martedì 1 agosto 2017

Gravidanza: fare troppi test non aumenta la sicurezza

Mortalità in Italia ed Europa
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      L’Italia, insieme a Francia e Gran Bretagna, registra il più basso tasso di mortalità in gravidanza: 10 donne su 100.000. Lo standard, però, è negativo se pensiamo al numero di nascite annuali, anche rispetto a paesi molto più grandi come gli Stati Uniti. Come già detto, si studiano da anni eventi come la trombosi e l’embolia, perché sono responsabili di più della metà delle morti materne; ma come è possibile se si fanno più esami? Tutto ciò è possibile perché gli eventi avversi imprevisti non possono essere combattuti.


      Allo stesso modo non è possibile pensare di sottoporre tutto le donne gravide a ogni esame possibile; tutto ciò aumenta i costi sanitari ma non migliora la salute. Tuttavia l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che l’85% delle gravidanze abbiano un iter fisiologico e che quindi nei casi di alto rischio ci sia già una diagnosi di fondo a tutela della mamma e del nascituro.

Perché fare esami non riduce i rischi?


Perché fare esami non riduce i rischi?
      Il rischio non può essere ridotto se non è noto, e non tutte le patologie si manifestano in tempo per essere trattate; queste, per altro, avvengono anche in gravidanze che stanno procedendo bene, richiedendo un intervento tempestivo e urgente. In più non va dimenticato che la positività degli esami eseguiti non indica necessariamente lo sviluppo di una condizione morbosa, ma solo una predisposizione o un fattore di rischio. Molte sono le future mamme a cui si somministra eparina a basso peso molecolare, solo a scopo preventivo; ma ciò non significa che la donna ha la trombofilia, ma solo che ha una positività a un test che non si esprime sul rischio reale. Infatti quando si parla di rischio, è bene identificarlo e graduarlo, per evitare che si faccia allarmismo e si inneschino ansie superflue.

Il problema della Trombofilia


      Se da un test risulta una trombofilia a basso rischio, la prescrizione terapeutica non è abbastanza; infatti, le linee guida del Royal College of Obstetricians & Gynaecologists britannico, datate aprile 2016, suggeriscono di iniziare farmaci solo se c’è almeno la presenza di altri 3 fattori di rischio. A volte, basta correggere l’eccesso di fumo in gravidanza o di peso corporeo per avere un miglioramento evidente. Inoltre la stessa eparina funziona solo nel 60-70% dei casi, lasciando scoperto un 40-30% di donne con gravidanze prive di rischi che non si possono controllare.

Una buona anamnesi migliora la gravidanza

      I dati anamnestici della donna andrebbero raccolti ancora prima che avvenga il concepimento; successivamente, a inizio gravidanza, a ognuna dovrebbe corrispondere un profilo di rischio ipotetico. Donne con rischio alto hanno già avuto trombosi o interventi di chirurgia maggiore e per queste è già prevista una terapia medica di supporto alla gestazione e per le 6 settimane di post-partum. In più, proprio perché non tutte possono essere studiate, è bene stringere il campo su coloro che hanno un parente di primo grado con meno di 50 anni affetto da trombosi.

DISTURBI EMOTIVI GRAVIDANZA E POST-PARTO CON L’OMEOPATIA

      Monitoraggi ed esami frequenti: la gravidanza è solo all’inizio, ma nel frattempo comincia a farsi sentire anche un po’ d’ansia. E’ possibile intervenire con i medicinali omeopatici?
Certamente, i medicinali omeopatici possono essere assunti per tutto il periodo della gestazione, per i disturbi provocati da stress e stati ansiosi. In caso di “paura che blocca”, per esempio prima di un’ecografia o di una visita importante, consiglio di assumere Gelsemium 30CH, nella posologia di 5 granuli 3 volte al giorno.
omeopatia kit
     Se invece si verificano delle crisi di panico passeggere il medicinale omeopatico più adatto è Aconitum 30CH. Ne vanno assunti 5 granuli 3 volte al giorno.
     Mi capita spesso poi che le mie pazienti mi raccontino della loro difficoltà a prendere sonno per via dell’agitazione. Sulla base della mia esperienza clinica, suggerisco frequentemente Datif PC, una specialità omeopatica in compresse utile sia per gli stati ansiosi che per i disturbi del sonno associati. Il mio consiglio è di assumerne 2 compresse 3 volte al giorno.

