera (30%) e che si traduce in uno sfruttamento commerciale dell’apprensione delle donne (26%). Gli argomenti a favore sono invece: la crioconservazione libera le donne dalla paura dell’orologio biologico (36%), è un progresso della medicina (34%), permette alle donne una crescita professionale prima di avere un figlio (20)%. Commenta Rita Vassena: “Nei Paesi in cui il rifiuto è più forte, come Italia e Gran Bretagna, la donna che conserva i propri ovociti è spesso vista come ‘egoista’. Ma questa interpretazione è in contrasto assoluto con la realtà spagnola, dove il fattore motivante più dichiarato dalle donne che fanno questa scelta (90%) è che non hanno ancora incontrato il compagno ideale. Non sono quindi donne che non tengono alla famiglia: anzi, ci tengono moltissimo, tanto da non volerne costruire una a qualsiasi condizione, ma soltanto sulla base di una scelta consapevole”.
Fonte http://www.dolceattesa.com/rimanere-incinta/infertilita-procreazione-assistita-cosa-pensano-gli-europei_infertilita/

Fibromi uterini e infertilità

Quali sono i più problematici?

Fibromi uterini e infertilità        “Generalmente sono quelli ‘sottomucosi’, che compaiono cioè nella cavità dell’utero”, spiega Vittorio Unfer, Professore di Ostetricia e Ginecologia all’Università IPUS Istituzione di Alta Formazione di Chiasso in Svizzera. “Se presenti in questa sede o all’interno di una tuba, anche se di dimensioni ridotte, sono in grado di bloccare il viaggio degli spermatozoi e rendere difficile l’impianto dell’embrione. Possono, quindi, ridurre le probabilità che si avvii la gravidanza o provocarne l’interruzione. Meno gravi sono, in genere, i fibromi ‘sottosierosi’, esterni alla cavità uterina, e gli ‘intramurali’, collocati nello spessore della parete uterina, che possono rappresentare una complicazione solo se di grandi dimensioni (8-10 cm) o se posizionati male, come quando spingono sulla vescica o sporgono nell’endometrio”.

Quali sono i sintomi che li accompagnano?

        “I fibromi uterini, nella maggior parte dei casi, sono asintomatici. Vengono, quindi, individuati in occasione delle visite di controllo”, spiega l’esperto. “Solo se sono di grosse dimensioni o se alterano la parete interna dell’utero ci si accorge della loro presenza perché possono provocare emorragie al di fuori del ciclo, senso di pesantezza nella parte bassa dell’addome, incontinenza urinaria (se il fibroma preme sulla vescica), dolori intestinali e dolore nei rapporti sessuali”.

Cosa può succedere a gravidanza avviata?

        “Durante l’attesa, per effetto degli estrogeni, i fibromi tendono ad aumentare di volume (di solito fino alla 24a settimana) per cui vanno tenuti sotto osservazione”, dice Vittorio Unfer. “Anche quelli ‘sottosierosi’ e gli ‘intramurali’, che non ostacolano il concepimento, possono in alcuni casi creare qualche problema a gravidanza avviata: quando si interpongono tra il feto e il canale del parto o se la placenta aderisce eccessivamente all’utero a causa del fibroma (placenta accreta). In quest’ultimo caso, la donna rischia di avere un’emorragia dopo la nascita del bambino”.

Quando vanno trattati e in che modo?

        “L’opportunità del trattamento viene decisa in base all’età della donna oltre che al numero, alla localizzazione e alla grandezza dei fibromi”, spiega Vittorio Unfer. “Se si desidera un figlio, bisogna tener conto che, una volta fatta l’operazione, occorrerà aspettare 10-12 mesi che l’area si cicatrizzi prima di cominciare la ricerca. L’età, quindi, conta molto: a 25 anni consiglierei di eliminare il fibroma se può ostacolare il concepimento o il buon esito della gravidanza, ma a 38-40 la soluzione migliore potrebbe essere di cercare comunque il bambino, per non perdere un anno prezioso, visto che a quest’età la fertilità cala rapidamente”, continua l’esperto.
        “Dopo i 35 anni, bisogna tener conto, poi, che avere un utero fibromatoso (cioè un po’ invecchiato e meno elastico) o un fibroma uterino è un fenomeno frequentissimo. La maggior parte delle volte, non rappresentano un impedimento a portare avanti la gravidanza”.
        L’opportunità di sottoporsi all’operazione, quindi, va valutata caso per caso dallo specialista. L’intervento attualmente più praticato per i fibromi uterini è l’asportazione chirurgica. In alternativa, esistono l’embolizzazione, una tecnica mininvasiva e molto diffusa che prevede l’iniezione di sostanze che chiudono i piccoli vasi sanguigni che alimentano il fibroma, e l’ablazione, cioè la distruzione delle cellule con ultrasuoni focalizzati.
Fonte http://www.dolceattesa.com/rimanere-incinta/fibromi-uterini-infertilita_infertilita/