     Cosa consiglia quando la futura mamma si trova in uno stato di facile irritabilità? E per l’astenia?      L’omeopatia può fare qualcosa?
     In questo caso prescrivo il medicinale omeopatico Lycopodium 30CH, 5 granuli al giorno, indicato quando ci si sente facilmente irritabili.

     Dopo il parto, molte mamme sperimentano il cosiddetto baby blu, l’omeopatia può essere di aiuto anche in questo caso?
     Il baby blues è un malessere che colpisce circa l’85% delle neomamme. E’ quel periodo caratterizzato dalla voglia di piangere continua, astenia, malessere generale, sensazione di non essere all’altezza nel nuovo ruolo di madre.
     Se la paziente piange, ma accetta l’aiuto dei famigliari e migliora se consolata, è consigliabile assumere Sepia 30CH, una dose a settimana per circa un mese.
     Quando prevalgono le crisi isteriche e la neomamma migliora molto rapidamente se si distrae, può essere utile assumere Ignatia 30CH 5 granuli ogni sera e, se i sintomi persistono, anche al mattino.


Ringraziamo il Dr Balsamo per la consulenza

Nascita prematura: sintomi, rischi e conseguenze

27 settimana di gravidanza

     Da che settimana si può partorire? È bene chiarire la definizione di parto prematuro. Si definisce parto prematuro un parto il cui travaglio ha luogo tra la 22esima e la 37esima settimana di gestazione. I bambini nati in questa epoca gestazionale sono prematuri.

     I bambini prematuri non hanno basse possibilità di sopravvivenza o alte percentuali di sviluppare ritardi. La medicina di oggi ci garantisce buone possibilità di crescita senza il verificarsi di problematiche successive. La nascita prematura di un feto a 27 settimane o la nascita di un feto a 31 settimane è raro che porti problematiche permanenti al bambino. A 31 settimane di gravidanza il bambino è completamente formato e in grado di sopravvivere.
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     I sintomi di un parto prematuro sono simili a quelli di un parto a termine. Ovvero l’inizio di un’attività contrattile regolare o la rottura delle membrane. I bimbi prematuri dovranno rimanere più a lungo in ospedale per permettere che crescano nel migliore dei modi. Nell’atmosfera di un reparto di terapia intensiva neonatale (TIN), con luci meno intense e meno stimoli in genere, il fragile sistema nervoso di un bambino prematuro può organizzarsi più rapidamente e più efficacemente.

     Il cervello del feto è ben formato ed iniziano a formarsi i neuroni. A livello fisico la pancia inizia a crescere e l’ombelico inizia ad uscire verso l’esterno.

Parto prematuro

     A quante settimane si può partorire? È considerato parto a termine il parto che ha luogo tra la 37esima e la 42 esima settimana di gestazione. Il parto antecedente la 37esima settimane viene considerato parto pretermine. I nati prematuri saranno notevolmente più piccoli di dimensioni e la testa risulterà essere più grande rispetto al corpo.

nascita prematura
     Nel  parto prematuro i sintomi sono pressoché simili al parto a termine. Ovvero l’insorgenza di attività contrattile o la rottura delle membrane. Non si conoscono le cause certe del parto prematuro. Partorire a 35 settimane, ad esempio, potrebbe creare meno allarmismi come partorire a 22 settimane.

Trentasettesima settimana di gravidanza

      La 37esima settimana di gravidanza è il termine ultimo che sancisce il parto prematuro. Infatti i parti che avvengono da questa settimana in poi sono considerati a termine. Non ci sono pericoli da tenere in considerazione, salvo qualche complicanza avvenuta al momento del parto e successivamente.

Fonte http://www.passionemamma.it/2017/07/nascita-prematura/

lunedì 31 luglio 2017

SEPARARSI DAL NEONATO DOPO LA NASCITA È UN TRAUMA?

Scriveva Grazia Honegger Fresco qualche anno fa:
       “La separazione della madre dal suo bambino subito dopo la nascita, imposta dal regime sanitario e giustificata dal bisogno di entrambi di riposare. In realtà è voluta dal personale, per tenere tutto facilmente sotto controllo. La separazione subito dopo la nascita, proprio nel momento più importante per ristabilire nel riposo, nel silenzio e nella vicinanza, il contatto profondo tra madre e figlio ha qualcosa di sadico, di necrotizzante: tutto deve essere asettico, perfetto, precettato, controllato. Solo dopo 10, 12, 15 ore, quando va bene, i due ‘partner’ si potranno incontrare di nuovo, a giudizio insindacabile dei sanitari”

Eppure
      “è nella presenza del bambino fin dai primi istanti che la madre coglie con profondità il significato di quanto ha vissuto, delle sue attese e delle sue speranze, mentre la lontananza dal figlio la deprime, la rende inquieta e sfiduciata. E’ nella presenza, nel caldo contatto con la madre che il bambino ricostruisce il legame profondo appena interrotto, un legame che è ancora solo corpo: pelle, odore, battito cardiaco, voce, respiro”
(G. Hoenegger Fresco, Essere genitori, p. 25).

        Tra le 15 raccomandazioni relative al parto stilate dall’OMS vi è anche questa:
“Il neonato in salute deve restare con la madre ogni volta che le condizioni dei due lo permettano. Nessun processo di osservazione della salute del neonato giustifica la separazione dalla madre”.

Abbiamo chiesto alle Mamme la loro esperienza…

Gabriella:
“La possibilità di poter tenere sempre accanto a me il mio bambino è stato direi il secondo parametro con cui ho valutato e scelto la struttura nella quale partorire.
neonatoLa motivazione per cui tenevo molto a questa cosa era data dal fatto che ritenevo (e ritengo) i primi istanti/ore/giorni determinanti nella riuscita dell’allattamento al seno.
Continuo ad essere convinta di questa scelta.
Avrei avuto molte difficoltà ad accettare una separazione se si fosse resa necessaria. Probabilmente nel tuo caso senza un valido motivo scritto nero su bianco non l’avrei accettata e avrei firmato per tenerlo con me. Uso comunque il condizionale perché mi rendo conto però che subito dopo il parto ero molto vulnerabile e le certezze di oggi non sono quelle di allora”.

Mery:
“Io ho scelto l’ospedale in base al fatto che è previsto il rooming in 24 ore su 24, ma mi è stato detto che dopo la nascita terranno la piccola “un paio d’ore in osservazione”. In effetti è dura da accettare. Inoltre la preleveranno durante le ore di visita (2 al giorno), a me non piace nemmeno questo. Ma vicino casa mia è il meglio che sono riuscita a trovare! Mi hanno comunque assicurato che sono estremamente attenti al legame mamma-bambino e a favorire l’allattamento al seno. Me lo auguro.”

Bimba76:
“Io mamma di bimbo prematuro, l’ho potuto tenere in braccio solo dopo 7 giorni dalla sua nascita, per poco e sotto osservazione delle infermiere…
Confermo lo stato d’animo… Il non sentirsi mamma del proprio pulcino….
La “difficoltà” di accettare il tutto…
Per me è stato di grande aiuto parlare con la psicologa della Tin…”

Ipa:
“Io ho partorito il 1 febbraio, TC in anestesia totale. Mio figlio stava bene Apgar 9, ma io l’ho potuto vedere solo dopo 17 ore dalla nascita! Sono dovuta rimanere in sala risveglio per 15 ore, ho saputo di mio figlio solo quando è arrivato il mio compagno, perchè l’anestesista mi ha detto che non sapeva niente perchè era rimasto tutto il tempo accanto a me…
Картинки по запросу SEPARARSI DAL NEONATO
Ho avuto paura, ho fatto mille domande al mio compagno che l’aveva visto di sfuggita… a che ora è nato? Quanto pesa? Quanto è lungo? Neanche lui sapeva niente…
Quando l’ho visto per la prima volta la puericultrice è entrata con la culletta dietro di lei, mi si è piazzata davanti con tre biberon in mano dicendomi “niente mezze parole tuo figlio DEVE mangiare!”
Me l’ha attaccato al seno… mi ha detto 5 minuti per lato e poi bibe! Lui però dormiva…era così bello e con un nasino a patatina così buffo… Per mesi mi sono chiesta e lo faccio tuttora se lui “sà che sono io la sua mamma”…
Sono passata dal biberon all’allattamento al seno perché dovevo ricucire questo contatto con mio figlio… perché “non lo sentivo mio” …mi sembrava mi avessero fatto un regalo…”

Il peso alla nascita influenza la salute del fegato: lo studio

     La fibrosi epatica è stata associata con basso peso alla nascita, mentre l’infiammazione è legata all’alto peso alla nascita. Questo studio è il primo a caratterizzare il rapporto tra alto peso alla nascita e la patologia epatica.

foto_peso_nascita_fegato     “Con la diffusione dell’obesità, stiamo vedendo più bambini ad alto peso alla nascita rispetto al passato”. Sono sate le parole di Mark Fishbein, dal Stanley Manne Children’s Research Institute at Ann & Robert H. Lurie Children’s Hospital di Chicago. Lo studio dimostra che questi bambini hanno maggiori probabilità di avere gravi danni al fegato dal momento in cui sono adolescenti.

     La steatosi epatica non alcolica colpisce fino al 25 % della popolazione degli Stati Uniti. È la causa più comune di malattia epatica cronica nei bambini e in genere viene diagnosticata nella prima adolescenza. Nella sua forma più grave può portare a insufficienza epatica e la necessità di trapianto di fegato.

     Lo studio comprendeva 538 ragazzi sotto i 21 anni di età che sono stati arruolati nella ricerca. Nei partecipanti è stata valutata la correlazione tra steatosi epatica e peso alla nascita.

     Essere in grado di identificare in neonati alla nascita a rischio di gravi malattie del fegato aiuterà avviare interventi preventivi. Il mantenimento di un peso sano è la strategia principale per prevenire tale patologia epatica nei bambini. Naturalmente, il controllo del peso deve essere effettuato sia sul nascituro che sulla mamma. Una donna in gravidanza con una dieta sana ed equilibrata avrà meno rischio di avere un bambino con peso eccessivo. Allo stesso modo, un basso peso alla nascita potrà essere prevenuto con un equilibrato apporto calorico quotidiano.

      L’Istituto di ricerca Manne si è focalizzato sul miglioramento della salute dei bambini, trasformando la medicina pediatrica. Ciò garantisce un futuro più sano attraverso la ricerca incessante.

Fonte http://www.passionemamma.it/2017/04/peso-nascita-influenza-salute-fegato/

OBESITÀ E DIABETE INIZIANO NEL PANCIONE

     Di recente una certezza  è che obesità e diabete si possono prevenire già in epoca fetale.
dieta-gravidanza     Le ricerche sono state fatte nell’ambito della prevenzione delle NCCd (acronimo che sta per “Non Communicable Chronic Diseases”) ossia malattie come appunto l’obesità, sempre più diffusa nella società contemporanea, ma anche la sindrome metabolica, svariate patologie cardiovascolari, ipertensione e dislipidemie.
     Si tratta di patologie spesso invalidanti, che pesano sull’individuo sia umanamente che socialmente, anche perché curarsi prevede costi non indifferenti, che il Servizio Sanitario Nazionale non sempre copre e che in molti da soli non riescono a sostenere.

     A quanto emerge da recenti ricerche, la prevenzione di tali malattie non passerebbe dai presunti vantaggi di un allungamento del periodo dell’allattamento al seno, né da accorgimenti spesso inutili come il ritardare l’inserimento di alimenti solidi nella dieta del piccolo.
     Al contrario, una maggiore probabilità che il bambino non sviluppi nessuna delle malattie precedentemente citate deriverebbe dalle modificazioni epigenetiche alle quali subite dal feto conseguentemente agli stili di vita e alle abitudini alimentari della donna incinta.

     Tra gli studi più interessanti riguardanti tale rapporto è d’obbligo citare il dottor Robert Sapolski, neurobiologo e ricercatore presso la Stanford University, il quale, analizzando gli effetti che lo stress della futura mamma aveva sul feto, ha contribuito indirettamente a confermare che tra feto e mamma si instaura una comunicazione ininterrotta cui partecipano attivamente sia alcuni ormoni (tiroidei, glucocorticoidi, insulina, GH, ecc.) sia svariate sostanze nutritive (per esempio proteine/aminoacidi essenziali, lipidi, oligoelementi, ecc., il cui apporto varia molto nel corso dei dove mesi.
Картинки по запросу OBESITÀ E DIABETE     Uno studio del 1999 il “Dutch Famine Study”, aveva inoltre dimostrato come i bambini nati in tempi di carestia – ovvero quando la dieta alimentare si componeva di un apporto proteico inferiore all’8% delle calorie totali ingerite – da adulti tendevano quasi sempre all’obesità o ad altre malattie metaboliche che non di rado si trasmettevano di generazione in generazione, indipendentemente dall’alimentazione degli eredi.
     Si può dunque parlare di una vera e propria “programmazione metabolica” del feto, il quale, quando è ancora nell’utero, apprende informazioni importanti su quello che avverrà fuori, cominciando così a regolarsi di conseguenza, ovvero ad auto-programmarsi.


Fonte Maternal nutritional manipulations program adipose tissue dysfunction in offspring

TERAPIE NATURALI. CURARSI CON L’AGLIO

      Era intorno al 2800 a.C., e l’aglio rappresentava l’unico cibo capace di conservare gli schiavi in forze e in buona salute per quel quotidiano compito massacrante. Dal canto loro, gli ebrei in fuga dietro Mosè, nei momenti di sconforto lontani dagli agi nel regno del faraone e rivolti verso una promessa di felicità sempre troppo lontana, ne piangevano la mancanza in quel deserto senza fine.

     E i greci, pur chiamandolo “il fetido”, ne erano letteralmente pazzi: dagli atleti delle Olimpiadi, che ne mangiavano prima delle gare, ai filosofi che lo giudicavano eccellente per render lucida la mente. L’ Aglio era la pianta offerta da Mercurio a Ulisse, come antidoto ai sortilegi della perfida maga Circe.

     Se per i romani, fu cibo plebeo protetto da Marte, dio della guerra; i medici medievali lo usarono in tutte le salse, come panacea universale contro malattie gravi e diffuse. Una pianta simile, salutare e misteriosa in massimo grado, buona per scacciare febbri e respingere il contagio di epidemie, per far crescere peli e vincere insonnie, convinse l’imperatore Carlo Magno a obbligarne la coltivazione in tutti gli orti,  come se si trattasse di un presidio sanitario di base.

     Comunque, dal Rinascimento in poi, sembrerebbe che il cattivo odore abbia avuto la meglio sulle virtù terapeutiche e l’aglio cadde ufficialmente in disgrazia. Ma quando alla fine della prima guerra mondiale, l’epidemia di “febbre spagnola” fu in parte contrastata dalla presenza di questa sostanza nella dieta alimentare delle popolazioni mediterranee, il rapporto di amore si instaurò nuovamente.
aglio e saluteLa storia dell’aglio è dunque ricca di episodi curiosi, bizzarri, istruttivi. Nella storia delle cure naturali a vantaggio delle donne, le antiche terapie a base d’aglio sono singolari e molto popolari. Eccone un piccolo campionario legato alla sfera genitale.

Amenorrea.
In Sudamerica, sin dai tempi degli Incas, le curandere facevano cataplasmi intimi con una mistura d’aglio chiusa in una pezza. Le proprietà congestionanti dell’ortaggio provocavano la comparsa delle mestruazioni.

Metrorragia.
Di contro, in caso di mestruo abbondante o prolungato, nel prontuario erboristico del celebre Maurice Messegué l’aglio assume un ruolo fondamentale. L’infuso è composto da un paio di litri d’acqua bollente in cui sono disciolti una testa d’aglio schiacciata, una manciata di fiori di biancospino, una di celidonia, una di malva, una di rovo, un’altra di salvia. Filtrato, se ne ricaverà un liquido buono per irrigazioni vaginali, bagni alle mani, pediluvi. La cura va ripetuta per più giorni fino a miglioramento.

Vaginite da Trichomonas.
Un antico rimedio meridionale consiglia di tritare alcuni spicchi d’aglio fino a ottenerne una poltiglia minuta e chiuderla in una pezza (chiuderla benissimo, perché una fuoruscita del prodotto potrebbe irritare la mucosa) che va arrotolata a mo’ di tampone, tanto piccolo da poterlo infilare in vagina per sconfiggere l’infezione.